Skip to content
1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

Lassi! che pur veggiam per prova omai Che dove il ciel contrasta e la fortuna, Non può ragion, virtù, né forza umana. Chi pensò mai che all'empio Ibero e al Reno

Dovesser soggiacere Arno e il Mugnone, Titiro mio, che pur de' t¢schi lidi Son la palma e l'onore, or giunti a tale Che ogni vil fiumicel li turba e frange?

Troppo a lingua mortal si disconviene Di soverchio dannar quaggiù tra noi Danno o disnor, che di lassù n'è dato, Perché colui che il fa, sol vede il fine.

Noi siam qui ciechi, e non miriam tant'alto. Soffrir n'è forza, e se non fosse questo, Cotai fuor manderei detti e sospiri Che ogn'uom pianger farei del pianto mio.

Io pur mi doglio, e mi perdoni il Cielo Ch'io non posso altro, quando io sento e veggo Sfrondato e secco il mio fiorito nido; E le rive e le piagge, i monti e i colli

Di dolcezza e d'odor ripien dintorno, Fatti oggi albergo alle rabbiose fere, Sì lorde e brutte d'innocente sangue, Che omai fino a Pluton n'è giunto il lezzo.

Dogliomi, ahi lasso! ancor ch'io resti in vita, Né fossi un di color, che avanti il padre Con più gloria che duol corresse a morte. Né so dove scamparmi possa omai

Quel picciol, magro ed affamato gregge, Che di sì ricchi pria, sì grassi armenti, Sol dai rapaci lupi oggi m'avanza. Fra i dolci campi miei restar non oso,

E dubbioso mi par l'andare altrove; Ché chi viene in timor del proprio albergo, Come può nell'altrui posar sicuro? Ben sarìa di pietà più d'altro ignudo

Chi potesse soffrir così dappresso I lunghi strazi del natio terreno; Ma tanto lunge andrem, che appena udire Si possa il ragionar dei danni nostri.

O dolce amico mio, chi sa per prova Come lo star lontan sia dura cosa, Povero e peregrin nell'altrui case, Troppo amara dirìa la vita nostra.

Qual bifolco si trova o qual pastore, Che se gli avanzin ben le biade e il latte, All'altrui povertà ne sia cortese? Chi possiede oggi assai terre e tesoro,

Quel solo è in pregio, e la virtù sbandita Dagli avari pensier negletta giace. Sai pur che tai non son le nostre gregge Che l'altrui rabbia ci ha lasciate in vita

Che ne possin nutrir la state e il verno. Però novo pensier cangiar conviene, E piuttosto restar fra tanto duolo, Che cercando così le altrui contrade

Farsi di servitù vil preda e scherno. Oltr'a quello onorato e sacro monte Onde il nivoso altissimo Appennino A divider l'Italia il corso prende,

Un sì beato giace e bel paese, Ch'oggi invidia ed onor gli porta il mondo. Dopo il ligure sen, quanto il mar bagna, Fin sotto i Pirenei stende i confini,

E lungo quei sen va, finché li trova Nell'estremo oceàn tuffare il piede. Poi volge a destra, e quanto ghiaccia il Reno, Quanto fuor mostran la canuta fronte

L'Alpi onde scese il gran Cartaginese, Col suo nome regal dintorno abbraccia. Ivi piagge, campagne, selve e colli, Son sì fiorite, apriche, erbose e verdi,

Ch'ogni tempo han le gregge agnelli e latte. Quante e quai ricche, belle onde famose Ogni sua lieta parte adorna fanno! Ivi è il rapido re degli altri fiumi

Rodan superbo, e la sua sposa umìle L'alta Garonna, l'onorata Senna, E con mille altri poi l'Era felice, Che il più bel che si trovi inonda e parte.

Ma dove lascio a dir l'altera e chiara Pura, vaga, tranquilla, alma Ceranta? Che alle poche onde sue più rende onore Il gran Nettuno assai che al Tebro e al Xanto.

O dolce Melibeo, questo è quel loco Là dove tregua mi promette spene Che doviam ritrovar sicura e vera D'ogni acerbo dolor, che l'alma ancide.

Spesso addivien, che sotto i verdi prati Ove più ricchi son di fiori e d'erbe Si vede il nido aver la serpe e l'aspe, E dentro i più frondosi e lieti boschi,

Ove più trova l'uom castagne e ghiande, Ivi il lupo e il leon talora incontra. Ben sovente veggiam che i campi aprici Di sì crudi pastor son fatti albergo,

Che avanti andrei dove più ghiaccia il cielo, O dove ancide il Sol l'erbe e le frondi: E chi nol crede, or miri i t¢schi lidi, E l'empia gente che li adduce a tale.

