Poi che il fero destin dal mondo ha tolto Quanta dolcezza avea, E posta in povertà l'umana vita, Bagni ciò ch'è mortal di pianto il volto;
E l'empia morte rea Pianger dovria con noi la sua partita, Ché sì bella e gradita Non troverà più mai nel mondo preda.
E se non fia chi 'l creda, Guardi quante ne fur nel mondo e sono, Che a lei par non vedrà di ch'io ragiono. Al supremo valor non vedrà pare
Dell'onorata madre Del gran Gallico Re, che morte ha spenta. Spenta non già, ché fien pur sempre chiare Quelle virtù leggiadre
Che l'han guidata a Dio dov'era intenta: E di lassù contenta Quinci e quindi sonar l'altero nome Udirà sempre, e come
Viva si sta quaggiù, con l'alma in cielo La memoria fra noi, sotterra il velo. Mentre si gireran dintorno a noi Fosca la notte, il giorno
Chiaro, ardente l'estate, e freddo il verno, Mentre cortese il Sol coi raggi suoi Al dolce aprile adorno Delle fronde e dei fior darà il governo,
Viverà in terra eterno Di quest'alma gentil l'invitto onore, E fia d'ogn'alto core Per la strada miglior fidata scorta
Da far ben ritrovar del ciel la porta. Rive, piagge, campagne, boschi e colli Cui cingon l'Alpi e il Reno, E fra i gran Pirenei l'Oceano e il figlio,
Tutti pien di dolor, di pianto molli, Vestite a negro il seno, Ché a voi si disconvien verde e vermiglio, E con l'aurato Giglio
Contate al mondo al ciel gli avuti danni Che per rivolger d'anni Mal si puôn ristorar, ché tanto bene, Quanto allor visse in voi, di raro viene.
Raro nasce, o non mai, sì bella pianta Come fu questa in terra Che il gran frutto regal prodotto n'àve, Saggia casta, gentil, pietosa e santa.
Ah ciel, che a noi la serra, Come il suo dipartir ti fu soave! Come noioso e grave A noi che senza lei fuggiam noi stessi!
Alti sospiri e spessi Sono il conforto che ci lascia omai, Poi che più non possiam che tragger guai. Deh porgine, o dolor, lagrime tali
Che agguaglin l'alta piaga Che n'ha fatta il passar di questa Diva. Ma, lassi! ove saran che sieno eguali? Non mortal pianto appaga
Doglia mortal, né fra le stelle arriva. Or di lauro e d'uliva Sta coronata in ciel la ben nata alma, E dell'umana salma
Che ha spogliata quaggiù nïente cura, E noi lascia dogliosi in vita oscura. Come fu frale, ohimè! quella dolcezza Mortal, caduca e breve,
Che ci prestò quaggiù l'eterno Duce! Misera e fosca età! la tua ricchezza Siccome al Sol, di neve Distrutta e guasta in miglior parte luce.
Or ne' cor nostri adduce Invece, ahi morte! dell'antica speme, Desir che annoda e preme, E la lingua, e la voce, e il core ancide,
E più beato fu chi non la vide. Ma chi mai non la vide udì sì chiaro Di lei sonar il grido, Che ovunque scalda il Sol, battè le piume,
Ch'oggi, com'or qui noi, con pianto amaro Ciascun per ogni lido Chiama morte crudel c'ha per costume Ogni più dolce lume
Spegner quaggiù perché s'accenda altrove; Ché chi governa e muove La terra e il ciel, l'accoglie al suo gran regno, Perché il mondo di lui gli pare indegno.
Alma beata che i superni chiostri Fai di te lieti, e vedi Quante e quai son queste miserie umane, Or ti tocchi pietà dei danni nostri,
Che qui n'hai fatti eredi Di oscuro lagrimar da sera a mane. Deh! volgi umili e piane Sopra il figlio regal le luci sante;
S'ei ti fu caro innante, Or ti fie più che mai scorgendo in esso Come al perder di te, perde sé stesso. Deh! digli con amor che più non versi
Pianto e sospiri, ahi lasso! Né più si doglia omai di tanta pace; Mostragli, alma gentil, ch'eterni fersi Per quello estremo passo
I chiari giorni suoi là dove giace Quel sommo ben verace Al qual chi dritto va beato aspira, Là dove angoscia ed ira
Desir, tema e dolor non hanno loco, E le cure mortai son fumo e gioco. Ivi nel gran Fattor si scerne aperta Quella dolcezza intera
Da cui nasce ogni dolce e mai non manca; Ivi è il vero gioïr, la vita certa Che per mattino e sera Non può stato cangiar né il tempo imbianca,
Ché la vecchiezza stanca Indarno sopra lei sue forze stende. Ivi si scorge e intende Che più felice è quel ch'amica sorte
Per più breve cammin conduce a morte. Canzon, nata di pianto, Al più gran re che sia n'andrai dolente, E dirai riverente:
Il soverchio dolersi il ciel annoia; E chi nasce mortal, convien che muoia.
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