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1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

Ninfe che alberga l'onorata valle Che al Tirren manca e d'Apennin si parte, Cui infiora e bagna il mio bel fiume d'Arno, L'ultima pena omai meco prendete,

Poi diam silenzio alla zampogna tosca Fin che abbia ove sonar più dolci note. Cantiam piangendo il re de' buon pastori, Il nostro Admeto, ch'or lontano stassi

Più di valor che di fortuna armato, Quel che ogni cor gentil piangendo chiama Che torni a riveder le piagge amiche. Rodan, Sena, Garona, Era e Matrona,

E voi tutti altri cui circonda intorno L'Oceano, i Pirenei tra l'Alpi e 'l Reno, Ov'è il vostro signor che tanto amate? Ov'è quel buon pastor, di cui le gregge

Givan sicure, né temean la notte Il rapace pastor, né 'l giorno il lupo? Ov'è quel buon cultor, che al più gran verno Talor potè pur con la vista sola

Far le biade spigar, fiorir le piagge? Non con voi, lassi! no, com'esser suole; Non con voi, lassi! no, ché in forza altrui Fra il Tesin, l'Adda e 'l Po soletto vive.

Ahi, misero Tesin, ch'al tristo giorno Fosti presente, e che vicin vedesti La vittoria fuggir nel sen de' vinti. Quante spargesti allor lagrime, quali

Fûro i sospiri, onde di nebbia intorno Fosche tornâr le tue tranquille rive! Questo è il fido signor, che già tanti anni Chiamasti indarno che a levar venisse

Da' tuoi dolci vicin lo indegno giogo. Questo è il pastor, che non pur tu piangendo, Ma il Po, la Brenta, il Tebro, Arno e Sabeto, Han chiamato ad ognor con alte voci.

Or che vanìa la nostra antica speme, E il suo chiaro desir troncato ha 'l cielo, Che più ne resta omai che pianger sempre? E il suo nobil valor serbarsi ancora

A miglior tempo, che tornar dee forse? Non ha sempre il monton piovoso il vello; Non senza rose e fior sempre è la spina; Non senza latte ognor la pecorella;

Non senza l'aure e 'l sol sta sempre il cielo; Non senza il verde le campagne e i boschi; Non sempre irato il mar, né i fonti e i fiumi Son sempre torbi, e dal gel vinte l'acque.

Ma poi che al mondo il dolce april ritorna, Ha la gonna il monton candida e pura; Di mille gemme il prun corona intorno; Rendon liete le gregge il latte e i figli;

Desta Zefiro i fior, Febo gli scalda, S'adorna il mondo, e si riveste il bosco; Nettuno è in pace, e dal cristallo sciolti Corron d'argento i ruscelletti e i fiumi.

Ben vedrem tosto il nostro gran pastore Condur le greggi ancor più che mai lieto, S'è ver che il Ciel là su de' giusti ha cura. Tu Pan Dio nostro, o gran selvaggio Giove,

Deh fa' ch'esto pensier non caggia indarno, Se ricche vuoi veder le mandre amiche. Non senti ben come a te piange e grida Europa tutta, e quel buon germe chiede

Che più d'altro produr sa dolce il frutto? Sai pur che vien dal generoso seme Di quel che largo del suo sangue a noi Dal barbarico giogo Italia sciolse;

E se si cerca il ver, la ingiusta pianta Ch'Africa ed Asia crudelmente adombra, Non vento irato o ferro o pioggia teme, Quanto il chiaro splendor de' Gigli d'oro.

Ah! chi lunge gli tien dal caro albergo Per selve alpestri al tempestoso verno, E la dolce ombra ai desir nostri invola? Ahi! chi ti tien, quanto più largo onore

Oggi di pace avria, che già di forza! Non occultar sì prezïoso fiore Al gallico giardin, ch'è secco omai; Né il potran ristorar l'aure e la pioggia

Fin che il vedovo sen l'odor non senta. Assai ci sia fin qui del grand'Admeto Aver pianto e cantato, o Ninfe tosche, Ch'ove cresce il voler, manca la voce.

Or posi dunque la zampogna stanca; E l'aure ch'ascoltar sì intente stanno, Leve sen vadan raccontando ognora Come piangendo andrem chiamando Admeto

Quanto ei senza tornare ov'altri attende Ne terrà spenta ogni dolcezza e speme. Torniamci, o pecorelle, al nostro albergo, Ché il vespro rende le sue stelle al cielo,

E 'l notturno vapor le gregge offende.

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