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1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

Perché non trai la tua zampogna fuore, Titiro caro, e lungo le fredde onde Del Rodano ambedue posiamci alquanto? Tu col suon vago, ed io cantando insieme

Pur lieti passerem queste lung'ore; Ché null'altro, pens'io, può far men grave Quel duol che dentro abbiam de' nostri danni. Deh come sei con tal credenza folle!

Erba di più valor, più saldo incanto Trovar conviensi a sì profonda piaga. Questo è ben vêr; ma dove il ben s'asconde, Si dee tôrre il men reo; noi che qui siamo

In barbaro paese, in forze altrui, Che altro ne resta che ingannar noi stessi? Son due veri conforti all'infelice: L'un'rimembrarsi il tempo in cui già visse

Con maggior doglia; e l'altro, è in mente avere Se alcun vive di lui più tristo al mondo. Or questo solo è quel che più mi reca Grave a me stesso, ch'ore più dogliose

Di queste, lassi! non sentimmo unquanco. Né perch'io pensi ognor, mi torna a mente Chi passi i giorni suoi con maggior doglia. Se tu rivolgerai la mente indietro

Nel tempo andato, ancor non volge l'anno, Ch'eri vivendo in più doglioso stato, E se ben guardi a lor che son rimasi Nel bel paese ch'Arno infiora e bagna,

Vedrai men di noi lieti e mille e mille. Come fu l'esser mio tranquillo e lieto, Mentre potei le mie già ricche greggi Con Dafni insieme e con Menalca e Mopso

Muover sicuro all'apparir del giorno Pei prati toschi, ov'esse erbette e frondi Givan pascendo, io sopra il terren verde Giaceva, e con la chiara mia zampogna

Dolce facea sonar le valli intorno! Poscia cantando, la mia bella Flora Sempre chiamava; ed ella assai sovente Venìa pietosa al suon delle mie voci,

Al nuovo tempo lungo i freschi rivi, La state all'ombra, a mezzo giorno il verno. Ella con dotta man vaghe ghirlande Mi tessea lieta, ed io narrava a lei

Le sue bellezze e le mie fiamme antiche. E quante volte fui cantando a pruova Coi pastor, sempre ad onorar mi venne. E s'avvenia che amica stella o merto

Mi desse il pregio, deh con che mie lodi, Con che scherno d'altrui, di fior m'ornava. Ma s'altri avea l'onor, quanto pietosa Scusava il fallo mio! deh che conforti!

Deh che dolci parole! O venti, e come Dolce vi fu talor portarle al cielo! Poi che il Sol dipartìa, la bella mano Porgendo, mi dicea più volte addio.

Io, col piè pronto fin ch'ella il vietasse, L'ero compagno, e colla vista poi Fin dietro al monte, e col pensier poi sempre. Le greggi indi volgea vêr le chiar'onde

Del mio bello Arno, e poi drizzava il passo Al caro albergo, dove Alcippe e Filli Di lor poscia prendean la notte cura. Ivi con pomi con castagne e latte

(Che mai non mi mancò la state o il verno) Vincea la fame, e sopra fronde e giunchi Dormìa dal mondo e da me stesso sciolto, Finché tornava a richiamarne il giorno;

Né pensier se non dolce in me poteo. Ma lasso! or che gustiam se non amaro? Cosmo tolto ne fu da morte acerba Non son molti anni, e poi Menalca e Mopso

Dal tiranno crudel; noi l'empie mani Pur fuggendo viviam, che il credo appena. Ma lasciati il bel nido e i colli t¢schi, Per le fredde Alpi e le deserte valli

Gir ci convien che il Rodan parte e scende. Le liete greggi, i nostri campi colti Son d'altrui fatti; e noi poveri andiamo Cercando quel cui pensar c'era a vile.

