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1495–1556

CANZONE

Luigi Alamanni

Cari Signor, che per voler divino Dopo sì lunghi passi Fuor del credere uman qui siete insieme, La bella Italia che languendo stassi

Col viso umido e chino E tra i dubbi pensier sospira e teme, Poscia ch'ogni sua speme In voi ripone, e di tutt'altri è schiva,

Riverente ed umil, qualunque io sia, Pregando a voi m'invia Per oprar, se si può, che ancor riviva Quella pietà ch'apriva

Sì dolcemente i petti De' vostri antichi a' suoi bisogni accinti Nei primi tempi eletti, Quando vide i peggior cacciati e vinti.

E per nome di lei piangendo chieggio Ch'alle sue piaghe interne Drizzate con amor gli occhi e la mente, E che non sia come si dice e teme,

Né più di male in peggio Vada il suo travagliar con l'empia gente, E si lamenta e pente Che le sovvien che i gialli aurati fiori

Pur malgrado di lei sovente offese, E in sé medesma accese Quella fiamma crudel che dentro e fuori I suoi sublimi onori

Ha poi distrutti, tale Che ormai poca è di lei memoria appena. Chi si procaccia il male, Merta spesso pietà, non nova pena.

Non ha posto in oblio l'afflitta donna Che mille volte almeno Fu dai Gallici re furata a morte, E che mill'altre poi squarciata in seno

La sua purpurea gonna Divider vide alle francesche scorte, E che tranquilla sorte Sotto il vostro valor ritrovò sola,

E le voglie in altrui di rabbia piene. Ma sovente addiviene Che il cielo al peccator la vista invola, Onde a' suoi danni vola

Cieco senz'altra guida, Credendo ir al cammin di sua salute. E così mal s'affida Chi per troppo desir lasciò virtute.

Ma che più ragionar? non è ventura L'esser talor offeso, Che dà cagion di perdonar altrui? Non fia dunque da sdegno mai conteso

L'entrar per via sicura L'alta vera pietà, Francesco, in vui. Non fermi i passi sui Finché possa trovar l'alma gentile

Che domandi mercè delle sue colpe, E che s'accusi e incolpe Senza menzogna con preghiera umìle. È a riputarsi a vile

Il procurar vendetta Contra chi si ripente e inferma giace, E che nuda e negletta Com'or l'Italia mia, domanda pace.

E tu, sommo Pastor, che con l'insegne Delle celesti chiavi Guidi al santo cammin le gregge umane, Deh rivolgi la mente all'aspre e gravi

Sozze lordure indegne Che vilmente sostien da sera a mane. Vedi come ha lontane Quelle antiche dolcezze e 'l viver chiaro

Che solieno onorar l'Atlante e 'l Gange. Vedi che or chiama, e piange Che non le sia di buon voler avaro, E del suo stato amaro,

Dei dolorosi omei Disciolga, e scarchi la spietata soma, Poiché chiamato sei Gran Vicario di Dio, Rettor di Roma.

Non sai tu ben quanti suoi chiari amici Fuor de' nativi liti Vede quest'angosciosa, e quanto affanno! Quante misere spose i suoi mariti,

Quante madri infelici Chiamano i figli suoi che altrove stanno. All'infinito danno, All'infinito mal pon fine omai!

E con pietoso oprar dimostra come, Non sai mentire il nome Ma che insieme con lui Clemente avrai Il cor nelli altrui guai,

E sperin poscia indarno Quei che di crudeltà son troppo vaghi, Sì che il Mugnone e l'Arno I suoi primi desir con l'opre appaghi.

E se mai fu che nelle oneste voglie Benigno il cielo avesse, Ben sei tu quel, se si riguardi al vero. Poi che teco è colui che l'orme impresse

Ove ogni ben s'accoglie Sempre al vero de' buon destro sentiero, Quel che sostien l'impero Delle altere virtù Francesco Pio,

Onde il gallo splendor più d'altro luce. E se l'avrai per duce, Vedrai tosto sereno il tempo rio, E porre in dolce oblio

La sua passata noia Il mondo infermo che riposo chiama Per rivestir di gioia, E voi, chiari Signor, d'eterna fama.

Canzon, non lunge quinci Ove il mar provenzal le rive irrora, Due possenti Signor potrai vedere. Di' lor che Italia chere

Umil mercede, e si lamenta e plora; E si ricorda ognora Che Santissimo all'uno, Cristianissimo all'altro il nome ha dato;

E che mai fu nessuno Senza pietoso cor dal cielo amato.

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