Come schernir da voi sovente veggio, Zanobi ornato, il mio languir sì greve, Onde mercede amor cantando chieggio; Ch'io sia fra duo bei Sol fatto di neve,
Che l'alma sia con doppio nodo avvinta, Che due piaghe abbia il cor vi sembra leve. Né pietà desta in voi veder dipinta D'amoroso pallor la fronte intorno,
E di pianto e sospir bagnata e tinta. Con voi pensando, ahi degli amanti scorno! Che cotal fia profondo il nostro male, Che poca erba il risalde e in picciol giorno.
Vano è 'l nostro pensar: ché nulla vale Incanto o tempo al duol che porge amore, Che benché non ancida è pur mortale. Come ha maggior nel santo Olimpo onore
Venere e il figlio, che Saturno e Marte: Ov'è chi intenda l'alto suo valore? Non val contro a' suoi colpi ingegno ed arte, Come per pruova assai ben vide Giove,
Spesso questa cercando, e quella parte. Or perché al suo desir pace ritruove Nel chiuso albergo in breve stilla d'auro Dentro un candido sen dall'alto piove.
Or sé stesso dispoglia e veste un tauro, E con la fronte al cui sol cenno suole Tremare il ciel, l'abisso, l'Indo e 'l Mauro; Con quella istessa fronte all'ombra e al sole
Portò due corna; finché addusse in Creta Chi temendo nel mar si lagna e duole. Poi, perché lunga posa Amor gli vieta, Ritorna ascoso nelle bianche piume
La 've per Leda le sue fiamme acqueta. Sal' Teti, Egitto e il più superbo fiume Quanto d'Inaco ancor seguìo la figlia. Sal' chi perdè de' suoi cent'occhi il lume.
Tenne due giorni al Sol chiuse le ciglia Già per la bella onde poi nacque Alcide, Né pose a' suoi corsier sella né briglia. Sallo il giovin Troian che già si vide
Dall'aquila rapir lassù, dov'ora Del suo folle temer s'allegra e ride. O biondo Apollo, e pur fra noi talora Già venisti anco tu caldo nel fuoco
Che ben sai s'a ragion quaggiù s'adora. Ah, bella Dafne e cruda, a poco a poco Distruggi quel che il mondo alluma e il cielo E per te vita cangi e forma e loco.
Questi è il chiaro signor cui Delfo e Delo Vivon suggetti, e fronde e fior produce, L'aria addolcisce, e doma i venti e 'l gelo. Questi è del tempo sol termine e duce,
Degli Dei, dei mortai splendore altero, E quanta luce abbiam da questo luce. Le chiome d'òr che tante volte fêro Di lor vaga beltà invidia a Giunone,
Non ti fanno addolcir l'aspro pensiero? Quei vivi raggi, a cui qualor s'oppone Qual sia vista fra noi convien che caggia, Non ti dàn di pietà per lui ragione?
Qual virtù sopra il monte, in riva, in piaggia Erba, o fiore, o radice, o pianta serba Ei sol c'insegna, e tu gli vai selvaggia. Che giova ora al tuo mal conoscer l'erba?
Sai qual, Febo, sarìa l'erba o l'incanto? L'esser più presto tu, lei meno acerba. No questo pur dell'amoroso pianto Sentisti in terra, e ciò ben vide Admeto,
Che d'ogn'altro pastor s'usurpa il vanto. Fu spesso Marte ancor doglioso e lieto Sotto il desio d'amor, la stessa madre Non ebbe il regno suo per sempre queto.
Quella che in tutte l'opre alte e leggiadre Sol pregia castità, quella che forse Di sì sovente amar dannò già il Padre, Quella, e chi il crede? ne' tuoi lacci corse:
Amor tu 'l sai, che tante volte gioia Al caro amante suo dormendo porse. Oh come avevi il tornar desto a noia, Endimïon, come inimico t'era
Il Sole onde convien che l'ombra muoia. Là dove d'arbor sia più folta schiera, Nel più profondo sen di valle ombrosa Fuggivi il giorno ad aspettar la sera,
Quando cantasti già: Morte amorosa, Se sembri il sonno e sei di lui sorella, Deh vien, ti prego, e dammi eterna posa! Quante fïate, in ciel vinta ogni stella,
Chiudesti gli occhi ad ingannar te stesso! Ma tosto si partìa l'immagin bella. Ma chi non fu d'Amor talor oppresso? E voi il provaste pur, diletto amico,
Che meco già ne sospiraste spesso. O Silvia! a questo tal d'amor nimico Scaldate il petto più, siate men pia, E intenda poi quel che piangendo dico.
Forse che allor con voi men pregio avrìa Il divin vecchio, e il gran saggio d'Atene, E chi vien dietro per più dritta via. Ah, che sarìa l'aver, Zanobi, piene
Tante e sì dotte carte, onde s'allumi Il mondo a quel che più fra noi conviene? Ah, che sarìa quei primi alti costumi Gir descrivendo, e ritrovarne molti
Che non sepper veder gli antichi lumi? Il mostrar quanto fur dal falso sciolti Licurgo e Numa, e quanto oggi i mortali Infermi e ciechi sian nel fango accolti?
Che sarìa fabbricar così bell'ali Al t¢sco fiume, onde nel ciel salire Potrai, Fiorenza, ancor s'alquanto vali? Che allor forza sarìa gli sdegni e l'ire
Spesso addolcir con amoroso stile, E di un più basso piè l'orma seguire. Silvia non vuol, quantunque alta e gentile, Di libertà parlar, d'arme e d'impero;
Ché ogni gloria ha nel mondo e i regni a vile. Di nulla cale a femminil pensiero, Se per l'opre quaggiù dopo la morte Più bel poi viva il viver nostro altero.
Deh, se tornasse Amor dentro alla corte Del gran nostro Signor, sapreste chiaro Che convien camminar con altre scorte. Sapreste come Amor fa l'uomo avaro
Del mal suo stesso, e come è nulla o poco Che dolce sembra, e quanto poi l'amaro. Come recar convien tutt'altro in gioco Che illustra, o giova, e pur tessendo rime
Sfogar del chiuso cor la doglia e il foco. Or seguite il lavor sacro e sublime, Ch'esser dee chiaro a tutto il mondo ancora, Ch'io schivando fra i fior l'altere cime
Canterò in compagnia di Cintia e Flora.
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