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1495–1556

ELEGIA.

Luigi Alamanni

Com'è duro, ad altrui mostrando fuore Sereno il volto, aver tristizia e noia, E ne' sembianti riso, e pianto al core! Non puote uom tanto mai finger la gioia

Che 'l duol non paia, né per festa o gioco Si può tutto coprir quel che ci annoia. A che stolto piango io? pur so che poco Mi val dolermi; o tristi miei pensieri,

Deh fuggite, importuni, in altro loco. Bacco non v'ama, e i desir foschi e neri Con dolce vin da sé discaccia via, Né seco vuol ch'io curi d'oggi o d'ieri.

Quanto dannoso ogni spergiuro sia Ben tu lo sai, che già Teseo vedesti Tant'empio a te, quant'a lui fosti pia. Quanto pregando invan, lassa! piangesti

Mentre fuggir dalla deserta arena Scorgevi i legni ne' tuoi danni presti! Oh quel beato, che per l'altrui pena Schiva i perigli d'amorosa vita,

Che di Scille e Cariddi e Sirti è piena! Non v'affidate, amanti, a chi v'invita Ad esser servi, che ne' dolci sguardi Null'è più fede, che nel cielo è gita.

Siate a' prieghi di donna accorti, e tardi Ai cari baci lor, ch'io so per pruova Che quei son vivo foco, e questi dardi. E se pur chi prometta oggi si truova

Pei suoi begli occhi, e per le chiome d'oro, E Venere e Giunon chiamando a pruova, Siate allor saggi, e men crediate loro, Ché de' giuri in amor si ride Giove,

E vana preda son d'Austro e di Coro. Poi giovin colma di bellezze nuove Sovente il Ciel senza vendetta offende Ché in lei l'ira di Dio tarda si muove.

Che dunque indarno la mia lingua intende A dolersi di lei, quantunque ognora Sol di false lusinghe il core incende? Come vorrei per fin che vien l'aurora,

Cintia, con voi restar la notte intera, Né poi partirmi tutto 'l giorno ancora! O contra ogni ragion perfida e fera, Perfida, e benché a me perfida, sola

Che il mio cor sempre brama, onora e spera. Torna a me, Bacco, ché giust'ira invola Ogni dolcezza, ahimè! che tosto parte Che lunge son dalla tua santa scola.

Non s'io vedessi in più vicina parte Cintia accor lieti mille nuovi amanti, E me schernendo sol porre in disparte; Dar vorrei loco a più sospiri e pianti,

Ma star con Bacco; e Venere e Cupido Non sian più meco come fûro innanti. Quanto di me più del dover m'affido! Cintia, di quanto follemente dico

Mercè, perdon, divotamente grido. Anzi d'ogn'altro ben privo e mendico Veggia ove inonda il Nilo, o giace il Reno, A' venti, all'aria, al ciel fatto inimico;

Ch'io pensi mai nel vostro amato seno Altri scaldarsi, o d'altrui baci indegni Il bel viso macchiar vago e sereno. E se miei falli pur chiamasti degni

D'aspra vendetta, il duro ferro e 'l foco Siano a sfogar di voi l'ire e gli sdegni; Ma donando ad altrui quel molto o poco Che pur mi deste, allor tal fôra pena,

Che in Dite non avria, non ch'altro, loco. E s'alcuna fu mai di fede piena Voce amorosa, per quegli occhi giuro Che m'arser tutto, e non gli scôrsi appena,

Che il chiaro sguardo mi sia torbo e scuro, E quel vago parlar piano e soave Sia sempre a molti, e a me cruccioso e duro, Se nel mondo ebbi ancor pena sì grave

Come quel giorno, ond'arrossiste alquanto, Ch'io dissi: O del mio cor catena e chiave, Ecco un che il riso mio rivolge in pianto.

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