Ecco Cintia da te chiamata tanto, Altero fiume, onor del terren tosco, Che torna; posa omai la doglia e 'l pianto. Dintorno all'onde tue la nebbia e 'l fosco
Dispoglin l'aure, i fior vestan le rive, Erbe i colli e le piagge, e frondi il bosco. Quante hai nel corso tuo fontane vive Prega che spendin tutte sue ricchezze
Teco in quel giorno e poi d'umor sian prive. Al nome sol dell'alte sue bellezze Tutti i fiumi vicin verranno teco; E chi fia quel che d'onorarla sprezze?
Tanti non ebbe al gran cordoglio seco Peneo quel dì, che fatta un verde alloro Pianse la figlia, sotto ombroso speco. Né sì bei fiumi ancor, né tanti fôro
A chiamar Giove già contro Fetonte Che mal seppe guidar l'alto lavoro. Tanti già lieti la cerulea fronte Non vide Teti a sé venir dintorno
Lungo il lito del mar discesi il monte. Arno mio, ben parrai Nettuno il giorno; Tanto avrai da ciascun pregio ed onore, Tornando nel tuo sen chi 'l face adorno.
Quando il saprà, dal freddo albergo fuore Verrà il padre Tirren, che forse avea Non men del suo tardar doglioso il core. Quante ha 'l mar Ninfe vaghe, e Galatea,
Verran senz'ivi aver de' monti cura, Per teco accôr questa terrena Dea. Ma come, lasse! avran tutte paura Di non perder quel dì per lei l'amante,
Per lei ch'ogni cor punge, ogn'alma fura. Gli occhi chiari guardando e 'l bel sembiante Tal troveran bellezza e leggiadria, Che di due non sapran chi vada innante.
Pallida invidia e fredda gelosia, Come in quel volto all'altre donne belle D'oprar vostro valor trovate via? Verran senz'aspettar ch'altri li appelle
I pastor toschi, i Satiri e i Silvani, Tosto che avran del suo tornar novelle. Quanti ha dintorno e prossimi e lontani Fra il Tirren, l'Apennin, la Magra e 'l Tebro,
Vedran d'Arno le rive, i monti, i piani. Portando lauro in fronte, edra e ginebro, Tutti lieti diran: dov'è colei Che men famosi fa Nilo, Indo ed Ebro?
O bella donna, pur tornata sei A render quanto avea nel mondo bene Al tuo terren che fatto nudo avei. Or gli antichi desir, le lunghe pene,
In dolce e in pace son per lui converse; Ché il perduto valor tra noi riviene. Or son bianche, vermiglie, gialle e perse Le piagge tosche, e 'l ciel puro e sereno
Più che altr'occhio mortal giammai nol scerse. Godi, Arno chiaro, c'hai dentro 'l tuo seno Tal, che schernir ben dêi tempo e fortuna, Ché il tuo lume venir non può mai meno,
Finché teco sarà sì bella Luna.
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