Ite, o tristi pensier, ch'oggi è quel giorno In cui Flora gentil gran tempo acerba Mi mostrò il volto di pietade adorno. Venere bella, vien, ch'a te si serba
Il pregio e il canto; e tu con lei, Cupido, Cinti le fronti di fioretti e d'erba. E s'or m'è tolto al mio fiorito nido Chiamarvi, assai vi sia Sorga e Durenza
Di cui per altri ancor sentiste il grido. Non son primo né sol ch'oggi Fiorenza, E voi il sapete ben, da sé discaccia, Perché lunge i miglior si vivan senza.
Non son primo né sol che l'alma allaccia Per queste rive, e Laura e Cintia il sanno, Cintia che m'arde il cor, la lingua agghiaccia. O membranze dogliose, o lungo affanno,
Datemi or pace, ché riporta il Sole Quel giorno chiaro e bel, ch'oggi ha il sesto anno. Dolci accoglienze e sguardi, alte parole, Chiari sembianti, e vaghi atti soavi;
Pensil solo, e guarrà chi più si duole. Oh santo giorno che i miei giorni gravi Chiudesti allor con sì tranquilla sera, Che per sempre del cor perdei le chiavi!
Scendi, o madre d'amor, menando a schiera I pargoletti tuoi, le Grazie e l'Ore, E s'altra ivi è beltà celeste e vera. Scendi a far lieta al mio bel giorno onore,
Adorna come il dì che il fero Marte Senti, vaga, vêr te novello amore. Prendi il vermiglio, e sian le chiome sparte, Qual fosti allor che col tuo bello Adone
Giacesti ardendo in solitaria parte. Pur sentisti anco tu s'ha ben ragione Chi piangendo d'amor sovente duolse, E lo chiama d'error pungente sprone.
Quante fïate a' nudi prun s'avvolse Il dorato tuo crin, che ad altro intesa Givi, e con danno suo da lor si sciolse! Quante fïate già per boschi offesa
Sentì il bel piè, che pur seguìa l'amante Presso alle fere in giovanile impresa! Quante fïate ch'ei sen giva innante Dietro portasti a lui le reti e l'arco,
De' can seguendo le veloci piante! Come apprendesti ben de' cervi il varco, E qual bosco, qual colle, o pioggia fosse, Onde più d'animai si torni carco!
Come da prima fur le guance rosse Quando andar carca ti vedea Diana! Ma in breve Amore ogni vergogna scosse. Deh! come spesso essendo a lui lontana
Già vinta e stanca a te correr convenne Per monti e sassi e per la via men piana. Quanta pietade al Sol di te già venne, Ch'arder vide ai gran dì la bella fronte,
E i caldi raggi suoi per via ritenne. Non una volta fu che al chiaro fonte Il can venne assetato e turbò l'onde, Che già le mani al ber tenevi pronte.
Ah! porta in pace, benché l'ira abonde, Ché gli è Melampo al suo signor sì caro, Che dormendo fra voi talor s'asconde. Quanto si dolse il ciel che il vago e chiaro
Lume suo di beltà negletto gisse; Oh quanto a Marte fu più d'altro amaro! Quante già volte sospirando disse: Questa del terzo ciel, lasso! è la luce,
Che già dentro il mio cor suo figlio affisse. Ov'è il tuo Cipri in cui sì bella luce L'immagin tua, dov'è il Citero antico? Ahi fra' cani e per boschi Amor t'adduce!
Oh secol già felice, oh tempo amico! Più pregio avea nel mondo e fra gli Dei Un pio servo d'amor, che un cor pudico. Favola ancor nel cieco vulgo sei,
Ma del cinghial che tolse ogni tua pace Più che d'altro parlar dolore avei. Ov'or trascorri, o folle lingua audace? Taci, ché ohimè! non si rinfreschi il pianto
Per l'amara cagion che più le spiace. Scendi, o Ciprigna, e lascia il duol da canto, Ché così di lontan ti prega Flora, Flora del regno tuo la palma e 'l vanto.
