Che forza ha più la nostra ria fortuna, E il nostro empio destin che puote ormai, Titiro mio? ché ben più non ci avanza Cosa grave a sentir, che morte acerba:
La qual poi che non vien, penso che fôra Più dolce assai che sì dogliosa vita. Chi vide mai dal ciel sopr'uom mortale, O caro Melibeo, cader tant'ira
Quant'or (né so perché) si sfoga in noi? In questo oscuro giorno, in questo giorno, Giorno mortal che ben con pianto eterno Scolpito mi starà nel cor mai sempre,
Compie il terz'anno, che nel ciel salìo La ben nata alma, ahimè! del nostro Cosmo, Del nostro Cosmo, ahimè! ne' cui verd'anni Spense tanta virtù spietata morte,
E noi lasciò viepiù che morti in vita. O gloria al secol nostro, o chiaro Cosmo, Deh come senza te nulla rimase Arno tuo chiaro, e il bel paese t¢sco!
Ma pur foss'ei per noi da pianger solo, Titiro mio, ché già d'un anno è il mezzo Ch'altro colpo mortal ci diè la Morte, Quando ci tolse ancor Menalca e Mopso.
Ahi perfido tiranno! ahi mostro orrendo, Che nel suo chiaro ovil sì belle greggi Vai distruggendo! e chi mai vide in terra Cosa più fera e più crudel che questa?
Segue il fero leon per campi e selve Gli armenti e i cervi perché fame il punge; Ma tu perché nel pio, nel giusto sangue La nostra patria ognor convolgi e bagni?
Ahi perfido tiranno! e di qual fera Fu il cor dentro a formar, di qual sirena Fu la voce a trar fuor l'empio consiglio Che sì nobil pastor dal mondo tolse
A cui par non fia mai, Menalca e Mopso? Anime elette, che il terrestre velo Al desir nostro pur troppo per tempo Quaggiù lasciaste, e questo aspro viaggio
Compieste (ahi destin duro!) a mezzo il giorno, Ben vedeste dal Ciel che lunghi pianti E che caldi sospir tutta smarrita Sparse al vostro partir la bella Flora.
Ella, stringendo a sé le dolci spoglie Che sì rare alme già vestir nel mondo, Dicea con alte voci: o stelle crude, Crudo ciel, che in un giorno ogni speranza
Hai levata di terra e fatta polve. Figli miei cari, or dove me lasciate? Deh come, lassa! al mio più gran bisogno Suggetta e inferma e senza voi mi veggio!
Deh chi fia più che mai con tanto amore Porga la man fedel per trarmi fuora Da sì fosca prigion, dove tant'anni Giaciuta son, che s'altra nuova aita
Tosto non vien, ben son di vita al fine? Per voi pensai veder purgate e monde Le caste membra pria, ch'or son nel fango Esposte a forza all'altrui sozze voglie
Che al ciel, non sol a me, n'è giunto il lezzo. Né pur questo non fia, ma nuova e greve Piaga mi veggio ancor del vostro sangue. Così lassa piangea la bella Flora.
Arno per non veder sì duro scempio L'antico suo viaggio indietro torse, Onde assetate lo chiamâr più volte Le rive tosche, e il gran Tirreno un tempo
L'usato suo tributo indarno chiese. Le Ninfe allor ne' più deserti campi Fuggir piangendo, e il ciel sonava intorno De' lor lamenti, i fior vedove l'erbe
Lasciaro, e l'erbe ancor nude le piagge. Ove fur pria narcisi, ove iacinti, Surgon lappole e stecchi; ogni campagna Alle sue biade, alle sue fronde i boschi
Negan l'amato umor che il verde adduce. Spirti beati, che partendo a volo Dal cieco mondo con sì chiara morte Vi feste strada a miglior vita in cielo,
Quanto gradir vi dee trovarvi in pace Da tanta guerra, e dal dubbioso mare Vedervi giunti in sì securo porto! Ciò che a noi sopra e pien di dubbio appare,
Le stelle, il Sol, le nubi, a voi si mostra Or sotto i vostri passi aperto e chiaro. Deh che larga mercè, che chiare palme Per man di quel Signor che tutto vede
Al vostro bene oprar lieti prendete! Se qui dunque gli amasti, o bella Flora, Deh! raffrena il languir, né tanta gioia Vogli col pianto tuo far meno in parte.
E tu, chiaro Arno, al già lasciato corso Drizza il piè vago, e grazie rendi al cielo Che i figli tuoi con somma gloria al mondo Toglie, e lassù gli serba a tanto bene.
Ninfe toscane, ai primi dolci canti Liete tornate, sì che monti e valli Suonin sempre per voi sì chiari nomi. Voi dolci piagge, e voi campagne e colli,
Voi vaghe piante, fiori, erbette e frondi, Liete nudrite, e i vostri chiari onori Serbate a quel sepolcro che vi chiude I duoi che sì vi fur vivendo amici.
Voi pastor t¢schi, che d'Arcadia il pregio Per costor tosto forse avrete ancora (Ché più chiare d'Alfeo fian l'onde d'Arno) Ogni fistola vostra, ogni zampogna
Suonin le lodi lor, tal che più noti Alle greggi agli armenti i fonti i prati Giammai non sian, che il buon Menalca e Mopso. E poi che avrete alle sante ossa amiche
Dato sepolcro ai lor gran merti eguale, Così scrivete al sasso che gli serra: - Mopso e Menalca, pien d'eterno onore E vivendo e morendo, han qui le spoglie,
In tutto il mondo i nomi, e l'alme in Cielo. Mentre ameranno i nudi pesci l'onde, L'alte selve i leon, le rive i cervi, L'api i dipinti fior, gli armenti i prati,
I vostri onor, le lodi, i chiari nomi Dove alberghin pastori o paschin greggi S'udiran per noi sempre, e pur non sieno A tanto alte virtù basse le voci,
E sacrifici eterni, incensi e voti Come a Cerere e Pan divoti ogni anno A voi due porgeran tutti i pastori. A quel che sfoga il suo dolor cantando
Passan veloci, ch'ei non sente, l'ore. Ecco che Apollo ad altra gente il volto Mostra partendo, e già nella spelonca Dentro ci chiama il Barbaro empio e fero
Che dal nostro cammin ne trasse a forza, E ne ritenne in questa valle oscura. Valle spietata, da deserti monti Cinta dintorno, e di costumi fieri
Ripiena, tal che il Rodano al passarte Par che si sdegni, e schivo addoppia il corso Fin che in più chiaro pian, fra men rea gente Posa, stagnando, a suo diporto il piede,
Ben chiudi or nel tuo sen duo tai pastori, Cui s'alle voglie egual fosse il potere, Sarien più lieti assai gli armenti t¢schi.
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