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1495–1556

ELEGIA.

Luigi Alamanni

Deh! s'hai forza nel ciel, del vero spoglia Quel che dormendo, Amor, nel sonno vidi; Ch'eterna fie cagion di pianto e doglia. O falsa opinïon, che il mondo guidi

Ne' lunghi error: o cieca gente e folle, A che ne' sogni i pensier vani affidi? Il ver, se dee venir, nol porta o tolle L'ombra notturna, e invan fa tristo o lieto

Qual truova petto uman semplice e molle. Dorme il futuro in luogo ascoso e cheto, E fuor che a quello a cui lo mostra il cielo, Velato ha il volto a tutti noi secreto.

Or ben ch'io pensi non si squarci il velo Per cotal via di nostro bene o male, Io pur pavento, Amor, e non tel celo. E qualor più di ciò tema m'assale,

Ai neri Dei che della notte han cura Mando umil preghi e spargo farro e sale. Divelli or del mio petto ogni paura, Santa Lucina, ché tal dentro puote,

Che quanto ha dolce alla trist'alma fura. E chi non temeria che delle ruote Di fortuna, com'io, nel fondo giace? Le basse piante ogni animal percote.

Già la negra stagion, che 'l mondo tace, Prendea congedo, e la vermiglia aurora Svegliava il mondo con più chiara face. Quando nel sonno la mia bella Flora

Ecco apparirmi, e non già dolce in vista, Come pria per mio ben vedea talora. Quale chi brama e cara cosa acquista, Riverente ed umil mossi vêr lei:

Perché siete, alma mia, crucciosa e trista? Ella sdegnando: Se di me non sei, Rispose, esser di te non deggio anch'io, Rotto il nodo d'amor ch'al cor avei.

Mentre meco fedel vivesti e pio, Ben ti può sovvenir quel che fui sempre, Che gli altri e me con lor posi in oblio. Me non chiamar tua più; cangiate hai tempre:

Alla tua Cintia, me lasciando, riedi, Per cui piangendo notte e dì ti stempre. Lei forse vaga e più leggiadra vedi; Ma quanta in me più fia fede e pietate,

Tosto, folle, il vedrai se non mel credi. Io son vostro e sarò, somma beltate, Fin che il ciel volge; né fortuna o loco, Né donna il potrà tôr, né lunga etate.

Così diceva; ma curando poco Ella del mio parlar, dietro si volse E disse: Io muto anch'io pensieri e foco. E con la bianca man chiamando accolse

Un giovin tal ch'invidia, odio e disdegno Il sonno e insieme lei con l'altro tolse. Così rimasi io sol di doglia pregno, E il sarò fin che il ciel non mostra chiaro

Questo esser falso, e con più certo segno. Se il mio servir vi fu dolce né caro, Non mi si toglia, ohimè, quel sommo bene Che acquistai già, ma dopo quanto amaro!

Voi non nasceste in sulle ignude arene Del crudo Ponto, né nutrita siete Sotto aspri scogli e dalle rie Sirene. Non di Scilla o Cariddi ingorda avete

Bevuto il latte, non di tigre ircana, O di chi più del nostro sangue ha sete. Ma s'altra fu da crudeltà lontana, Ben fu colei da cui veniste al mondo,

Ed anima gentil, cortese, umana. Come sapreste mai cacciar nel fondo Chi già di propria man poneste in cima Dove visse alcun dì lieto e giocondo?

Forse oggi è tal, che vanamente estima Ch'io sia d'altrui; ma se si guarda il vero, Io son vostro e sarò com'io fui prima. Non son vivendo già duro e severo,

Qual sentì Fedra il figlio di Teseo; Ma, se ben non vi par, casto è il pensiero. Poscia che Amor di voi, Donna, mi feo, Non vider gli occhi miei cosa sì degna

Di poema chiarissimo e d'Orfeo, Com'ora è Cintia, cui bellezza segna Dopo voi prima; e venga ella a vedere Chi si tien bella e del mio dir si sdegna.

In qual dunque poss'io carcer tenere Chiusa la vista? o come armato il core, Ch'ella vince ogni luce, ogn'alma fere? Ben si dee perdonar, ch'è breve errore,

S'io l'amo alquanto, e del mio petto alcuna Parte talor per lei m'incende Amore. Sappiate pur, che sorte o chiara o bruna Non potrà mai, né il ciel, far che non sia

Flora il Sol de' miei dì, Cintia la Luna. Dunque, o Flora gentil, cui fida e pia (Nomi onorati) ne' miei detti appello, Non menta al dir di voi la penna mia.

Per creder ch'io lontan viva e rubello, Non vi manchi d'amor quel primo affetto, Che il ben che avete in voi mostra più bello. Voi, dolce amica, che il suo freddo petto

Per me pregando già scaldaste, tale Che lungo tempo fui felice detto; Avrò dentro del cor fisso immortale Il vostro oprar per noi tanto cortese,

Ch'altra il ciel cortesia non vide eguale. Deh! come in lei per noi fiamma s'accese, Così quanto il cangiar vergogna apporte, S'ella per sé nol sa, le sia palese.

Vassi al piacer per larghe strade e corte, Ed è dolce al gustar, ma poco poi Di penitenza è pien, d'ira e di morte. Io non l'oserei dir, ditegliel voi,

Che tal peccato che in me nullo appare, Tutto il mondo il vedrà negli occhi suoi. Quasi in un punto si vedrà cangiare Le chiome e 'l volto, e la vecchiezza stanca

Far fosche in un sol dì le luci chiare. Il peccar più che il lungo tempo imbianca; Cotal s'aspetta aver vendetta e pena A bella che in amor di fede manca.

Vecchia poi siede e di vergogna piena, Curva traendo alla rocca la chioma, Il mondo ha in odio, e sé stessa ama appena. I giovin vaghi, O vil di morte soma,

Dicon schernendo lei ben drittamente, Or l'antico fallir si purga e doma. Amor cruccioso in lei dice sovente: Simil donna, e maggior, s'aspetti doglia,

Che sa spesso cangiar fortuna e mente. Ma tanta ira in altrui, Giove, s'accoglia: Viva pur Flora, il fior dell'altre belle, Chiaro esemplo d'amor, né mai si scioglia

Fin che avran sole i dì, le notti stelle.

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