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1495–1556

ELEGIA.

Luigi Alamanni

Lungo il chiar'Arno al bel fiorito seggio Voi sdegnoso vêr me, tosco gentile, Bench'io qui sia lontan, sovente veggio. Lasso! vi duol che il mio amoroso stile

Vadi pari cantando e Cintia e Flora, Cintia che fu de' pensier vostri aprile. Come irato parlar v'odo io talora! Chi si pensa in amor ch'uom fido sia,

Vengalo a dire a me, che il pruovo ognora L'alma mia fiamma che m'accese pria, E quel ch'è più, da quel cui più m'affido, Tal oggi è fatta che non è più mia.

Ah dolce amico, dir non voglio infido, Ma poco forte, a che turbando vai De' miei primi pensier l'antico nido? Io 'l credo sol! ma tu per prova il sai

Ch'esser di donna privo è pena tale, Ch'esilio e povertà duol meno assai. Pensai che a colpo di novello strale Bastasse scudo di fortuna acerba,

Ma la forza d'amor più ch'altra vale. Il mio vago giardin, ch'ancor in erba Lasciai partendo, a te sol frutti e fiori, L'antico suo cultor lasciando, serba.

L'ombra stessa di voi dai vostri amori Scacciate, amanti, e sol gelosa tema Chi più saggio è di voi più sempre onori. Non severo parlar, non fede estrema

V'inganni più, ché Ippolito oggi forse, Negando, non faria sua vita scema. Beato lui che casto a morte corse; Ma chi fia che suo par nel mondo trove,

E cerchi l'Indo, Atlante, l'Austro, e l'Orse? Oggi ognun sa quanto bellezze nuove Sien dolci a posseder, come più volte In ciel n'han fatto fede Apollo e Giove.

Chi prende or le mie rose? o menti stolte! È tal, che agli occhi do credenza appena! Sì son da cara man furate e colte. Cotal dicendo per l'amata arena

Vi veggio colmo andar, caro mio Tosco, D'amico sdegno, ond'ho vergogna e pena. Quanto sia il fallo mio ben lo conosco; Ma che mi giova s'altrimenti piace

A quel fero garzon ch'è nudo e losco? Se spesso segue l'uom quel che più spiace, Voi 'l sapete in amor, che a forza tira In guerra altrui quanto più brama pace.

Ma se giust'occhio il ver cercando mira, Vedrà che fu cagion di voi pietade Se al non dritto desir l'alma sospira. Tosto ch'io scorsi qui l'alta beltade

Infra Durenza e Sorga, mi sovvenne Dell'arder vostro nella prima etade. E di lei domandar desio mi venne Qual dentro al chiaro petto spirto fosse,

Che sì duro con voi gran tempo il tenne. E il fei pregando; onde le guance rosse Vidi, né mai vergogna fu più bella. Ridendo poi dolci parole mosse:

Il destin biasmi e la sua fera stella Che tal l'han fatto, il nostro fido amico Che or me, senza ragion, crudele appella. Benché affannato e d'ogni ben mendico,

Se non sementa ed ara, a torto duolsi L'avaro zappator, del campo aprico. Se da lui pianto o duol soverchio volsi Ei già sel vide, e con che lieto sguardo,

Non senza invidia altrui, talor l'accolsi. Ma non sapea che convien tigre o pardo Alle prede d'amor, dov'ei di ghiaccio Quasi avvinto animal, fu pigro e tardo.

E giammai non mi porse appresso il laccio Ch'io 'l disciogliessi; ma se ciò mi spiacque, Pensil seco chi vuol, ch'io pur lo taccio. Or tu, se dubbio alcun dentro ti nacque

Ch'io crudel fossi mai, da te lo spoglia, Se non ti spiace or qui chi là ti piacque. Deh! perché amor di me te non invoglia, Ché allor sapresti ben s'io fui pietosa

E son più qui, che al vostro nido soglia. E in vista fatta qual vermiglia rosa, Gli ardenti detti suoi rivolse in gioco Dipartendo da me vaga e gioiosa.

Chi non sa che sian dardi, lacci e foco, L'amoroso parlar seco accogliendo Tosto il vedrebbe, ov'ogni schermo è poco. Lasso che al rimembrar m'agghiaccio e incendo!

Io restai solo allor fra morto e vivo Di dolcezza, d'amor, di speme ardendo. Quante fïate poi selvaggio e schivo Less'io negli occhi; se di noi ti caglia,

Prendi del nostro amar palma ed olivo. Questo fu il colpo, a cui né piastra o maglia Non vestì Marte o fabricò Vulcano Ch'assai bastasse, cotal punge e taglia.

Non parli a voi con sì dolce atto umano Flora, ché forse con mio danno greve Sapresti allor come ogni schermo è vano. Così mi trovo al Sol fatto di neve

Per Cintia vostra; e se di ciò vi duole, Ogn'altra ho doglia intorno al cor più leve. Scusinmi i bei sembianti e le parole Perch'io me stesso e voi posi in oblio.

Ah che non può beltà, quand'ella vuole? Sal Menelao, ma più chi già morìo Non lunge al Xanto, e Filomela il sente Fuggendo l'amator sì crudo e rio.

Sol non sono al fallir, poi che sovente Nel mondo avvenne; omai pace prendete, E sia chiara al mio dir l'amica mente. Non si convien due cor dentro una rete.

Sciogliete il vostro voi, ch'io voglio in dono La vana servitù che a Cintia avete. Ma mentre ch'io lontan piango e ragiono Con Sorga, e voi nei t¢schi colli aprici

Siete, dov'ancor io con l'alma sono, Flora, che i giorni miei fe sì felici, Flora gentil, ch'è prima fiamma eletta, Non m'usurpate: al fallo degli amici.

Più si convien pietà, ch'odio e vendetta.

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