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1495–1556

CANZONE SESTA.

Luigi Alamanni

Mentre nel vostro viso, Madonna, intentamente Come a tanta beltà dritto conviensi, Gli onor del paradiso

Ricerco, e con la mente Mille gioie dispenso a' lieti sensi, Nuovi desiri accensi Recansi dentro l'alma

Di celebrarvi in carte Ch'io n'ardo a parte a parte; Ma perché poi sotto sì grave salma M'agghiaccio e discoloro

Sol colla mente e col tacer vi onoro. Non è che da' begli occhi E dall'avaro seno, Che delle sue ricchezze è sì tenace,

Fino al cor non trabocchi L'amoroso veneno E l'aura dolce, a cui pensando, pace Mi viene, e questo spiace

Al mondo; e se il negletto Fosse al desir uguale Mio stile pigro e frale, E movesse ripien d'alto intelletto,

Riscalderei d'amore Ogni indomito spirto, ogni aspro core. So ben come in parole, O sian legate o sciolte,

Un sol non vien de' miei pensieri ardenti. E non è ch'oda il Sole, Che par che tutto ascolte, Così leggiadri ed onorati accenti

Che a dir fosser possenti Il bel sembiante umano; Ma fo come uom che dorme, A cui celesti forme

Paiono in sonno, che poi desto invano Di rimembrar agogna, Né men vegliando che dormendo sogna. Forse ancor fia che il cielo

Alla mia lingua eletta Voce consenta, e ne disgombri in tutto Il pigro e mortal gelo Che sì la tiene astretta,

Che porger non ne lascia alcun bel frutto. Atro marino flutto, Allor che il mar più freme, Scoglio mai non percosse

Che vie maggior non fosse A ragionar di voi, dolce mia speme, Il mio fermo ardimento Lo quale or provo sì fallace e lento.

Allor le sacre dive Io desterei parlando Che Alfeo alberga, ed il Giordano, e il Tebro. Alle più fresche rive

Il mio gioir cantando, Ove faggio porgesse ombra o ginebro, Cercherei pieno ed ebro Di quel che grave sorte

Or mi contende e vieta. Ma voi, vivo pianeta, Se prestamente con l'usate scorte Non mi porgete aita,

«La mia favola breve è già fornita.» Canzon, che forse la mia donna vedi, Riverente di' come La mia voce rischiara al suo bel nome.

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