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1495–1556

EGLOGA.

Luigi Alamanni

Oh di nostro sperar contrario effetto! È però, Mopso, ver che spenta sia Nel dì che più splendea sì bella luce? Non so, Titiro mio, che dir tu voglia,

Ché già tre giorni son, che monti e valli Fûro il mio albergo, che a cercar son ito Questo bianco vitel fuggito a Tirsi, E dopo un lungo andar tra doglia e tema

Pur lo trovai staman, che sotto un pino Si stava a rugumar soletto all'ombra. Ma che luce di' tu che piangi spenta? La bella Galatea l'alma ha nel cielo,

E l'alta sua beltà sotterra giace. Morta adunque è la bella Galatea? La bella Galatea n'ha tolta morte; Quella che nacque al bel fiorito nido

Del suo chiaro Arno in sulla destra riva, Non lunge al ponte che più presso scorge Febo salir quando ci apporta il giorno; Quella che i cor gentil già in dubbio tenne

Qual ella fosse più tra casta e bella; Quella che al sangue suo quanto altro chiaro Giunse pien d'onestà sì ricco fregio Di senno e leggiadria, ch'esemplo eterno

Fia di chi intende al glorïoso varco; Quella che dietro a sé lunge traeva Gli arbor, le fere, i boschi, i monti e i sassi Col guardo sol, più che col canto Orfeo;

Quella che al tempo suo fu cerca sposa Da quanti avea pastor la terra tosca. Ma quanta più virtù che sorte avesse, Non molto appresso alle seconde nozze

L'acerbo suo partir ne faccia fede. Oh fallaci desir di noi mortali! Nulla al Ciel chiese che al suo sangue erede; Né sapea, lassa! ch'ogni lungo indugio

Era indugio al morir che ratto venne. Deh! perché non più pia, casta Lucina, La man porgesti al periglioso parto? Forse per tôrla a chi ne fosse indegno

E riportar le sue bellezze al cielo? Morta è dunque la bella Galatea! Quanto or men ricco andrai, bel fiume d'Arno, Poi che t'ha il Ciel sì cara gemma tolta!

Quanto or men pregio avrai, bel nido tosco, Poiché non v'è l'aurata tua Fenice! Quanto or s'abbassa il tuo bel regno, Amore, Poi che la tua colonna ha tronca morte!

Piangiam, Titiro mio, ch'è ben ragione. E senza aver dal nostro canto onore, Non si parta or da noi Ninfa sì bella, Ché ben ne aiuteran le muse tosche.

La bella Galatea del mondo sciolta, Renduta ha l'alma a chi quaggiù la diede. Silvan, Satiri, Fauni, e pastor toschi, Tanto aggiate dolor, quant'ha il ciel gioia.

La bella Galatea sotterra ha poste Le chiare membra, e le lucenti stelle. Muse, Naiadi, Oreadi, e Napee, Quant'ella ebbe valor, voi doglia aggiate.

La bella Galatea, quant'è beltade Involò al cielo, e morte or lei ne invola. Arbusti, piante, frondi, erbette e fiori, Com'ella il mondo, e voi lasciate il verde.

La bella Galatea, ciò che oggi spira, Qual vivendo allegrò, morendo attrista. Fere, augelletti, pesci, armenti e greggi, Tanto or piangete, quanto foste lieti.

Come al volger vid'io de' santi lumi Riderle intorno il ciel, quetarsi i venti, Vestirsi il cor gentil d'alti pensieri! Venga chi 'l sa, com'io, per farle onore.

Come al muover vid'io del vago piede Seguir le Grazie i glorïosi passi, Adornando il terren di gigli e rose! Venga chi 'l sa, com'io, piangendo a dirlo.

Come vid'io col suo parlar cortese Domar feri leon, tigri rabbiose, E tôr dal corso lor le stelle e l'onde! Sallo l'Elsa com'io, l'Arno e 'l Mugnone.

Come vid'io con quel celeste viso Far le piante avverdir, fiorir le piagge, Gli aspri scogli addolcir, le serpi irate! Sallo il Tirren com'io, le selve e i campi.

Siavi lieve il terren, sante ossa amiche, Né lo percuota il vento o pioggia inonde; E 'l vostro dolce april sopra voi sparga Rose e viole che non guasti il verno.

Durate eterne, o vaghe membra elette, Né vi offenda l'umor, né cangi il tempo; E stian dintorno a voi cantando ognora Di ninfe e di pastor leggiadri cori.

Spirto gentil, cui nel superno lido Più di cosa mortal non punge cura, S'onesta cortesia ti vinse unquanco, Il mio rozzo cantar prendi oggi in grado.

Anima chiara, ch'or dal ciel comprendi Quanto è 'l nostro affannar fallace e torto, Poiché sol lacrimando il duol s'affrena, Non ti sia 'l pianger mio talora a schivo.

Diam pace, o Mopso, alle zampogne omai, Ché 'l troppo lungo dir sovente annoia; E già il ciel chiuso nero ammanto veste, E van le greggi nello albergo sole.

Restate in pace adunque, ossa onorate, Quinci aspettando al tristo giorno ogn'anno Queste zampogne, e non men dolci e chiare Che quelle sian di Polifemo e d'Ati.

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