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1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

Non val Circe o Medea, non erbe o incanti, Al mal che dona Amor: l'alme sorelle (Benché si chiuda alcun salire al monte) Sole ponno addolcir la pena e 'l pianto.

Talor fan queste che fuggendo sdegna L'empio Cupido; che dolcezza sente Di tal nel petto ov'ei sol mesce amaro. E ciò intendendo Polifemo il fero

Che d'ogn'altro Ciclopo il vanto avea, Allor che amor la bella Galatea Nel cor gli sculse, non gli avendo ancora Ombra di nuovo pel segnato il volto,

Solo avea questo alle sue doglie scampo. E quanto altro facea, vil fumo ed ombra Esser tutto, dicea che 'l vento porte, Tanto profonda avea d'amor la piaga.

Oh quante volte dalle piagge ombrose, Dai verdi campi, e dai fioriti colli Tornâr già stanche senza mastro e guida Sole alla mandra sua le gregge amate!

Ch'ei la sua Galatea dolce cantando Lungo il lito del mare, onde più lunge Veder potea sopr'alto scoglio assiso, Ingannava il dolor la notte e 'l giorno,

Così dicendo e sospirando insieme: O bianca Galatea che fuggi e sprezzi Chi t'ama e segue, a che ti cal sì poco Del pianger mio, perché mi meni a morte?

Candida sei più che al gelato verno L'Etna e il Pachin, ma più sdegnosa e fera Che Scilla e l'altra, benché in vista sembri Vie più che 'l nuovo agnel soave e piana.

Qualor le membra mie legate ha il sonno, Meco, e malgrado tuo, sempre dimori. Qualor le scioglie, e tu crudel ti parti Fuggendo, quasi il lupo armenti e gregge.

Quel dì fu il primo dei miei lunghi affanni Ch'io t'incontrai con la tua madre appresso, E fui del vostro andar maestro e duce. Da indi in qua, non trovo pace e tregua

Se non quanto ti veggio, e tu pur vai De' miei lunghi sospir selvaggia o schiva. Forse, che 'l fai ch'a mezzo 'l volto vedi Da l'una orecchia all'altra un ciglio solo

Che senz'altro compagno un occhio adombra? E largo il naso che alle labbra aggiunge? Ma, qual io sia, per queste piagge e monti Tante ho di gregge, che di agnelli e latte

Pover non sono estate, autunno e verno; E canto tal, come saper ben puoi, Che d'ogni altro Ciclopo io porto il vanto. Or non sai tu, crudel, che notte e giorno

Di te sol canto? e che a tuo nome guardo Due cervette gentil con quattro figli Di più fera orsa che Sicilia alberghi? Deh! vien meco, e gli avrai; lascia oggi il mare

A suo grado ferir cruccioso il lito. Più dolce meco avrai l'ombroso speco: Lauri odorati avrai, cipressi alteri, Verde amoroso mirto, edra tenace

Sotto l'ombra gentil di Bacco e Palla. Qui son chiare acque che ne manda ognora Dal suo gelato sen l'Etna frondosa. Or chi, potendo aver sì lieto albergo,

Vorrà piuttosto amar l'onda e la spuma, Lasciando tal che si consuma e strugge? Deh perché non mi fér l'ali e le squame Quali al delfin gli antichi miei parenti?

Ch'or notando nel mar la bianca mano Talor ti bacerei, se pur la fronte Mi dinegassi allor, com'or la vista. Portereti all'april gigli e viole,

Come vermiglie quando scalda il giorno, Uve all'autunno, e poi castagne il verno. Ma poi ch'esser non può, cara mia speme, Caro mio ben, più caro e dolce assai

Che l'ampia gregge mia, che l'occhio stesso, Deh! vien ti prego alla dolce ombra, vieni Là 've sarai di me maestra e donna. Vien, se cortese sei come sei bella;

Staremci il giorno in questa e in quella parte Dietro alle pecorelle all'ombra e al verde, Poi la sera trarrem premendo il latte, Di cui parte berrem, parte rappreso

Al tempo che verrà servar potrassi. Ma che dico io? l'empia tua madre avara Del tuo male e del mio vuol pur ch'io mora. Ella mi biasma ognor, di giorno in giorno

Ella fa tal ch'io mi distruggo e sfaccio. Già si avvicina il Sol di là dal colle Onde cade maggior da' monti l'ombra; L'aria e il ciel tutto si rinfresca intorno;

Già son satolle le mie gregge e stanche: Io sol non sazio di lamenti e pianto, Sento più greve il duol, più caldo 'l foco. O Polifemo, o Polifemo, o stolto,

Che nuovo van desio ti punge il core? Quanto fôra il miglior prender la falce, E portare agli agnei, che attendon, l'erba? Non seguir, non amar chi t'odia e fugge.

Cerca, ché ancor nuova altra Galatea Tra mille troverai più bella e pia.

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