Spesso mi è detto (o dura aspra novella Ben sorde volentier le orecchie avrei), Flora è men casta assai che vaga e bella. Taci omai, vulgo, ché parlar non dèi
Di donna, a cui bellezza e leggiadria Dieron sì larghi al suo venir gli Dei. Questa chiami ciascun cortese e pia Se di quel che dà il Ciel talor concede;
Ogni altra poi, se vuol, malvagia e ria. Fatto ha quante fïate in terra fede Giove tra noi quanto a beltà conviene D'altrui fido servir grazia e mercede.
Chi il confin può mostrar dal male al bene Se nol mostra colui, che il mondo e il cielo Con un sol cenno suo volge e ritiene? Giove senza curar d'estate o gelo
Non pur la nostra, ma d'un bianco tauro Vestì la forma, e il proprio manto e il pelo. Quante volte mostrando or mirto or lauro Pascer bramoso, gli occhi suoi nutriva,
D'un bel volto, e di chiome d'ambra e d'auro. Ogni giovenca in questa e in quella riva, Quasi certo divin sentendo in esso, Lui sol seguìa, di tutti gli altri schiva.
Amor con gelosia l'indusse spesso Inimiche a provar lor forze insieme, E chi d'esse vincea più gli era appresso. Ahi folle armento, e che desio vi preme?
Per altrui che per voi pasce oggi l'erba, Né frutto è, come par, del vostro seme. La bella Europa nei begli occhi serba Ogni sua pace, che poi seppe e vide
Quanto a Dio spiace bella donna acerba; Chi dal dolce d'amor qui si divide, Come poi piena di vergogna e d'anni Si duol ch'altri di lei s'allegra e ride.
Fuggite pur del vulgo i folli inganni, Flora gentil, ché giovinezza vola Né val poi ricovrar del tempo i danni. E se falso romor talor v'invola
Della vostra onestà con torto offesa, Non siete, ed io 'l so ben, nel mondo sola. Appena il Ciel di ciò far può difesa, Ché delle belle è privilegio antico
Sentir di fama ognor novella offesa. Non crede il vulgo, a' buon sempre nemico, Che sotto leggiadria, grazia e beltate, Cor si possa trovar fido e pudico.
La Dea che il tempio ha qui di castitate, Figlia a Latona, al biondo Apollo suora, Di che cantato ha già più d'un'etate. Forse crucciosa s'arrossisce ancora
Di chi d'Endimïon dormente scrisse, Come di Cefal suo la bianca Aurora. La casta e bella che chiamando Ulisse Venti anni attese fra gl'ingiusti Proci,
Non senza biasmo assai gran tempo visse. Ma non vi caglia, ché queste empie voci Soglion sempre agli Dei con doppia pena Pagar l'ammenda de' lor falli atroci.
Quel van poeta, che pur contro Elena Armò la lingua, fu di luce privo, Il suo folle cantar compìto appena. Che il nome vostro in terra eterno e divo
Senza vendetta la vil gente offenda Non credo mai, se amor nel mondo è vivo. E se spirto è quaggiù che 'l dritto intenda, Quanta ha più forza in nostro uman pensiero
Invidia che ragion, per voi comprenda. Ma come siete esempio unico e intero A chi vive o vivrà, ben fia palese (Se non m'inganna la mia penna e 'l vero)
Casto, saggio, gentil, vago e cortese.
Cookies on Poetry Cove