Io men vo' gir dov'è la bella Filli, E senza il Tirsi lor le mie caprette Stien con Titiro qui dintorno al monte. Titiro, caro mio, tienne oggi cura;
Quando satolle fien, menale al fonte, Ma gu rdati all'andar, ché il becco suole Con le corna ferir chi non gli aggrada. O dolce Filli mia, che mi t'ascondi
Per questi cespi, e me soletto chiama Che a passar venga il caldo tempo teco? Ma che, lasso! parlo io? tu sempre fuggi Che non più il lupo le mie greggi al bosco.
Perché spesso di' tu ch'io non son bello, E che ho sozza la barba e torto il naso? Ben mi farai, crudel, morir di doglia. Io ti porto or dieci dorate pome
Dell'arbor che l'altr'ier ti piacque tanto, E doman poi ne avrai forse altrettante. A che mi fai così piangendo andare Nel più gran giorno quando egli arde il cielo?
Non vedi ch'ogni augel s'asconde in valle, E sotto sasso o prun fugge il lacerto? Già lo stanco messor si posa all'ombra Lieto mangiando le cipolle e l'erba
Ch'or dall'albergo suo portò Simeta. Io pur ti cerco, di sudore e fame Cotal, lasso! ripien che più non posso. E le cicale sol dintorno fanno
Al mio folle cantar gravosa scorta. Deh! prender potess'io dell'api forma, Che talor mi starei chiuso in un fiore Onde spesso ti fai ghirlanda in fronte;
E senza motto far, né batter l'ali Per non ti spaventar, deh quanti quanti Donerei dolci baci al fresco viso! Né pur dall'ago mio puntura avresti.
Or conosco io che Amor, di tigre e d'orsa Già bevve il latte intra le selve ircane, Tal mi divora il sangue, e morde il core. Ahi bella e cruda! oggi ha sei giorni appunto
Che giurato mi fu da chi 'l sapea Ch'altro più del tuo Tirsi amasti sempre. Quanto fôra il miglior s'amassi ancora Amarillide mia cui tanto amava!
Ben sei candida, o Filli, ed ella è bruna; Ma che vale il color? cade il ligustro, E la rosa d'Adon Ciprigna adorna. O dolce vita mia, perché mi schivi?
Confesso ben, che più ricco è Menalca; Ma quanto ricco è più, più certo avaro. E se nol credi, alla mia mandra vieni, E prendi pur, se vuoi, capretti o capre,
Ché al mio padre dirò che gli ebbe il lupo, E mostrerògli il pel perché mel creda. Ma 'l tuo Menalca il suo più magro agnello Non doneria, perc'ha matrigna e padre,
Dic'ei; ma il vero è poi, che avaro ha il core. Forse è più bel di me? miral ben fiso: E dimmi gli occhi suoi se han pace insieme? Forse è più forte? ancor non passa l'anno,
Che alla lutta il gettai tre volte in terra. Forse è più saggio? or le mie greggi guarda, Ché ben dirai le pecorelle sue Nulla mostrar che ignuda pelle e corna,
E da due mesi in qua n'ha dieci il lupo, E di mio sol l'altr'ier prese un capretto. Forse lui nel cantar più dotto estimi, Perch'io già seco il quarto dì di aprile
Al convito più bel di Cintia e Flora Perdei la tasca mia cantando a prova? Ma nel suo Palemon, giudice nostro, Amor più che ragion sentenza diede.
Ah! in queste valli assai più può ventura, Che virtù, che beltà, che forza, o senno. A che stimar chi gran ricchezze tiene Se non sia largo ne' bisogni altrui?
Ma che poss'io? così convien che vada. Deh! vienne, o Filli, ché al tuo nome ho fatto Una ghirlanda, ch'io non so se tale Ebbe Dïana ancor, non dico Flora.
Vien tosto, ché la chiede ognor Simeta, E l'avrà alfin, se a venir tardi molto. O madre alma d'Amor, che è quel ch'io veggio, Ch'è quel ch'io veggio là, che Filli assembra?
Ah stolto Tirsi, ell'è la querce antica Che i confin mostra tra Menalca e Mopso. Ben sei del senno fuor, che nulla scorgi Ch'esser non creda chi te sdegna e fugge.
Filli or t'è lunge, e con qualche altro forse, Del tuo duro languir si pregia e ride Mentre tu qui per lei sospiri e piangi. Omai di troppo dir la fronte duolmi,
E del mio troppo andar già stanco è il piede. Né colei m'ode, né trovar la posso. Perché tacendo vo' posarmi all'ombra Dell'alta quercia che ingannò la vista,
Finché Febo si parta, o venga Filli.
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