Come tu dica il ver, la prova il mostra Non pur fra noi, ma fra molti altri ancora, Danno eterno e disnor di questa etade. Ma spoglia ogni timor che ciò n'avvegna

Dentro il paese ch'io dipingo, e parlo. Ivi con sommo onor governa e impera Il re de' buon pastori, il grande Admeto, Di cui già tanto tra Durenza e Sorga

Il passato dolor piansi e cantai. Ivi per prati, per campagne e colli Senza il suo fido can, senz'altra guida, Posson sicuri andare armenti e gregge,

Ché il rapace pastor né il fero lupo Arditi son di riguardarli appena, Sì del giusto signor temon lo sdegno. Questo è il pastor, cui se fortuna eguale

All'alto suo valor donasse il cielo, Già le Colonne, il Nil, la Tana e il Gange Sotto l'ombra sarien de' Gigli d'oro. Chi vuol vedere onde l'esempio tôrre

Deve al lodato oprar chi regge impero, Venga questo a mirar di ch'io ragiono. Nei teneri anni suoi che il piccol piede Non ben fermo premea la terra ancora,

Di sì raro valor tai segni dava, Che empìa ciascun di maraviglia e gioia. Ivi tempo e virtù crescendo insieme, Spronando il corso suo faceano a prova

Chi di lor più con lui poggiasse in alto. Quante opre degne di memoria e lodo Fece or lunge, or presente quello, il quale Questo scettro, ch'ei tien, davanti tenne,

Troppo lungo a narrar fra noi sarìa. Poscia che aggiunse all'onorato impero, Quel che facesse trapassando il monte Che dal nostro terren Francia scompagna,

Dical l'Adda e il Tesin, che fur vicini, Ma più l'Elvezio, che allor vide come Furor contro a virtù sta poco in piede. Carco tornando poi d'ostili spoglie,

Portò il trionfo suo principi e duci, E in sì giovine età, che il vanto tolse Al Macedone antico, all'Africano, Che l'un Dario domò, l'altro Anniballe,

E in così breve andar, che ben potea Il magnanimo re, quant'altri forse, Con ragion dire: e venni e vidi e vinsi. Poi che il santo Pastor l'empia congiura

Col Tedesco e l'Ispan sì dura feo Per farsi al gregge suo lupo rapace, Quel che potea la valorosa mano Dell'ardito rettor non lungi al Reno

Troppo il sentì la belgica campagna. Ivi, al primo apparir del fero Gallo, L'ali stese a fuggir l'uccel di Giove Che per più divorar due bocche porta.

Ma che voglio io più dir? che tanto avrei Da narrar di costui, che il giorno e l'ombra Prima all'occaso fien ch'io venga al fine. Ma la fortuna, ch'è mai sempre avara

Del suo favor dove virtù si mostra, Tal sopra a lui versò sdegno e veleno Lungo 'l Tesin, che tutto il mondo poi Altro non vide mai che doglia e pianto.

Ma non seppe ella far sì, che non fosse Vie più l'onor del glorïoso vinto Che del suo vincitor, che mentre lunge Dormia posando oltra l'Ibero e il Tago,

Tale insperato ben si vide in seno: Né Marte pur, ma il biondo Apollo, e quello Che già l'occhiuto augel dormente ancise, Ogni favor dai lor più cari alberghi

Sopra il suo dì natal versaro insieme. Per qual dritto sentier convegna andare Al cammin di giustizia, e con quai passi, Lo sa vie men di lui chi più ne intese.

Dello stato civil, del regio impero Quanto mai ne parlasse Atene e Roma Così ben sa, come sappiam qui noi Quanti fa il gregge nostro agnelli e latte.

L'alte leggi, i costumi, i detti ornati Del saggio antico che divin s'appella, O del gran successor che fu nel dire Accorto più, che al suo maestro grato,

Così ben sa come qual altro mai L'Accademico stuol seguìo dappresso, O quel che andando e ragionando impara. L'altro scrittor che del famoso Ciro

L'opre e il valor sì dottamente pinse, Non men rivolge da mattina a sera Che già il grande African, che al Duce Mauro Primo mostrò che non invitto fosse,

E quanto la virtù potesse e Roma. Poi nel patrio sermon, nel lazio e t¢sco A sì chiaro parlar la lingua scioglie, Che in Atene e in Arpin fu tale appena.

