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1495–1556

CANZONE OTTAVA.

Luigi Alamanni

Occhi vaghi lucenti Che mi stringeste il nodo Del qual mai per fuggir non mossi il piede, E quei vaghi e pungenti

Raggi temprate in modo Che mi fate sprezzar quanto il Sol vede, A portar ferma fede Ch'avea smarrita d'ogni onor la strada,

Quanto per voi m'aggrada Aver del viver mio cangiato stile! Che a dir il vero, io era Quasi un'alpestre fera

Ad altrui grave, a me noiosa e vile. Or veggio, e mi diletta, Che senza voi non è cosa perfetta. Ché avea l'alma gravata

D'una nebbia d'errore Sì ch'io non potea mai giunger al vero, Poi che da voi piagata Fece loco ad amore

Che dolce in lei creò di voi pensiero, Del mio stato primiero Vergognando mi dolsi, e sonmi accorto Che vivendo ero morto.

Perché come il gradito aer cortese Saggio animal dispoglia Dall'antica sua spoglia, Così poi che nel cor raggio discese

Del bel lume soave, Sgombrò da me l'incarco ond'era grave. Allor conobbi espresso Onde si trae la guerra

Che dal ciel ne disgiunge e da virtute, E che si brama spesso Quel che il passo ci serra Al sentier d'onestate e di salute.

Ond'io perché si mute Stato nel cor, e chi dentro governa Sempre il ver non discerna, Dal mio saldo voler già non mi muovo;

Ché da voi, oneste luci, Fide al mio viver duci, Muove un piacer pur al membrar sì nuovo, Che di lui più m'accendo

Quanto più nel pensar di voi m'estendo. E se il grave mio velo Il conoscer più avante Del vostro aer gentil non mi vietasse,

Né Amor, credo, né il cielo Fôra di grazie tante Mai sì cortese a chi nel mondo entrasse, E di par non andasse

Col suo bel stato l'alta mia ventura. Ma la luce ch'oscura E men degna d'onor fa parer quale Fra noi prima si tiene,

Mia virtù non sostiene Perché voi santa, ed io cosa mortale. Pur quel poco ch'io veggio Sì contenta il desio ch'io più non chieggio

Perch'io non abbi un'intera allegrezza, Interrompe il timor tanta mia gioia. Ma se il mio cor non sdegna Vostra nobile altezza,

Né se oscura fortuna unqua la noia, Forse innanzi ch'io muoia Vedrò ancor voi dolce pietate aprire, La qual mi porga ardire

A pregar sol poi che il desir mi sprona, Che non abbiate a schivo Se di voi parlo o scrivo Per quel che dentro Amor meco ragiona,

Che mi diletta e piace; Con l'altro non poss'io aver mai pace. Gir potrei lieto, e tu, o Canzon, più adorna, S'a' begli occhi pietate

Crescesse, come ognor cresce beltate.

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