Come il consenti tu, crudele Amore, Che fuor d'ogn'uso uman per Cintia e Flora Porti due piaghe, e non ho più d'un core? Io pur son teco da che vien l'aurora
Fin che ci adombra il dì l'antico Atlante, Né partir so tutte le notti ancora. Nessun forse mai fu più fido amante, Né più pronto e leggier di quel ch'io fui,
A seguir del tuo sol le luci sante. Apri gli occhi, orbo, ch'io non son colui Che intorno a Troia la tua bella madre Ferì, volendo lei salvarsi altrui.
Febo non son che l'opre tue leggiadre Sprezzò più volte, e non la sua sorella Lieve a fuggir, più che a seguirti il padre. Cerca un'anima al mondo empia e rubella,
Ed a lei dona, Amor, la doppia morte Che mi danno tal volta or questa or quella. Ahi del tuo regno leggi inique e torte! L'una e l'altra di lor si scalda a pena,
E convien che il mio cor duo fiamme porte. O some eterne di fatica e pena, Per voi non può già mai trovarsi pace Nella strada d'amor d'inganni piena.
Nelle mie rime a Flora oggi non piace L'aver compagna, e Cintia si disdegna D'esser cantata la seconda face. Dogliomi anch'io che la mia cetra indegna
Canti di duo, ché d'un novello Orfeo Fu ciascuna di lor più ch'altra degna. Tacer vorrei, ma chi due piaghe feo Vuol pur ch'io canti: or venga il plettro d'oro,
Che a me più si convien che al dotto Alceo. Coppia leggiadra ond'io mi discoloro, A voi non vide par Saturno e Giove, E taccian pur quante son belle e fôro.
Chi vuol veder bellezze altere e nove In cui Venere e il ciel pose ogni cura, Venga ove siete voi, né cerchi altrove. Quanto del ben quaggiù può far Natura,
Tutto convien che a vostro esemplo faccia, Ch'altro più bel non ha se a voi nol fura. Ben sa come in amor s'arde ed agghiaccia Colui che può di voi mirar sol una,
E come alma gentil tosto si allaccia. Io le miro ambedue: cruda fortuna! Non m'era assai per Flora esser nel foco, Che ad essa è giunta poi l'alma mia Luna.
Come talor mi sfaccio a poco a poco, Pensando pur chi di me tien la cima Ma stassi assisa in un medesmo loco! Se onorar più convien la fiamma prima,
Più incende il fresco foco e stringe il nodo, Come ferro novel più sega e lima. Se della prima omai cantando godo Il decimo anno, e l'altra in tempo breve
È tal vêr me ch'io la ringrazio e lodo. Se all'una sempre il mio penar fu greve, A' lunghi affanni miei l'altra oggi noia Prende e prese per me pietosa e leve.
Se l'una era cagion di festa e gioia, Ne' miglior giorni, e l'altra al tempo rio Spoglia ogni amaro che la vita annoia. Se l'una ha dentro il cor più fido e pio,
Nell'altra è sì gentil piano e cortese, Che la speranza in me vinse il desio. Se quella ond'arsi ne' suoi lumi accese Tien le faci d'Amor, son lacci e strali
Di questa i guardi onde mi punse e prese. Quella ha con Citerea le luci eguali D'ebano e perle, questa di zaffiri, E chi 'l sa, dice che le ha Palla tali.
Quella le volge in sì leggiadri giri Che 'l Sol si ferma; questa piane umìli Da colmar di dolcezza ogn'uom che miri. Quella ha i crin neri, e non gli tenga vili
Il mondo stolto, se Diana teme; Questa dorati gli ha, crespi e gentili. Flora ha le guance ch'ostro e neve insieme Sembran contesti; e Cintia latte puro
Sì bel, che sdegna se vermiglio il preme. Ogn'alto e chiaro stil fia basso e scuro A cantar de' rubini, avorio e rose Onde adorne da Amor due bocche fûro.
Vengon dall'una angeliche pietose Parole e carche di soave affetto; Liete dall'altra ognor, vaghe, amorose. Le belle e bianche man ch'ogni aspro petto
Aprir ben ponno, e con sì dolce doglia Che al mondo è nullo ogn'altro suo diletto, Han sembiante il color più ch'esser soglia Nel novo tempo tra ligustri e gigli:
Sol più vaga è di lor chi più si spoglia. Oh chi vedesse i fior bianchi e vermigli Ascosi ove il desio la mente guida! Avventuroso april se li somigli!
Non avria invidia a quel che scôrse in Ida Quante ha bellezze il ciel, donde poi venne Lungo in Argo travaglio, in Asia strida. Ma dov'e' di tre Dee l'una ritenne,
Ciprigna è questa, e quella è Citerea Direi, né mi avverria quel che li avvenne. Tempo era già che dubbio in me dicea: L'una più sempre, e l'altra più mi piacque,
Né sapea ben di me quel ch'io credea, Fin che Amor disse: L'una e l'altra nacque Ad esser del tuo cor doppio sostegno, Che ben ch'io pianga ognor, mai non mi spiacque.
Così non fossi, o belle donne, indegno D'aver colonna pur l'una di voi, Ma il vostro uman voler m'ha fatto degno. Vivete dunque, e morte i colpi suoi
Stenda sopr'altri, i giorni, i mesi e gli anni Non guastin quel che mai non torna poi. Sì che le chiome e il volto non condanni Vecchiezza inferma a rughe e tristo argento,
Gli occhi alla notte, e l'altro a mille affanni. Tu che dolce or mi dai doppio tormento, Presta al mio canto, Amor, voci sì chiare, Che Flora e Cintia in più soave accento
Senta il ciel risonar, la terra e il mare.
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