Narra, insegna, conforta, affrena e muove Con tanta gravità, con tal dolcezza I suoi duci e gli eroi, l'inferma plebe All'arme, all'ozio, ove il bisogno sprona;

E taccia il vate che la Grecia onora, Che il figliuol di Laerte e il grande Atride, Vivendo oggi con lui men pregio avrieno. Poiché cessando fuor tutte altre cure,

Senza proprio disnor, senz'altrui danno, Può nell'ozio ripor la regia soma. Con le sue muse d'Elicona al fonte Così dolce talor ragiona e scrive,

Che tal si estima assai che indietro resta. Ed or che ogni altro e il bel paese gallo Per ristorare il mondo ha posto in pace, Benché noi soli abbiam da pianger sempre,

Dei sette a Tebe e di Creonte il fero Nel tragico sermon distende l'opra, Che il sofocleo coturno invidia n'aggia. Poi così caro e sì cortese accoglie

Chi vien cantando di Parnaso al monte, Che s'oggi il gran Maron tornasse in vita, O il Venosin poeta, o il Sulmonese, Augusto e Mecenate in lui vedrebbe.

E qual si sia la rozza mia zampogna, L'altr'ier davanti a lui sonando a caso, Già non gli fu, per quel ch'io vidi, a schivo. Vedi tu dunque omai se sotto l'ombra

Di sì giusta, onorata e chiara pianta Potran sicure star le gregge nostre. Alma Ceranta, che vedesti in prima Nascer fra l'onde tue sì chiaro germe,

Qual fia l'onor che ti si serba ancora? Non ha il padre Nettuno ninfa in seno, Non Anfitrite, o Teti, o Galatea, Che più del tuo venir si tenga care.

Ah se fortuna pia quaggiù concede Al mio fuso fatal più lungo corso, Sopra l'ali del ver mio basso stile Porterà il nome tuo tant'alto forse

Ch'odio e sdegno n'avran l'Ibero e il Reno. Quanto dentro sent'io diletto e gioia, Vero estimando quel che m'hai narrato! E grazie al Ciel divotamente rendo

Che l'infelice età de' giorni nostri Così colma d'error, però non lascia In quella povertà ch'io mi pensava. Anzi se vive pur sì bel tesoro,

Dirò ben, che noi qui mendici siamo; Ma che tante ricchezze han quelle parti Che l'arabico mar n'ha invidia e 'l Gange. Nuove ricchezze ancor si trova in seno,

Oltra quel che ti ho detto, il bel paese, Ch'oggi chiamar si può beato solo. Ivi è la Madre pia, che al mondo diede Con tal favor questa onorata prole,

Dell'età faticata alto restauro. Venne costei dal generoso tronco Che sì profonde tien le sue radici, Che a quella nobiltà null'altra aggiunge.

Il gran padre di lei sotto il suo impero L'allobrogo terren tenne in gran parte, Né pur l'Alpe frenò, che il corso stese Nel piè de' monti ove il Po riga i campi.

Chi vorrà di costei cantare appieno, Potrà contar quante han le notti stelle, Quanti ha fior primavera, e il mare arene. Bàstiti udirne sol, che quante mai

Fur dall'antico e dal moderno stile Onorate sin qui donne e regine, Fian poco o nulla, ove sarà il suo nome. Nel giorno amaro in cui fortuna volle

Mostrar lungo il Tesin, che il suo potere Più che umana virtù fra noi potea, Visto il mondo cangiar l'usate forme, L'onde addietro tornar verso il suo fonte,

E il ciel quasi lasciar l'antico corso; Visto colmo restar di doglia e téma Il chiaro regno suo che il buon rettore, Che troppo lunge avea, chiamava indarno;

La magnanima Donna entro il suo core Ogni materno affetto, ogni alto duolo Chiuso tenendo, l'onorata mano Al gran gallico freno ardita porse.

E quinci e quindi poi reggendo il morso Al verace sentier di sua salute, Né il German, né l'Ispan, né il gran ribelle La poteo spaventar, fin ch'ella trasse

Il sommo suo tesor di forza altrui. Poi seguitando ancor l'antica lite Dietro al danno comun l'Ibero e il Gallo, Onde già pianse il Po, Tebro e Sebeto;

Quanti re, quanti duci, e quanti Eroi Han posto intenti ogni pregar, ogn'arte Per ricovrar la già smarrita pace! Ed ogni loro oprar fu sempre indarno;

Finché costei, di tutte l'altre il pregio, Col lunge antiveder la strinse al varco Ove men si credea che fosse pace. E i maligni pensier di chi non volle,

Tutti tornâr contra 'l suo senno vani; Ch'ella ridusse alfin nel proprio albergo Il gran pegno regal d'uliva cinta. E se noi qui piangiam, forse un dì fia

Per noi sereno il ciel, tranquillo il mare, Ché i disegni lassù ci sono ascosi. Noi pur veggiam, che tutto l'altro ride Per costei sola, e si ristora in pace.