Deh fia giammai che al bel fiorito nido Dopo un lungo voltar torniamo ancora? Come esser può che a gente iniqua e ria Sia sì chiaro terren sì lunga preda,

Sì lungo strazio? Ahi folle Melibeo, Pianta or nel colle il sempre verde ulivo, Vestil di viti, le campagne adombra Di salci e d'olmi, perché venga poi

Chi te ne spogli: ahi popol pigro e lento, Che dormi tal ché i tuoi più fidi amici Lasci perir, ché non ti desti omai? E tu, Titiro stolto, or noi beati

Pensi in tal grado, e lor, che han quella pace Che perduta piango io, miseri estimi? Ben sei non men di lui nel sonno involto. Chi dunque piangerà se giorni e notti

Non piangiam noi? che di sì chiare piagge, Di sì rari pastor, sì fidi amici Ci sentiam privi, e di sì liete greggi, E di sì dolci amor (ché acceso vivo

Non men per Silvia anch'io che tu per Flora). Ma chi noia sentì più grave al mondo Del viver nostro, allor che forse alcuno Del tutto cieco, noi beati disse?

Or l'undecima volta il dolce latte Versan le greggi, poi che a forza venne Chi ne involò la santa, lieta e vera Colma di libertà tranquilla pace.

Da indi in qua si volse in tristo amaro Ogni dolcezza nostra, e il riso in pianto, Com'or più che ancor mai si sente e vede. Chi le pie mandre nostre in guardia prende?

Non il can fido, anzi il rapace lupo Che divora i pastor, non pur le greggi. Qual fu nel mondo di pietà sì nudo Che non sol dico esilio e povertade,

Ma morte stessa non volesse insieme, Anzi che ognor veder selvagge fere Goder de' nostri le fatiche e il frutto? Ahi che stral di dolor compunge il core

De' pastor toschi, allor che veggon tale Che fu lor servo in questa valle e in quella, Reggere a suo voler gli armenti e i greggi! E malgrado di lor dal proprio albergo

Prender la vacca e l'umil pecorella, E d'esse il latte trar due volte il giorno. Poi l'agnello e il vitel (qualor più agogna La madre) discacciar per boschi e monti

Senza d'essi curar lamenti o preghi. Né i miseri giovenchi han visto appena Vestir due volte il mondo a bianco e verde, Che acerbi pur son tratti al duro giogo!

I campi che solean dal buon cultore Prender riposo, senza pace o tregua Portan d'aspra sementa il peso ogn'anno; Onde gli armenti i quai fur freschi e lieti

Più che altri mai, son or debili e infermi, Magre le greggi e i figli, il latte appena L'usato suo candor fra quei ritiene. Or son pei campi da infelice arena

E steril loglio vinti e l'orzo e il grano. Cerchi dunque chi vuol veder dappresso Quello a cui sol pensar n'ancide e strugge. Ché più vorrei sotto a quel torbo fiume

Chiuder gli spirti o dentro l'alta neve, Ch'or del t¢sco Arno in sulle verdi rive Menar mia vita, poi che vita è detta, Soffrir vergogna, ch'è ben vita a molti,

Ma di spirto gentil tormento e morte. Vedi adunque quanto è men dura sorte La nostra che non fu, quanto è men dolce Di chi lava or le greggi all'onde d'Arno.

Qui nulla cosa con sì grave salma Premer ci deve il cor, quantunque in mente Ci torni spesso ancor Menalca e Mopso. Che s'egli è vêr, siccome uom dice e crede,

Che più infelice sia chi più dappresso Sente i suoi danni o d'altrui ch'ami e cola, Piangiam chi vive or là, non quei che morte Tolti ha di tanta guerra, e in pace ha posti;

E i giorni lor per sì lodato occaso Son giunti a notte, che i lor nomi ancora Canterà il Nilo, il Reno, Ibero e Gange. Tal che a molti vedrem più volte il giorno

Di vergogna e dolor dipinto il volto, Siccome i nostri ognor giocondi e lieti. Finiam qui il piahto; e se ben Silvia e Flora Fin qua talvolta a sospirar ci muove,

Speriam, come giurato han già più volte, Ch'eterni sian gli amor, che il ciel ne impresse; E che ancor tosto al dolce nido antico Le riveggiam più che mai vaghe e belle,

E noi più che ancor mai felici e lieti. Io non saprei giammai, tal forza ha il vero, Dir contro a' detti tuoi, né posso ancora Far che talvolta io non mi doglia alquanto.

Pur così mi starò, fin che il ciel vuole, Qual chi sol brama ed altro mal non sente.

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