Ben mi credea poter senz'altra cura Lunge da quella che m'incende e strugge Menar la vita ancor queta e sicura. Or so per pruova omai, che se il piè fugge
Dai belli occhi lontan, l'alma nol segue, Ma là dove è il suo mal vaga rifugge. Come avrò dunque mai pace né tregue, Crudele amor, cagion ch'ogni mio bene
Quasi dal vento nebbia si dilegue? Viva il cor, se pur vuoi, fra guerre e pene, Né grazia o tempo mai saldi o discioglia L'alta ferita, e l'aspre sue catene.
Sol che d'esse non sia men che la soglia Cintia pietosa, e se pur esser deve, Cangia ancor vita in me, costumi e voglia. Ahi delli amanti veder tronco e breve!
Fatta è quella d'altrui che già fu mia, Né la piaga è minor, né il duol più leve. Per l'onorato don, di cui più pia Mi feste degno, pe' begli occhi, e 'l volto
Che eterno lume al cieco mondo fia; Deh! senza colpa mia non mi sia tolto Quel ch'io sol bramo, ché la pena e il duolo Che segue dopo il ben, più grave è molto.
Se vi sovvien del vero, io son quel solo Che voi dall'altre in stil non basso forse Alteramente vo levando a volo. Io fo che poi che il mortal dente morse
Il maggior Tosco, ancor Sorga e Durenza Né si lieta com'or né bella corse. Io farò forse un dì ch'Arno e Fiorenza Odio avran loro, e invidia al bel paese,
E di noi piangeran vivendo senza. Io come chiari sian farò palese Gli occhi, le chiome, il volto, a l'alma ancora Come rara, gentil, saggia e cortese.
Io sol v'esalto, ed altri, lasso! ognora Le cantate beltà tacendo gode, E il pregio ha di colui che più v'onora. Già mi pensava, ahi dura in amor frode!
Come dolce mi fia cantar con lei L'alte mie fiamme, e le sue vere lode! O me beato quattro volte e sei, Allor ch'io la vedrò lieta e pensosa
Delle bellezze sue, de' sospir miei; Talor qual fresca mattutina rosa Farsi vermiglia, e poi, qual neve suole, Imbiancando venir muta e pietosa.
Deh come i suoi begli occhi, anzi il mio Sole, Saran dolci vêr me, soavi e care Quelle ond'io vissi angeliche parole! Prenderà forse, o grazie al mondo rare!
Con quella bianca sua la rozza mano Ond'il suo nome in mille carte appare. Dir l'oso appena, in atto umile e piano Forse alla lingua che lei sola canta
Tal farà don, che ogni altro dolce è vano. Così talor pensava; or veggio quanta Ebbi anco speme, andar de' venti preda, E restar sol di lei doglia altrettanta.
Spesso sperando invan che a Bacco ceda, Cercai con dolce vin tempar mia pena, Ma divenia maggior, né fia chi il creda. Spesso ove l'onda o l'aria è più serena
Porto la vista, e dove è il verde e i fiori; Ma più si lagna e meno il pianto affrena. Spesso di giovin vaghe i dolci amori Vo ricercando, ed indi, lasso! a poco
Torno sdegnoso a' lunghi miei dolori. Quante han già detto: Come a poco a poco Ti vai struggendo! e sol con arti maghe È posta entro al tuo sen la doglia e il foco.
Così il vostro desir sempre s'appaghe, Giovin che più d'altrui pietà vi prende, Come d'ogni mio mal foste presaghe. Donna è nel mondo ch'm'attrista e incende
Con sì fero liquor, sì forti incanti, Che di Circe e Medea non più s'intende. L'erba son chiome e i duo bei lumi santi Che versan tal virtù, ch'uom che ne beva
Altro divien da quel ch'egli era innanti. I prieghi dolci, ch'udir già soleva, Fûro i suoi incanti, e quel parlar soave Da infiammar Aquilon quando più neva.
Or quel che andar mi fa doglioso e grave È che novellamente un altro veggio Dell'amato mio ben prender la chiave, Come il so certo, Amor, non pur vaneggio;
Che non sì lunge scorge occhio cerviero Com'io fo il mal che provar sempre deggio. Al futuro mio mal pronto e leggero Veggio un che spesso da lei parte, e torna
Del nuovo amante accorto messaggero. Non parla già per cui l'acute corna Mostra la Luna, o quando oscura e luce, Dove il Sol dorme, o come il dì s'aggiorna.
Lasso! colei che mi fu scorta e duce, A vano amor d'altrui, lasciando il mio, Con mille inganni, ond'io qui piango, adduce. Siati nemico il Ciel, ciascuno Dio,
O tu, che quel che già godeva in pace Furi a me per altrui fallace e rio. La 've l'ardente dì la terra sface Stia sempre ignudo, o dove eterno ghiaccio
Sotto il padre Aquilon sicuro giace. Stia saldo ad ogni membro avvolto un laccio Qual Prometeo, né morte o tempo possa Trarti, se non sol io, di doglia e impaccio.
Le triste Arpie le dure carni e l'ossa Paschin rabbiose, e gli avoltori il core Senza aver l'alma ria dal corpo scossa. Tu lingua audace, che sì chiaro amore
Vai disturbando, o scellerata e fera, Per cui d'ogni mio ben vivo oggi fuore, Sia dei corvi ésca da mattina a sera, E fra lor sopra te sia guerra tale,
Che nulla parte si riveggia intera. Ohimè ch'io prego, e il mio pregar che vale? Ei più che fosse mai disciolto e scarco Mentre che il bramo a lui, mi apporta il male.
Ma tu, rapace, c'hai d'Amor nel varco Da' lacci miei la bella preda tolta, Onde ten vai sì nobilmente carco, Torniti a mente, che Fortuna volta,
E che spesso in amor più ch'altri inganna Soverchia speme in vaga donna accolta. Quanto talor per corto ben s'affanna! Più che or te forse già me tenne caro
Chi ti riceve, e me lasso condanna. Or che Nettuno va tranquillo e chiaro, Spandi ogni vela al ciel, muovi contento, Spiega anco i remi, e sia del tempo avaro,
Ché spesso in questo mar si cangia il vento.
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