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1495–1556

ELEGIA.

Luigi Alamanni

Oggi sen va per le campagne Flora; Vienne, sacrato Pan, per farle onore, Ch'altra sì bella non vedesti ancora. Né tu prender di ciò sdegno o dolore,

Vaga Siringa, ché a lei dànno il vanto Le nove Muse, le tre Grazie, e l'Ore. Ma tu, cornuto Dio, se miri alquanto Fiso costei, per nuova maraviglia

La tua zampogna ti cadrà da canto. Nascon virtù dalle infiammate ciglia, Che avrian forza tornar nel cigno Giove, E nel ghiaccio per lei foco s'appiglia.

Questa dovunque il piè leggiadro muove, Empie di frondi e fior la terra intorno, Ché primavera è seco, e verno altrove. Se spiega all'aure i crin, fa invidia al giorno;

Se in ôr gli annoda, o in bianco velo accoglie, Colma Diana di vergogna e scorno. Arde ciascun, se di sanguigne spoglie Si mostra ornata, e se di bianco e perso,

Desta ne' sassi l'amorose voglie: Nuovo Vertunno, che ad ognor converso In mille forme, in sé mille maniere Di bel mostra ad ognor vago e diverso.

Sola in fra l'altre degna è possedere Quanto porta ostro Tiro, e gemme ed oro Quant'Indo e Tago pôn dintorno avere, Quante negli odorati campi fôro

D'Arabia colte ancor radici e fronde, O de' Sabei ne' sacri riti loro. Cantate, o Muse a sua beltà seconde, Tu, Febo, a lei della tua dolce cetra.

Volgi il suon, forse disviato altronde. Quest'è colei che 'l cor mio rompe e impetra Come a lei par, né spero pur giammai Altro trovarle il suo che salda pietra,

Ma ben vederla ognor più vaga assai.

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