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1495–1556

CANZONE TERZA.

Luigi Alamanni

Se ad ogni vostro passo sorgon rare E chiarissime grazie, e di noi fate Quel che facea Medusa della gente, Ch'odo che in selve già ci ebbe a mutare,

Con quale stil poss'io l'alma beltate Vostra agguagliar, che mi è sempre presente, E quel che l'alma sente Portar con voci d'intelletto piene

Là dove io desti alle mie rime Amore, Se pria da voi, mio core, Non parte, ond'io m'innalzi a tanto bene, Ch'io per me sol di questo mar rimuovo

L'onde primier, se aita in voi non trovo. Dunque poiché un tal grave difetto Dal vostro aere gentile m'allontana, E per temenza il gran desir agghiaccia,

Non mi si nieghi almen quel dolce affetto Che vi fe di pietà chiara fontana, Tanto ch'io dica, e parte soddisfaccia Al buon voler ch'abbraccia

E stringe il cor con voglie umili e pure. Che se la mente che da voi dipende Il troppo lume offende, Vera umiltà natia or l'assecure.

E siate presta al periglioso varco, Veggendo il legno degli onor suoi carco. E se avvien forse che tra scogli arrive Sospinto dal piacer ove non lice,

E dove il corso umano non comporte, Vostra bontade il mio sperar rivive, Acciò la bella giusta alma Beatrice L'umide spoglie mie tolga e conforte.

E se nimica sorte, Cui tanto del mio mal nascendo piacque Mi vieta pur di conservar intere Le ricche merci altere

Del vostro nome in le medesim'acque, Scrivendo temo ancor profondo molto Restin le lodi e il mio parlar sepolto. Ma se benigno fato ancor mi guide

Senza offesa di venti o di procella, E lieto riconduca al primo loco, Più di me lieto mai altro non vide Co' labbri suoi Nettuno al sacro foco,

Dio ringraziante in atto ed in favella, Quando devota e bella La lunga pompa de' suoi voti spiega; Tal io alle duo stelle, a' duo miei segni

Veraci d'amor pegni A cui la mesta assenza non mi niega Di render grazie eternamente, attendo, Se ben me stesso e il mio desir intendo.

Lasso! non son le lodi ch'io pur tento Mostrar di voi sì incomprensibil tutte Che ogni umano pensier vincon d'assai? Qual maraviglia è dunque s'io pavento

Gli ondosi monti, ove sian pria distrutte Le vele e i remi, che de' dolci rai La minor parte mai, Qual io la sento ancor, accolga in carte.

Però fra sì dubbiose e rapid'onde, Se il desio non risponde Come dovria l'esperienza e l'arte, Assai mi fia d'onor segnar col dito

L'ampio tesoro d'ogni grazia unito. Canzon, tu puoi vedere Come l'accesa voglia mi conduce, E come a un tempo per mia dolce pena

Mi sospinge e raffrena: Perché dirai alla fatal mia duce, Ch'io le farò per altro manifesto S'io seguo avante, o pur sul lito resto.

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