Vedesi il buon pastor sicuro e lieto Menar le gregge alle campagne, ai fiumi, Lodando il nome suo, che il fe' cotale. L'avaro zappator la terra aprica

Rivolge, e rompe, e grazie rende a lei Che il fiero predator non cura omai. Il buon nocchier, che può, qual più gli aggrada, Senza tema cercar questo e quel lido,

Narra all'onde, ai delfin le sue virtudi. Ma che più dire? in terra, in mare, in cielo Fia dell'alta Luisa il nome eterno. O felice paese, alme contrade,

Che di tanta virtù sostegno siete, Come aveste nel ciel le stelle amiche! Più non temete omai sott'ombra tale Col furor di lassù grandini e nevi,

Né di venti o di pioggia offesa alcuna. Senza cura tener d'estate o verno Le liete gregge vostre, i grassi armenti Vi daran d'ogni tempo il latte e i figli.

Così vegga i suoi dì lunghi e felici L'altera Donna, che vi ha fatti tali, Come degna sarìa d'eterna vita. Una mi resta a dir tra l'altre ancora

Del gallico terreno alta ventura, Atta ella sola a far beato il cielo. Costei che il mondo sua salute appella, Oltra il Re de' pastor quel grande Admeto,

Produsse ancor l'altissima regina, Il cui consorte, e dell'Ispan mal grado, Sopra i gran Pirenei comanda e regge. Dir non saprei di lei chi più simiglie

O la madre o 'l fratel; so ben ch'è degna Di esser suora dell'un, dell'altra figlia. Le Grazie, le Virtù, le Muse e l'Ore, Dal primo dì che questa gemma nacque,

Furon dintorno a lei la notte e il giorno. Castità, leggiadria, senno e valore Quanto il Sol gira, e quanto cinge il mare, Non troveran giammai più degno albergo.

Chi desia di veder la propria immago Di quelle antiche che già fûro in pregio, Tal che ancor oggi ne ragiona e canta Sparta, Atene, Cartagin, Roma e Troia;

Venga questa a veder, ché tutto appare Congiunto in questa che fu sparto in loro. La chiara alma gentil di questa Diva Di sì rare eccellenze ha ricco il seno,

Che a volerle narrar già stanca fôra La Grecia e il Lazio, e l'una e l'altra lira. Non lo stato regal, non quella altezza Ch'ogni grado mortal tra noi trapassa,

Dell'altrui indegnità la fanno schiva. Anzi a quanto più onor la porta il cielo, Questo spirto sovran più dolce allora Umiltà, cortesia, pietà riveste.

A quale uom veggia dalla ruota oppresso Della inimica instabile fortuna, Colma di carità la mano stende Per riportarlo a più felice stato.

Le Muse, e le virtù nude, e neglette Dal cieco mondo, che le fugge e sprezza, Han ricetto ed onor da questa sola, Tal che dall'opre lor per ogni parte

L'alte lodi di lei saranno eterne. E quel chiaro terren dov'ella nacque, A Creta, a Delo, a Cipro il pregio invola. L'Etiopia, l'Arabia, il Perso e l'Indo

Han smeraldi, rubin, zaffiri e perle: La Francia ha fatta questa gemma sola. Ma mentre ch'ella avrà tal Margherita, Ceda Etiopia, Arabia, il Perso e l'Indo.

Viva ella adunque, e non le noccia unquanco Tempo avaro, fortuna, e il ciel cruccioso: Questa unica de' buon fida colonna E di quanto è lassù perpetuo esempio.

Io rendo grazie al ciel, che pur riserva A' suoi cari pastor qualche soccorso, Poich'è sì ricco il buon paese gallo. Le Dee, le Ninfe, i Satiri, i Silvani

Tutti saran, dove sta il grande Admeto Con quelle due che di', ché udir mi sembra L'una l'alma Giunon, l'altra Minerva. Andrem là dunque, ché ne scorge il cielo.

Ma ritorniamci ormai ne' nostri alberghi, Ché già la notte le campagne imbruna. E tu pur dêi saper che in questi colli E fra genti cotai le nostre gregge

Posson sicure star di giorno appena.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
EGLOGA. · Luigi Alamanni · Poetry Cove