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1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

Muse, che un tempo in Siracusa e Manto Tal chiaro aveste onor che luce ancora Né mancar dee, se non col mondo insieme, Non v'incresca il tornar fra l'onde l'Arno

Non forse indegno accompagnarsi un giorno All'onorato Mincio, al dotto Alfeo; Non v'incresca il tornar, ch'oggi altro nome Ch'Amarillide, Filli, Tirsi e Mopso

Cantar convien la mia zampogna tosca. Il buon Doria cantiam, quello alto germe Delle cui frondi odor non sento io solo, Ma le Colonne, il Nil, la Tana e il Gange.

O liguro terren, se 'l tuo giardino Create avesse ancor due piante tali, Come al sommo d'onor montato avrebbe! Or non vedesti far bosco selvaggio

Il suo bel nido alle rabbiose fere Per le spelonche d'Occidente nate? Né de' tuoi figli incrudelir le voglie Tanto in fra lor, ch'ogni vicina riva

Del nostro impoverir divenga altera? Ah se scorgessi il puro alto pensiero Del mio gran Doria, ben vedresti in esso Tanto ardente desir di trar da morte

La patria afflitta, che non è sì pronto Contra il lupo vicin pastor cortese Quanto ei sempre sarìa con chi l'aggreva. Tu sai ben, se più d'un che carco andasse

Delle tue spoglie a riposarsi al nido, Dal tuo vendicator nol fe securo Preda o vittoria, che quant'hai vergogna Quanto hai di danno, ognor di ferro cinto

Piange non men che tu la notte e il giorno. Né sente pur quanto è il suo gran valore Beti, Ebro, e Tago, e Catalogna infida Che aver troppo vicin la Francia duolsi:

Ma il torrido African sovente il prova Che quanto noi l'amiam, tanto ei lo teme. Quanti rapaci legni in fondo a Teti Stan per sua man di barbari pirati?

Quanti ne son del buon sangue latino Per sua man tratti dall'ingiuste forze Contro a cui fuorch'ei sol null'altro vale? Quanti morti e prigion! quante arme e spoglie

Rendon chiari i trofei del nostro duce! Ben sa Nettuno, che le sante insegne Di chi il gregge cristian pascer dovrebbe Vide alle man dei Can gir preda e scherno,

Né molto dopo all'onorata impresa Vide accinger colui ch'io canto e pregio, Che con tanto valor vermiglio il mare Fece restar dello spietato sangue,

Fin che colmo d'onor vêr noi ritrasse Il perduto vessillo, e l'empio duce Per tema e duol con volontaria morte Esca ai mostri marin se stesso offerse.

Così non men per l'onorate braccia Ch'Amfitrite a partir la terra porse Suona or del Doria il glorïoso nome, Che già del gran Roman che corse e vinse

Solo in quaranta dì gli estremi lidi E dai crudi corsar purgati feo. Come or varcando in questa parte e in quella Il navigante che secur si trova,

Dio ringraziando, eternamente loda Doria, al cui gran valor s'apre ogni strada! Quanto più lieti i regal Gigli d'oro Nella invitta sua man che altrove stanno!

Giammai non dier le glorïose spalle Agl'inimici suoi dov'ebber lui, Che ben per prova il san molti, e l'Ispano, Che nel liguro mar, nel mar de' Galli

Più di un duce lasciâr, più di una nave. Sallo Provenza ancor, che forse avrebbe Oggi nel suo terren l'uccel di Giove, Se non era l'ardir, la forza e 'l senno,

E il lunge antiveder di ch'io ragiono. Ma che dirà chi insieme aggiunte trova Con virtù tanta in lui tanto alta fede, Che non più n'ebbe il grande Attilio a Roma?

Non come i più da quella parte inclina Che ha miglior sorte, anzi più pregia ed ama Chi preme i vincitor, chi leva i vinti. O gran Gallico Re, ben dêi saperlo

Quanto or più segua le tue insegne oppresse, Che al tempo già che il ciel parea temerle! Non quante in terra e in mar son gemme ed oro, Non Dario e Creso ancor piegar potrìa

La chiara integrità di sì bell'alma. Solo ha in pregio virtù, ricchezza a scherno, Se non quanto de' buon sostegno sia. Largo sempre in altrui, parco in sé stesso,

Tal che Fabrizio pur men lode avrebbe. Venere e Bacco altro più gran nemico Non han che questo sol; le perle e l'ostro, I drappi peregrin, le vesti aurate,

Stanno più lunge a lui che al ghiaccio Febo; Ch'ei più non vuol che la natura chieggia. Ma fuor del vulgo saggiamente apprezza Non pompe usar, ma dominar chi l'usa.

Questo è colui che alzar nel ciel dovete Tanto co' versi ognor quant'ei coll'opre, Sì che sudar convien, sorelle tosche. Voi d'Italia splendor, gloria a' dì nostri,

Del possente Nettuno invitto duce, Doria, omai lieto al chiaro corso andate Fin ch'io trovi al cantar più degna cetra.

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