Lasciate, o Ninfe, i freschi erbosi fondi De' liquidi cristalli, e i chiari fiumi Che intorno bagnan le campagne tosche. Cercate, ahi lasse! un più doglioso albergo
Che v'inviti a doler del miser fato Del vostro Cosmo: o monti, o piagge, o colli, Non ricevete in voi venti sereni. Voi vaghe erbette, e voi già liete piante,
Omai triste spogliate i fiori e 'l verde. Pallide sian le rose, e tu, Iacinto, Descrivi entro al tuo sen doppio dolore, Poi che morto è chi fea già il mondo adorno.
Piangete, sempre omai, sorelle tosche. Candidi cigni, e voi piangenti ancora Come presso al morir dolce solete, Dite all'arene, ai sassi, ai pesci, all'onde
Che più non sentiran le chiare note Come solìen, poiché nel mondo è spento Per morte acerba il nuovo t¢sco Orfeo. Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Quel che a tutt'i pastor sì dolce e caro Mai sempre visse, più sonar non deve La sua zampogna, o sotto ombrosi rami Col suo canto addolcir l'aër d'intorno.
Muto sta il mondo, e le greggi e gli armenti Fuggon piangendo le chiare acque e l'erba. Piangete sempre omai, sorelle tosche. Pianto ha la tua partenza, almo pastore,
Il biondo Apollo, i Satiri, i Silvani, E Pan viepiù d'ogni altro a noi si dolse. Le chiare fonti e i freschi ruscelletti Rigan di pianto sì le valli e i prati
Che ben sembra, ove son, perpetuo il verno. La misera Eco entro a' cavati sassi Tacendo piange, poi che più non spera Render l'ultimo suon delle tue voci.
Gli arbor lascian cader dagli alti rami I pomi acerbi, i fior languendo stanno. Non dalle pecorelle il bianco latte Nei vasi stilla, non più l'ape avara
Aduna il dolce mèl ne' chiusi alberghi; Ché morto essendo il suo pastor più chiaro, Sol si pasce d'amaro e il dolce ha schivo. Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Non sì doglioso nei deserti lidi Degli arenosi mar piange il delfino La morta sposa, non per gli alti tetti Chiama con tal dolor Progne i suoi figli,
Non Filomela con tal duol si lagna Del folle creder suo per boschi e valli, Non tanto d'Alcïon si duol Ceice Lungo le rive amate, quanto ognora
Piangon tutti chiamando il miser Cosmo. Piangete sempre omai, sorelle tosche. Qual sì chiaro pastore ha 'l terren t¢sco, Qual tanto ornato, che por bocca ardisca
Alla zampogna tua sì ch'ella schiva D'ogni altro successor non fugga indietro, Dicendo: Ah troppo nobil fur gli spirti Che mi dier voce, ohimè, troppo fu dotta
La man che 'l mio cantar fea vario e lieto: Non mi toccar, ché omai vedova e muta Col mio primo signor voglio esser sempre? Piangete sempre omai, sorelle tosche.
La bella Galatea, che le salse onde Del mar lasciando in su le rive d'Arno Lieta più volte ad ascoltar ti venne, Sospira e piange, e con la morte duolsi
Che, furandoti al mondo, il fer Ciclopo Per sua doglia maggior riserba in vita, Onde obliando il dolce suo soggiorno Delle chiare acque, in sulle ignude arene
Solo in te richiamar si sfoga e pasce. Piangete sempre omai, sorelle tosche. Teco, o sommo pastor, son muti insieme Quei dolci versi in alto stile ornato
Onde ogni cor gentil sì lieto andava. Tristi e dogliosi i pargoletti amori, Spente le faci, e gli strai tronchi e gli archi, Ti stan dintorno, e gli onorati spirti
Spargendo rose e fior chiaman sovente. Vener porgendo al caro suo poeta Baci più dolci e lagrime più amare Che mai porgesse al morto amato Adone,
Piange or la condizion di noi mortali. Piangete sempre omai, sorelle tosche. Vie più di tutti gli altri il t¢sco fiume Ovunque passa si lamenta e duole
Del grave danno suo, dicendo: Ahi lasso! Ben piansi io con ragion, quando s'estinse Quel gran lume divin, quell'alto e sacro Mio figlio antico, a me contrario un tempo
Contra 'l dover; che in stil sì dotto e raro Cantò il cielo, e l'abisso, e i luoghi dove Si purga l'alma a gire a miglior porto. Ben con ragione ancor più d'altro piansi
Chi Laura pianse, e che in sì dolci rime Gli amorosi pensier, le fiamme ardenti Sfogò cantando, ond'oggi suona il mondo Non pur le rive mie quinci vicine;
Né molto poi con l'amata Elsa insieme Gran tempo piansi il mio diletto amico Maestro d'alto dir, che i lunghi pianti Già di Fiammetta in parlar sciolto stese,
E i dolci ragionar dei dieci giorni Sì chiari e bei che non vedran mai notte. Ma, lasso, ancor con sì dogliose voci Con sì caldi sospir non piansi alcuno,
Quanto il mio Cosmo, ohimè, la cui zampogna Pur giovinetta non m'avea men pregio Dato, che l'altrui già canuta cetra: Poi doppio duol mi reca il pensar solo
Quel che, lasso! di lui sperava il mondo. Piangete sempre omai, sorelle tosche. Le liete rose, le fresch'erbe e verdi, Le violette, i fior vermigli e i persi
Bene han la vita lor caduca e frale. Ma l'aure dolci, i Sol benigni e l'acque Rendon gli spirti lor, che d'anno in anno Tornan più che mai belli al nuovo aprile.
Ma, lassi, non virtù, regni, o tesoro A noi render potrian quest'alma luce, Ché quando morte vien, perpetuo il verno Reca, e i tempi miglior si porta via.
Eterno sonno dèi, Cosmo onorato, Dormir sotterra, mentre in altra parte Hai del tuo bene oprar vittoria e palma. Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Deh! potess'io come il buon tracio Orfeo Come il fero Tirintio, e il saggio Ulisse, Scender là dove sei nei regni oscuri. Ché a Proserpina bella e al gran Plutone
Narrando quanto il mondo oggi s'attrista Della partenza tua, forse pietosi Gli farei tal, che torneresti ancora. Ma se il soave canto e i dolci versi,
Onde vivendo altrui sì lieto festi, Tocche han laggiù le sante orecchie, vano Fôra 'l sperar, ché tanto è caro il dono Ch'io chiederei, che pur pietade stessa
Ne diverria, non ch'altri, avara e cruda. Dunque, o tristi pensier, senz'altra spene Di rivederlo mai se non vien morte Che tronchi gli anni miei gravosi e stanchi,
Sfoghiamo il duol con lagrimoso canto Lui chiamando ad ognor che non risponde. Piangete sempre omai, sorelle tosche.
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