Sian lieti i cor gentil, sia lieto Amore, Ch'oggi è quel dì, che ne produsse in terra Bellezza, leggiadria, senno e valore. Oggi chi il terzo ciel chiude e disserra
Mandò quaggiù per Flora all'alme chiare Servitù desiata e dolce guerra. Quante ha dintorno ov'è sanguigno il mare Erbe, radici, odor, quante Orïente
Vide ancor gemme prezïose e rare, Or vengan tutte ove sì dolcemente Porge onor lieto al suo bel dì natale Il fior, l'aura di cui fin qui si sente.
E se aggiunge infra voi prego mortale, Vien, ch'oggi chiama te, Venere bella; Vien, se in donna gentil bellezza vale. Sia dolce e chiara l'amorosa stella
A quanto ella d'aver fra noi desia, Né più la senta a' suoi pensier rubella. Or più che fosse mai cortese e pia Giunta è Ciprigna già; narrate omai
Quanto il cor brama, o vaga donna mia. Sforza più che il desir vergogna assai: Dirò dunque io per voi quanto talora Posso ritrar dai vostri amici rai.
Per la mia lingua umìl ti prega Flora, Benigna Dea, che il suo bel t¢sco lido Dalle fere unghie altrui sia tratto fuora. E il fido servo, onde spera anco il grido
Sentir morta di sé mille e mill'anni Torni lung'Arno, al suo fiorito nido. E narrando con lui gli antichi affanni, Libertade ed amor cantando, viva
Schernendo il mondo e suoi fallaci inganni. Né mai per tempo alcun si veggia priva Com'or di lui, finché vecchiezza e morte Non riporti ambedue sull'altra riva.
E senza ivi cangiar novella sorte, Solo un sepolcro le due salme chiuda; Lieta poi monti alla celeste corte L'una e l'altr'alma del suo velo ignuda.
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