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1495–1556

CANZONE QUINTA.

Luigi Alamanni

Se per opra d'inchiostro o vergar carte Osassi mai il mio focoso ardore, E il desiderio poter farvi aperto, Mi sforzerei con ogni industria ed arte

Scoprir di quanta fiamma arde il mio core, Quanto mal soffre, e finor ha sofferto. Ma perché ingegno esperto Né mio né altrui può palesar l'accesa

Mente e 'l foco che m'arde dentro al seno, Di contemplarlo appieno Tacendo a voi lascerò l'alta impresa. Che ben di poca fiamma ha il core oppresso

Chi può tutto il suo ardor mostrar espresso. Da pietra tale escon le mie faville, Che non è maraviglia se di forza L'aspra mia fiamma ogn'altro foco eccede.

Da sì begli occhi escono a mille a mille Gli acuti strali con che amor mi sforza, E di mortal ferite il cor mi fiede. Che pura e intera fede

Presterà, credo, alle dogliose rime Chiunque donde la mia pena nasca, E qual donna si pasca Del mio martir, saprà, né fa che estime

Altrimenti l'ardor che in me s'asconde Inestinguibil per vento e per onde. Da disio nasce il mio amoroso foco, Disio che ad altri non fia mai secondo

Quanti son stati o di già mai saranno. Dunque ben giustamente a poco a poco Miser mi vo struggendo, e se giocondo Talor mi mostro, le speranze danno

Al mio gravoso affanno Sovente tregua, qual poi che cadute Dopo non lungo spazio sono a terra, Novo dolor m'afferra,

Né a contrastar mi val forza o virtute; Né riaver si può l'alma già stanca, Ché l'ardor cresce, e la speranza manca. È l'ardor dunque al desiderio eguale

È pari il desiderio all'amor mio, Talmente insieme l'un l'altro s'appiglia. Or se del mio bel Sol la beltà è tale Che in lui beltade ha il suo nido natio,

Né lo pareggia altrui né lo somiglia, Non fia gran maraviglia Se l'amor mio ch'indi il vigor apprende, Principio avendo da sì bello oggetto,

D'ogn'altro è più perfetto; E come più che in altri si comprende Madonna, in voi valor, senno e bellezza, Così cede al mio male ogn'altra asprezza.

L'ardor, la fiamma, i miei martir, lo strazio, Benché sì grande sia che col pensiero Seguir non pensi non che in versi dire, Pur di mia bona sorte il ciel ringrazio,

Né 'l stato mio con regno e con impero Cangiar intendo, e prezzo il mio servire Il piacer di languire; E prendo la mia antiqua libertade,

Già tanto cara, a sdegno, e tengo a vile. Né mi reputo umile Ma lieto e altier per seguir tal beltade, Né potrò amando esser se non felice,

Ardendo di una vera Beatrice. Canzon, s'alla mia donna Il destin tuo felice ti portasse, Poiché le fiamme mie scoprir non sai,

Umile le dirai, Che se cogli occhi il cor dentro mirasse Legato dalle crespe aurate chiome Dentro scritto vedrìa lo suo bel nome.

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