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1495–1556

CANZONE QUARTA.

Luigi Alamanni

Se come sciolto da tutt'altre umane Qualitadi mi tieni e levi in parte Che in tutto è dal mortal uso diversa, Così porgessi, Amor, forze non vane

Al desio che di porre in queste carte Brama il piacer che dentro s'attraversa, Quel ch'or tacendo versa Per gli occhi in dolce pianto il debil core,

Con le tue proprie mani insieme accolto, In miglior uso volto Usciria tal, che a te di largo onore Fôra cagione, e a me di più liete ore.

Ben sai, Signor, che senza la tua aita Indarno stanco le mie basse rime, E menzogna parrà quanto io ragiono. Ma tacer non mi lascia la infinita

Dolcezza, e del mio canto non si estime D'altri giammai celeste il mortal dono. E tutto quel ch'io sono E scrivo, se ritrarlo, (il che m'accora)

Non mi lece ad altrui, mostra tu appieno In questa fronte almeno Sì che legga palese il mondo fuora Che par non ebbe il mio gioire ancora.

La notte di lucenti gemme aurate Avea cosparso il ciel già d'ogni intorno, E copria scuro vel l'umida terra, Allor che al mio bel sole alta pietate

(O notte a me più chiara assai del giorno!) Riscaldò il petto, e me tolse di guerra. Certo il cielo non serra Piacer che adegui la mia festa pura

Quando il volto rimembro e le parole Dell'amato mio sole, Alla cui voce ardea la notte oscura, E frenava il suo corso anco natura.

Fedel, dicea, mio caro, il tempo è giunto Ch'io ti ristori d'ogni avuto oltraggio, E il porto alle angosciose tue fatiche Dimostri omai, e che non men compunto

Dagli amorosi strali il mio cor aggio; E se mai le mie voglie a te nemiche Si dimostrâr, che amiche Sempre ti fur, ciò fa per maggior segno

Aver del colpo, onde l'incendio nacque Che a me cotanto piacque. Or tutta in signoria di te ne vegno, Né sperar da me aver più ricco pegno.

Così dicendo, le sue braccia aperse, Ché ben là dove io stava ella s'accorse, E un'aura mi spirò dal suo bel viso Possente sì, che le virtù disperse

Racquistâr forze, al suo soggiorno corse Il fuggitivo core che preciso, Per star da me diviso, M'avea già tutto quello ond'io respiro.

Alfin tanto d'ardire allor li diedi, Ch'io le mi strinsi a' piedi Dicendo: de' begli occhi un vostro giro M'appaga sempre d'ogni mio martiro.

Ma poi che alzarmi a tanto onor vi piace, Non fia duro destin che più m'addoglie, Né mortal peso che m'ingombri o grave. Turbar si ferma e sì tranquilla pace

Non potranno di me l'ultime spoglie, Così del core l'una e l'altra chiave A voi che il suo soave Sostegno siete, io sacro umilemente.

Mentr'io seguia più avante, ci percosse Chi della terra scosse L'ombra col novo giorno acerbamente, La bella Aurora, il lucido Orïente.

Canzon, tu puoi ben dire Siccome giustamente io desiai Che il Sol dall'onde non uscisse mai.

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