Scendi ratto dal ciel, ché Cintia bella Qui giace inferma, o biondo Febo, omai Scendi ratto a sanar la tua sorella. Vien, prego, ratto, e tal diletto avrai
Di por la man sopra le vaghe membra, Che ti fia 'l tuo valor più caro assai. Di quella fronte ch'ostro e gigli assembra Non perda il chiaro; oimè! l'empio pallore
Non furi il bel, s'a te di noi rimembra. E quanto abbiam per lei doglia e timore, Portin nel mar le rapid'onde e il vento, E seco in compagnia ritorni Amore.
Vien, santo Apollo, a sua salute intento, E le radici, e l'erbe, e i fior sian teco, Che tolgon da' mortai noia e tormento, E me che vivo in lei, che morrò seco,
Che mille voti al ciel prometto l'ora, Leva dal pianto ond'io vo stanco e cieco. Tu sei cagion che intiepidisci l'ôra, O bel monton frisseo, tra il caldo e 'l verno,
Che ardendo, algendo così langue ognora. Ma che dico io? chi volge il mondo eterno, La superba beltà punir vuol forse, C'ha il ciel, la terra, e mille amanti a scherno.
Forse talor la vaga lingua scorse Qui non trovando a sua chiarezza pare Di quant'altra è là su davanti a porse. Forse hai sentito già da lei biasmare,
Alta donna di Giove, il tuo bel viso, Lodando il suo che più celeste appare. Forse mirando sé, nuovo Narciso, Disse a Palla d'aver più bei zaffiri,
Con più liete ombre di vaghezza e riso. Forse già disse, quanta grazia spiri, Esser con lei Ciprigna o nulla o poco, Qualor più dolce parli, o canti o miri.
Voi, giovin belle, perché lacci e foco Non può, lasso! schivar chi v'ode o vede, Non pur noi, ma gli Dei prendete in gioco: L'esser crude in altrui, non servar fede,
Spregiar chi v'ama, vi spaventa e muove, Quasi l'aure Appennin che a nulla cede. Egli è ben ver che in ciel perdona Giove Spesso i lor falli all'amorose e vaghe;
Pur poi l'ira lassù talvolta piove. O re del ciel, deh fa' che Cintia appaghe Quanto ancor peccò mai con altra pena; Porti per me com'io d'amor due piaghe.
O lieta fronte candida e serena, Voi per troppo mirar vostra beltate, Colma siete di duol, di sdegno piena. Ma breve giorno andrà, che in voi tornate
Vedrem le grazie e le vermiglie rose, Ché delle belle e pie Morte ha pietate. Come in sì chiaro vel tale alma ascose Per poi squarciarlo in sul fiorir degli anni
Chi sì gran cura in fabricarlo pose? Ma siavi a mente poi, quanto s'inganni Donna che sia di sue bellezze avara, Donando altrui servir mercè d'affanni.
Sovente alma gentil fallendo impara: Or ben saprete voi ch'un mese, un giorno Vi può cosa furar, ch'è tanto cara. Quanto più d'umiltà fia sempre adorno
Quel dolce lume, in cui talor si vide Far orgoglio a più d'un, temenza e scorno. Siate pur lieti voi che le sue fide Stelle seguite in amoroso legno,
Ch'oggi i crudi pensier pietosa ancide. Or non andran più seco ira né sdegno, Ma con beltà virtude e leggiadria, Ha di lei cortesia partito il regno.
Nessun più la vedrà che dolce e pia: Ella d'esser cotal promette al cielo; Amor giura per lei che così fia. Vien dunque, vienne omai, signor di Delo,
Poi che del suo fallir si scusa e pente; E rendi all'esser suo l'altero velo. Non con lei salverai lei solamente, Ché sola val più di tutte altre insieme,
Ma quanta è di virtù leggiadra gente. Non senti tu che piange il mondo, e teme Di non restar della sua donna privo, L'aer s'affosca, e 'l mar la terra geme?
Venere e 'l figlio suo qui bello e vivo. Pregan quel lume onde 'l suo lume luce. Versando di dolor dagli occhi un rivo. Quando vedrai de' gentil cor la Duce
Renderne tutta umil grazie immortali, Adorna e vaga alla tua santa luce? E di te lodi dir cotante e tali, Così dolce cantando, e con tai note,
Che Giove ancor non ha sentite uguali? O cortesi parole, alte e devote; Ben, Febo, allor fra tutti gli altri Dei Non saran l'arti tue d'invidia vote.
Conterà poi, con che soavi omei! Le passate fatiche ad una ad una, E l'ore men dubbiose e i giorni rei. Deh come tremerò nel cor, ciascuna
Volta ch'io sentirò sì gran periglio, E pietosa e crudel dirò Fortuna! Volgi, o Morte, da lei l'acuto artiglio, Ché non è tempo ancor di tanta preda
Caggia nel verno, e non d'aprile il giglio, O Pluton fero a cui convien che ceda Il mondo tutto, e tu, sua santa sposa, Non avete con voi le figlie e Leda?
Non Atalanta? Fedra? e l'amorosa Casta d'Ulisse? non la bianca Tiro? Non Pasife in amor folle e bramosa? Non quante prime mai belle fioriro
In Sparta, in Roma, nell'antica Troia Che di sé ragionar tanti anni udiro? Deh! non furate al mondo ogni sua gioia, Non c'invidiate questa bella almeno,
Fin che il viver tra noi le apporti noia. Scenda ella vecchia poi nel vostro seno; Che vi fia lo indugiar venti anni o trenta, Perché il mondo non sia di doglia pieno?
O vaga Cintia mia, lieta e contenta Tosto omai ci vedrete, e bella e sana; Nulla tema o dolor per voi si senta. Al biondo Apollo, a Venere, a Diana
Porgete sacrifici e incensi ognora, Ed a me siate umìl, cortese e piana, Se qui bramate viver lungo ancora.
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