Chi desia d'acquistar terreno ed oro, Sia pur le notti e i giorni al caldo e al gelo Soggetto e inteso al marzïal lavoro. Aggia i sogni interrotti al nudo cielo,
Pien di cure e d'orror fra schiere armate Ove al fior dell'età si cangia il pelo. Ch'io con amor compagno e povertate Vo' starmi in pace, sol servendo a Flora
Che le mie chiavi ha in man di libertate. E benché al chiaro nido ove dimora Mi si nieghi il tornar, ch'io bramo tanto, Non fia tolto al pensier vederla ognora.
E in queste rive il mio amoroso canto Assai più troverò dolce e soave, Che molti oggi d'altrui le spoglie e il pianto. Quando il cielo è sereno, e che il mondo ave
Pace co' venti, sol fra l'erbe e i fiori Muovo il passo or veloce, or tardo e grave. E dove all'aura i suoi più larghi onori Spiega la terra, ivi mi fermo, e meco
Miro i gialli, vermigli, almi colori. Poi ripensando a Flora, ahi lasso! seco, Come or dico, vorrei vaghe ghirlande Tesser lunge dal vulgo errante e cieco.
O quei beati già che amato e grande Vider Saturno, a cui correnti i fiumi Portavan latte, e miel le querce e ghiande. Non eran varie allor leggi e costumi,
Non la falce e la scure odiosa e fera Alle campagne, ai boschi, a' prati, a' dumi. Sempre volgeva il Sol con primavera, E il ciel di spazio egual diviso intorno
Sempre avea notte e dì, mattino e sera. Non si doleva al breve o lungo giorno Del grave giogo il toro mansueto, Né dal villan temea di danno o scorno.
Il cornuto monton securo e lieto Vivea col lupo, e 'l fero uccel di Giove Era agli altri minor giocondo e queto. Non sentia nevi il ciel, non venti o piove;
Non mai nube all'aurora il bianco volto Velava, quando al dì vêr noi si muove. Era l'animo uman solingo e sciolto (Ahi raro ben) d'ogni pensiero avaro;
Ché nullo avea valor dal poco al molto. Non era, ahi lasso! ancor lodato e chiaro Chi cerca in l'altrui sangue oro e terreno, E sol più sé che tutto il mondo ha caro.
Non avea Marte il rozzo mondo pieno Del suo fero valor, né posto avea Al feroce corsier la sella e il freno. Solo il lito vicin si conoscea,
Non si aggravava il mar di merce e legni, Non da remi percosso alto fremea. Non si vedeano allor li umani ingegni Con mille insidie, a' pesci, augelli e fere
Romper la pace, e lor dolci disegni. Quel che l'alme mortali annoda e fere Non era ancor, che il mondo chiama Amore, Ma gìan di libertà le menti altere.
Or che, folle, dico io? doglia e furore Non eran già, ma senza amaro alcuno Quanto ha di dolce amor, venìa nel core. Caldo di fiamma egual sentìa ciascuno,
E d'ogni odio amoroso, sdegno e noia Era, come or di ben, voto e digiuno. Non invidia d'altrui che il mondo annoia, Non gelosi pensier, vergogna e tema
Potean d'essi minor render la gioia. Or dove ombra frondosa il terren prema, Lieti in pace giacean gli antichi amanti, Or lungo un fiume in sulla riva estrema.
Non si vedean fra lor sospiri o pianti Far fosca l'aria, e inrugiadar la fronte, Ma sol bei detti e semplici sembianti. Or si convien sotto ogni ciglio un fonte,
Mille aure di sospir, tante cagioni Sono ai pianti, ai dolor notte e dì pronte. O chiaro mondo, a cui di morso e sproni Al tuo perfetto oprar non fea mestiero,
Perché non torni? ah ciel! ché m'abbandoni? Lasso! che or vôto andrei d'ogni pensiero, E il mio bell'Arno in fra le verdi rive Mi sarìa dolce, e non selvaggio e fero.
Sarei con Flora, che lontan si vive Colma di duol per me com'io per lei Sopra le tosche sue piagge native. O qui meco cantando la vedrei
(Poiché convien cangiar Durenza ad Arno), E senza empiere il ciel di tanti omei, Non avrei sempre da chiamarla indarno.
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