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1495–1556

ELEGIA.

Luigi Alamanni

Quando esser deve, omai dimmelo, Amore, Ch'io torni a riveder quel chiaro loco Che mi tien del suo sen chiuso di fuore? Quando gli occhi vedrò dond'uscìo il fuoco

Che m'arde tal, che mille monti e fiumi, Campagne e colli al mio fuggir son poco? O divin portamento, alti costumi, O celesti o santi atti, o bella Flora,

Ove or son vôlti i duo miei dolci lumi? Sovvien lor più di me, piangonmi ancora? Cercanmi intenti? o fidi antichi amici, Quanta in voi già pietà scòrsi io talora!

Deh perché i tempi miei lieti e felici Vôlti hai, Fortuna, in sì doglioso pianto? Son questi d'Arno i lieti colli aprici? È questo il mio terren, ch'io chiamo tanto?

È questo il nido, in cui piangendo andai Soave si, ch'io non ho invidia al canto? È qui il mio Sol, che gli amorosi rai Con tal vaghezza mi spiegò dintorno,

Ch'altro non veggio ben, né 'l penso mai? Lasso! mi sembra qui più fosco il giorno Che là le notti, u' son le nebbie chiare Più che qua il ciel quando più volge adorno.

Dai desir dolci e da speranze care, Cruda, non mi tener così lontano Tra i sospir gravi, ohimè! tra l'onde amare. Io non ti chieggio quel che 'l mondo invano

Cerca ad ognor, possanza, oro e terreno; Libertà chieggio, e 'l mio bel volto umano; Stato tranquillo e d'alma pace pieno, Ove la santa Astrea con dritta estima

Gastighi il troppo, e doni forza al meno. Monti pur chi 'l desia sopra la cima Dell'alta ruota tua per gli altrui danni, Ché a me sol basterìa quanto ebbi prima.

Io non ho invidia a chi tra mille affanni Tien mille regni, e tra le gemme e l'oro Imperla, e indora mille e mille inganni. Possegga pur chi può quanti mai fôro

Armenti, Alfeo, per le tue verdi rive, Ch'io per altro desir mi discoloro. Che di più sente chi superbo vive Ne' gran palazzi? e follemente crede

Che alla gloria ed al ben così s'arrive! Che giova altero andar di sangue e prede? E di porpora ornarsi, in cui natura Sovente all'arte sua sorella cede?

Fa men queta la vita e men sicura Il posseder quaggiù regni e ricchezze, Seme crudel d'ogni gravosa cura. Così poss'io goder l'alte bellezze

Povero, e solo a voi giocondo e caro, Flora; il mondo di poi mi fugga e sprezze. Candido giorno, o giorno lieto e chiaro Che a voi mi renderà, dolce stagione

In ch'io 'l frutto corrò leggiadro e raro; Deh! torna tosto omai, ch'è ben ragione Che trovi al mondo un lungo pianger fine. Or surge il Sol nell'Indo, or si ripone,

E talor lieti fior veston le spine.

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