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1495–1556

ELEGIA.

Luigi Alamanni

Flora, il sommo valor, l'invitto onore Del tuo nome gentil, Ciprigna Dea, Donna del terzo ciel, madre d'amore; Flora, ch'or fa sembrar men grave e rea

Al t¢sco fiume ogni sua sorte acerba; Come a tempi miglior beato il fea; Quella, che quante ha il ciel bellezze serba; Quella, che ha più virtù dentro al suo petto

Che il più leggiadro april fioretti ed erba. Quella, da poi ch'ogn'alto suo diletto Le involò 'l ciel, che 'l suo più chiaro amante Ha lungamente a' suoi desir disdetto;

Me speglio antico, che l'altere e sante Beltà sue le mostrava, amico e caro, Al santo volto tuo pone oggi avante. Né più i begli occhi (poi che il mondo avaro

Le fu d'ogni suo ben) cura ella omai Di mirar nel mio sen tranquillo e chiaro. Te sommo Sol degli amorosi rai Prega che 'l voto suo cortese prenda,

S'amor, bellezze e fe pregiasti mai: E a lui, per cui convien più l'alma incenda Quanto più sta lontan, tal porga aita; Prega umìl poi, che nulla mai l'offenda.

L'onesta voglia sua tosto compita Sia quanto brama, e sol noia gli porga L'esser lunge da lei, che fu sua vita. E tal sia sempre, che Durenza e Sorga

Non gli aggradin più là, ch'Arno e Mugnone; Né di novello amor desio gli sorga. E del suo dipartir l'empia cagione Tosto si spegna, affinché veggia il mondo,

Che la forza non può contr'a ragione. Prendi, o lume d'amor sacro e giocondo, Questo onorato dono; e il ciel poi sia Teco oggi insieme al suo bramar secondo.

Oh qual più dolce sorte era la mia! E sia con pace tua, Venere bella, S'io parlo appien quanto mio cor disia. Tu sei somma beltà; tu, Dea, sei quella

Cui più di tutte il sommo Olimpo onora; Tal virtù vien dalla tua vaga stella. Ma quando mi sovvien ch'io lascio Flora, Quasi in odio mi vien la terza luce,

Cipro, Pafo, Citera, e chi gli adora; Quantunque io speri andar là dove luce L'alta corona, o dove fur le chiome Poste a Boote per eterno duce.

So ben che 'l ciel per te, Ciprigna, come Or sostien d'Arianna e Berenice, Vorrà di Flora aver più dolci some. Oh quanti altri sarian ch'oggi felice

Chiamerian l'esser mio, pensando avere Sede chiara, immortal, che a pochi lice! E sopra il dorso suo sempre vedere Le vestigie calcar d'Apollo e Giove,

E di tutte con lor le sante schiere, Dolce specchiando le celesti e nuove Bellezze di Giunon, di Palla insieme, E di te, Dea, donde ogni grazia piove.

Ma che mi giova, ohimè! se più mi preme Desio di Flora, che di star con voi, Con voi, che 'l ciel sostiene, inchina e teme? Amico albergo, ove i begli occhi suoi

La bella donna in me fermò sovente, Te sol vorrei, né mi cal d'altro poi. Ben sai come venia già dolcemente A consigliar le sue bellezze meco,

Ch'esser mai non dovran per nome spente. Quante fïate ripensando seco Al fido amante suo, lieta mi disse: Foss'io sì bella poi com'or son teco!

Quante tenendo in me le luci fisse, Or questo in fronte, or quel cangiando giva, Né scerner sapea ben qual più gradisse! Quante a se stessa non piacendo schiva

Guastar vid'io quel ch'avea prima adorno, Ed a me pur piacea più d'altra diva! Ma s'era mai per mia ventura un giorno, Che avesse in grado l'alta sua beltate,

Come allor lieta m'abbracciava intorno! Che dolci baci, in che soavi, ornate Parole mi rendea grazie immortali! O chiaro tempo andato, ore beate!

Ben s'accorgea, che i tuoi pungenti strali Più che d'altronde dolorose prede Fean da' begli occhi, cui non vedi eguali. Cieco è colui che follemente crede,

Che vaga donna onesta apprezzi poco Quella cara beltà, ch'ella possiede. Né pensi alcun ch'ella si prenda in gioco L'alte sue lodi, e ch'ogni ardente sguardo

Non trovi in cor gentil pietoso loco. L'occhio presto al vedere, al volger tardo, Scorge ben tutto, e 'l saggio orecchio intento A quanto uom di lui parla ha sol riguardo.

Oh come meco già lieto e contento L'almo mio Sol tornando al chiuso albergo, Ragionò tal, ch'ancor lo veggio e sento! Tu benedetto ond'io mi specchio e tergo,

Poi ch'ogn'alma gentil di me s'accende, E del mio nome tante carte vergo. Ché tale oggi a cantar mie lodi spende, Che malgrado di voi, vecchiezza e morte,

Questa vita immortal da voi difende. Così del chiuso cor m'apria le porte, A me parlando quel ch'altrui si tace, Fin che mi fe cangiar signore e sorte.

Ma chi il potria fuggir, se a quella piace, Che non gli amanti pur, ma l'aria e l'onde Pon, quando più le aggrada, in guerra e in pace? Già la vid'io seccar l'erba e le fronde

Talor con l'ira, e poi con dolce riso Fiorir le piagge quand'april s'asconde. Pianger dunque poss'io d'andar diviso (Ma negar, lasso! no, poich'ella vuole)

Dall'angelico sguardo e dolce viso. Parto a forza da voi, vivo mio Sole; Io parto a forza, per voi stessa il giuro, Per voi stessa, onde il ciel m'aggrava, e duole.

Ma se tosto il cammin piano e sicuro Vi mostri Amor, tornando quello in breve Per cui l'ombra v'è chiara, e il giorno oscuro; S'al mio lungo servir grazia si deve,

Alto volgendo le due luci chiare, Talor non siavi il voi mostrarmi greve. Drizzate il volto, ove Ciprigna appare, Ché sempre ivi starò nel grembo a lei,

Se al ciel sormonti, o se si corchi in mare. A che men vo nel regno degli Dei? Fosse or qui dov'io son più ricca spoglia! Ed io tornassi a stare ov'è colei

Che mi fe in terra dio, nel ciel m'addoglia.

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