Scendi, Amor, seco ove il tuo dì s'adora, Ma non sian teco i tuoi dorati strali, Ch'io temo pur la terza piaga ancora. Cintia, voi vaga, che fra noi mortali
Mostrate quanta Dio grazia ne porga, E che da gire in ciel ci ha date l'ali; Non v'incresca il passar Durenza e Sorga, Che in sul lito vicin non lunge al colle
Il pio servo fedel di qua vi scorga. Né vi sdegnate ancor se in me si tolle Flora, e per sempre, il primo eletto loco, Ch'io nol posso fuggir se Amor lo volle.
Ella del petto mio fu il primo foco, Ma voi de' miei pensier tal parte siete, Che al portarvi di par ben manca poco. Venite, ch'ore mal tranquille e liete
Non avrei senza voi, dov'oggi segna Febo quel dì che non vedrà mai Lete. Lieta con voi la primavera vegna, Che venir suole ove il bel piè si muove,
E lontana da voi restar si sdegna. Porti di frondi e fior ghirlande nove, E con sì bei color l'aprica vesta, Ch'altra simile il Sol non veggia altrove.
E per voi seguitar l'aura rivesta Il suo leggiadro april di vaga spoglia Di rubin, d'oro, e di zaffir contesta, Quanto ha di bene il ciel con voi s'accoglia,
Senno, valor, bellezza e leggiadria, Virtudi, alti costumi, e chiara voglia, Pietà, dolci sembianti, e cortesia. Oh nobil compagnia c'ha sempre seco
Ovunque va, la bella Cintia mia, Vien, chiaro altero dì, ch'oggi hai con teco La Donna che onorar dee Flora sola, E cui sola adorar dee il mondo cieco.
Vada lontan da noi chi l'alma invola A' bei pensier d'Amor, né sa per pruova Come incende, saetta, annoda, e vola. Ma se spirto gentil quaggiù si truova,
Che ogni rozzo desir da sé scacciando Solo il donna servir diletta e giova; Venga or dove noi siam dolce cantando, E sdegni, ire, dolor, pianto e sospiri
(S'esser per oggi può) deponga in bando. O Febo che allumando il mondo giri, Mostrane ogn'anno il vago dì d'aprile Lieto, scarco, tranquillo, e l'aura spiri;
E sia Flora in tal di vaga e gentile Più che mai bella, e non le porga noia Il vulgo, il mondo, il viver basso e vile. Tornile a mente quanto dolce e gioia
Sentì vivendo, il duol ponga in oblio, Verdi sian le speranze, e il timor muoia. Largo s'adempia ogn'alto suo disio, E sia sempre con lei quanto ella brama,
Quanto ella brama sia, ma sia quello io. Sia quello io sol, cui giorno e notte chiama, Come alcun tempo fe, come ancor credo, S'è vêr ch'alma gentil mai non disama.
E mentre io quinci a ria fortuna cedo, Di me pensier ma senza doglia porte, Finché (pur tosto sia) sopr'Arno riedo. E qualunque anno poi l'aurate porte
Apre l'aurora a questo dì felice, Dolce pianga in amor mia dura sorte, Seco dicendo: Ohimè! servo infelice Ove or sei lunge? e perché qui non vieni?
Ben dove tu, verrei, ma ciò non lice. Veggio i raggi del Sol chiari e sereni, L'aër più che giammai tranquillo e puro Dà segni intorno di speranza pieni.
Ridemi il ciel, né mi si mostra oscuro, E tu, madre d'Amor, tu, santo figlio, Se promettete a me, ché d'altro curo? Cintia, infra i lumi, il bianco ed il vermiglio
Così dolci pensier nell'alma accende, Che non speme maggiore altronde piglio. Già sotto Spagna il mio gran giorno scende; Vattene in pace, e non sarai più fuora
(Se quel che dee venir lassù s'intende) Ch'io sopr'Arno sarò fra Cintia e Flora.
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