Fuggi, o mio gregge, il t¢sco Coridone, Che pur la tasca mi furò l'altr'ieri. Fuggite, o pecorelle; un veggio appresso, Ch'oggi furommi la zampogna al bosco.
E qual zampogna? ché pur certo il sai Come non tu né il tuo Menalca insieme Sapreste dritta in man tenerla appena. Quella che Mosso mio mi diede in dono.
Ma tu qual tasca? ché Dameta ancora Né tu vedeste mai sì fatto arnese. Quella che Dafni mi donò quel giorno Che 'l sacrificio alle sue Ninfe porse:
Tu 'l sai ben, che d'invidia ardesti allora. Se la tasca furai, sempre alle gregge Pan sia nimico; ed io, degli altri esempio, Divenga de' miei can pasto e rapina.
Ed io nei miei desir contrarie senta Le Ninfe, e goda de' miei danni il lupo S'io t'ho furata la zampogna unquanco. Oh s'io il credessi, io direi qui con teco
Di Dafni il pianto: or tu prendi un capretto, Che al più dotto cantor guadagno sia. Oggi disputa con Minerva il porco. Vedi il capretto mio, trova l'agnello.
E come d'ambi poi fia 'l pregio uguale? Sai quanto è vil delle tue capre il pelo, E quanto è bel delle mie gregge il vello. Che dunque prenderò ch'al tuo s'agguagli?
Forse vorresti il mio cornuto becco? Sia 'l capretto se vuoi; ma quinci appresso Vieni a seder, dove dolce ombra stampa Con braccia stese il sempre verde alloro.
Qui presso è 'l fonte, onde sonando stilla La più chiara acqua che la valle spanda; Qui d'erbe fresche e fior la riva è piena; Qui canta 'l grillo, né del giorno ha cura.
Io canterò; ma ben fra me mi doglio, Ch'or sì superbo mi riguardi in volto. Se ti sovvien, che nell'età novella Quanto stolto oggi sai, da me ti venne.
Ah che grazia ha talor chi bene adopra! O folli cacciator, pascete i cani Che vi divorin poi vicini al fonte. E quando fu, che m'apprendessi cosa
Che pur sia degna di nomarsi al bosco? Quando? tu 'l sai, quando per Flora ardendo Pur meco avesti de' tuoi pianti tregua. Ardea per Flora, e ben senz'altra guida,
Mi trovai tal, ch'io la ringrazio e lodo: Ma tu vien tosto, se a cantare intendi. Qui m'intend'io restar, c'ho d'ogni parte Erbe odorate, onde sen vanno a schiera
L'api di fior in fior sonando intorno. Qui son due rivi, e nei frondosi rami Dolce i dipinti augei cantan d'amore; Qui l'ombra è fresca, ove superbo il pino
Fia sibilando de' miei versi aita. Ecco io vengo ove vuoi, ch'è ben ragione: Ma chiamisi un che i nostri canti ascolti. . Vedi qui Mosso che dal bosco torna.
Posa lo incarco tuo, Mosso, da canto, E porgi al nostro dir le orecchie intente. . Questo è ben loco degnamente seggio Di sì vaghi pastor qual siete voi:
Né men conviensi, ch'un sì bello aprile Per onorar le vostre amiche note. Veggio l'erbette e i fior, che in pace stanno Con l'aure intorno, e gli augelletti e l'api
Sono in silenzio; e 'l Sol par che non muova, Per meglio udir tra voi sì dolce lite. Or cominciate, e Coridon sia primo. Il qual poscia seguir Batto non sdegni.
Io presso al fascio mio m'asseggio al verde. Più caro han me tutte le Muse insieme Che pur Calliopea non ebbe Orfeo. E Febo ama più me che ogn'altro poi,
Se ben sia Lino il suo gran figlio stesso. Venti vasetti il dì di latte colmo, E di formaggio la capanna ho piena. Capra non ho, che s'alla mandra riede
Non abbia ivi a nodrir due figli insieme. La vaga Cintia mia, la bella Flora, Tanta han pietà di me, quant'io le adoro. Silvia, or ch'io piango tra Durenza e Sorga,
Mi chiama, e 'l sente ben l'Arno e 'l Mugnone. Quante e quai già sentii dolci parole? Dicalo Amor per me, ch'io dir non l'oso. Oh come Silvia al mio partir si dolse!
Chi non pianse quel dì, fu sordo, o pietra. Ogni altro han queste due dal cor diviso, E lì sol Coridon dipinto resta. Poi ch'io divenni suo, Silvia mia bella
Non può in vista soffrir Dafni e Menalca. Han talor gelosia, talor disdegno L'una in vêr l'altra, ed io d'entrambe godo. Me sol richiama, ed io lei sola adoro.
Un sol nodo ambo noi congiunse e strinse. Io seguo pur la violetta e il giglio: Tu sol la rosa vil, ch'al bosco nasce. Anch'io pur cerco la dorata poma,
Tu la pruna selvaggia e l'aspra corna. Due tortorette e due colombe ho insieme: Quelle per Cintia fian, queste per Flora. Io due cervette leggiadrette e snelle
Per Silvia mia, se mai ritorno, ho meco. Temon le mandre i lupi; i fior, la pioggia; Gli arbori, i crudi venti: io, d'esse l'ira. Aman l'erbe l'umor, gli armenti i prati;
Le capre, il bosco: io, sola Silvia ed una. Io canto tal, che 'l Po, l'Adria, il Sebeto Forse non scherniran le gregge d'Arno. Io canto tal, ch'omai Durenza e Sorga
Confesseran dover due furti ad Arno. Il gran gallico re Francesco Primo La mia roca zampogna ascolta ed ama. Il gran gallico re Francesco Primo
Il mio rozzo cantar non ave a sdegno. O Francesco, chi t'ama, armenti e gregge Grasse più d'altri, e più lieti aggia i campi. O Francesco, a colui che al ciel ti leva,
Dian latte i fiumi, e gli aspri rovi amomo. Ninfe, che frutti e fior cogliete intorno, Guardate al serpe che v'asconde l'erba. Stolte caprette mie, tornate indietro,
Ché chi va innanzi nel torrente cade. Andianne, o pecorelle, andianne omai, Ché alla mandra tornar ne sforza il tempo. Chiama le gregge tue, cornuto duce,
Ch'or mette a' danni tuoi l'insidie il lupo. Tanta dal vostro dir dolcezza sento, Ch'io non saprei ridir chi più m'aggrada. Prenda questo l'agnel, quello il capretto.
Ed onorianne qui concordi insieme Venere bella e Silvia e Cintia e Flora; Poi prendiamo il cammin, ché 'l dì s'inchina.
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