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1495–1556

CANZONE NONA.

Luigi Alamanni

Vorrei tacer, Amore, Gli affanni e i dolor miei Per non turbar il bel viso sereno; E perché quel c'ho in core

Con lingua non potrei Né con la penna mai ritrar appieno, Com'io lo dica o scriva Pensando a quelle sole

Dolci estreme parole, Cagion che in tali pene ardendo io viva, A quella bianca mano Che la mia strinse, ond'or la piango invano.

Non è sì alpestra fera Che udendo il mio gran pianto Non cangi in pia la sua orgogliosa mente. Quanto, da quel ch'io era,

Mutato sono! ahi quanto Era il mio meglio in quel punto dolente Morir sì dolcemente! Moriva riguardando

Negli occhi e nel bel volto Ch'ora a dolor mi volto, Sempre il tuo nome e il mio destin chiamando. Lasso! più non ho io

Altro che un dolce di morir desio. Gli amorosetti augelli Di questo inculto loco Al tristo suon degli aspri miei lamenti

Non più leggiadri e belli, Cantan lor dolce foco Ma con pietose voci e mesti accenti Piangon li miei tormenti,

E la mia afflitta vita, Che non fu mai né fia Ugual pena alla mia Qualor ripenso all'empia dipartita:

Ma il ciel più sordo fassi, Ch'io più non piango, e torno a questi sassi. Dunque per aspro colle E in questi folti boschi

Mi chiudon l'alta via del paradiso. O desir vano e folle, O pensier ciechi e foschi, U' mi guidaste voi senza il bel viso?

Ov'è quel vago riso Che acqueta il mio martìre? E quelle chiome d'oro Per cui mi sento ad or ad or morire?

Stolti, non v'accorgete Che innanzi agli occhi mille morti avete? Almo terren felice, Le chiare piante tocchi,

E godi quel che il ciel m'adombra e toglie. Deh perché a me non lice Contemplar que' begli occhi, E saziar le mie accese oneste voglie?

Perché l'alte mie doglie Non ponno trasformarsi Nel primo dolce stato? Ahi doloroso fato!

O cielo! o stelle! o miei disegni scarsi Qual dì mercè vi giunga? Ch'io più non posso in questa guerra lunga. O poverella mia tra' boschi nata!

Se il ciel pietà non volve, Presto mi rivedrai ridotto in polve.

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