Quanto fu saggio quel che primo Amore Garzon dipinse, ché ben vide e intese Com'empie i cor di giovanile errore. Non san li amanti all'onorate imprese
Fermar la mente, e il bel dannoso e frale Sol han davanti, e il ver non è palese. Di color mille ancor li aggiunse l'ale, Per mostrar come il van nostro pensiero
Or quinci leve or quindi scende e sale. Quasi legno entro il mar cruccioso e fero Ch'or s'addrizza allo scoglio, or torna al lito, È quel cui Donna è stella, Amor nocchiero.
Armò di strale il crudo braccio ardito, Perché da lunge pur lo scorge appena L'occhio, ché il vago cor dentro è ferito, E nulla poscia ad allentar sua pena
Val di Circe o Medea l'incanto o l'arte, Di sì forte velen tal piaga è piena. Come 'l sento ora in me che a parte a parte Mi vo struggendo, e per fuggir ch'io faccia,
Da lui non fuggo, ed ei da me non parte. O misero colui che l'alma allaccia Ne' suoi caldi desii, che sempre poi Per lui s'arrossa, imbianca, arde ed agghiaccia.
A che sei sì crudel ne' servi tuoi? Non vedi, aspro garzon, che nulla è regno Senza aver servi come a te siam noi? E se pur contro agli altri odio e disdegno
Vuoi disfogar, me lascia in pace almeno, De' dolci frutti tuoi talvolta degno; Che col cor canterò scarco e sereno L'alte tue lodi, tal ch'Apollo e Giove
E 'l ciel tutto n'andrà d'invidia pieno. E di Cintia talor l'altere e nuove Beltà narrando, vedrà 'l mondo chiaro Quanta dal tuo valor grazia in lei piove;
Qual è l'atto gentil, cortese e raro, E il parlar saggio sì leggiadro e pio, Che addolcir può qual più si sente amaro. Ma s'io pur vivo, faretrato Dio,
Senza aver teco, o in lei qualche pietade Sotto tempo atro, nebuloso e rio; Che poss'io più, se non la fosca etade Menar tacendo in doglia aspra e noiosa?
Così la tua virtù, la sua beltade Si starà sempre, e non mia colpa, ascosa.
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