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1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

O Dafni, o guida di mugghianti armenti, Sai ben che del cantar porto io la palma.– E cotal Dafni a lui risposta diede. Menalca, o duce di lanose greggi,

Me non hai vinto ancor: vienne alla prova. Vuoi farne prova, e che si ponga un pregio? Pongasi un pregio, ché provar lo voglio. Che prender si potrà bastante a noi?

Io quel bianco vitello, e tu il montone. Non farò già, perché ho madrigna e padre, Ch'ogni sera al tornar contan le greggi. Che dunque al vincitor per premio avremo?

Una zampogna con bell'arte fatta Per le mie proprie man con nuove voci Cinta di cera ugual sotto e dintorno, Ch'altra forse pastor non ebbe tale:

E quel del padre mio si resti a lui. Una zampogna anch'io con nuove voci Cinta di cera ugual sotto e dintorno Che ier pur fabbricai con queste mani,

Tal che un mio dito ancor ne porta segno Ché una scheggia il ferì di queste canne. Ma chi dee giudicar fra noi la lite? Chiamiam colui che delle capre ha cura,

A cui Melampo mio pur or latrava.– Né sì tosto il chiamâr, che venne a loro Di questa alta quistion giudice eletto. Venne il principio al buon Menalca in sorte,

Che lieto incominciò con queste note. Ombrose valli, e voi chiare onde e fresche, Se di Menalca mai zampogna amaste, Fate or le greggi mie lanose e grasse

Né Dafni aggiate con l'armento a schivo. Campagne erbose, e voi fontane vive, Se di Dafni ancor mai pregiaste il canto, Fate andar lieto il mio cornuto armento,

Né vi sia il gregge di Menalca a sdegno. Ivi son frondi e fior con primavera; Ivi abbondan gli agnelli, e corre il latte, Ove vien Filli; e là dond'ella parte,

Magre tornan le greggi, e secche l'erbe. Ivi ingrassa la capra, e doppia il parto, Ivi l'api hanno il mêl, le querce ghiande, Dov'ha Flora il bel piè; dond'ella il muove

Ivi piange il pastor, l'armento plora. Gite, o mie pecorelle, a piè del monte, Là 've l'erba è più verde e 'l ciel più chiaro; E dite a Filli, se n'avesse a sdegno,

Ch'anco Febo pastor guardò le greggi. Cornuto tauro dell'armento padre, Vatten dov'Arno è più d'onore altero, E conta a Flora che Ciprigna stessa

Non schivò con Adon le selve e i prati. O Filli, o Filli, s'altrettanto pia Fossi in vêr me come tu sei crudele, Tanto a te fôra onor, che in queste valli

Non morrìa il nome tuo dopo mill'anni. O Flora, o Flora, se talor cortese Fossi a' miei prieghi come agli occhi bella, Quanto adombra Appennin, quant'Arno bagna,

Altro non s'udirìa, che Dafni e Flora. Nuoce agli armenti il vento, all'onde il luglio, Agli augelletti il visco, ai cervi il laccio, Ai giovinetti Amor. Deh Giove e Febo,

Non son solo ad amar, voi pure amaste. Dolce è zeffiro ai fior, la pioggia all'erbe, Alle capre le frondi, ai figli il latte, Ai giovinetti Amor. Deh Giove e Febo,

Non sento questo sol, voi già il provaste. Qui la fine ebbe de' duo Toschi il canto, E il giudice pastor tal disse allora: Sì chiaro vien delle tue voci il suono,

Che nullo appar di Filomena il pianto. Dafni, omai lieto le zampogne prendi, Ch'oggi d'ogni pastor t'assegno palma. E ben ti donerei più d'un capretto,

Se mi apprendessi pur due mesi almeno. Qual agnel vago che infra l'erbe scherzi, Tal pien di festa il giovinetto Dafni Dell'alta sua vittoria il segno prese.

L'altro, qual capra che gli è tolto il figlio, Sdegnoso si restò, tacendo, in doglia. Da quei dì Dafni infra i pastor fu il primo, E di più nobil Ninfa il frutto colse

Che si trovasse allor nei campi toschi.

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