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1495–1556

CANZONE.

Luigi Alamanni

Quanto di dolce avea Ne' primi giorni Amore, Ritorna, ahi lasso! in tristo pianto amaro; La spene onde vivea

Questo angoscioso core Rivolto ha in doglia il mio destino avaro; Quanto soave e caro Già tenni il viver mio,

Tanto or mi pesa e duole. Le stelle intorno e 'l Sole Dichin per me come talor desìo; Ch'omai pietosa morte

Faccia del mio languir l'ore più corte. Qual più felice amante, Qual più giocondo stato Si vide unquanco all'amoroso regno?

Alme, celesti e sante Luci, come beato Mi feste un tempo e d'ogni pace degno! Or dal suo caro segno

Abbandonata e stanca La mia infelice barca Un mar di pianto varca Ove soffia Aquilone, e l'onde imbianca,

Dal ciel grandina e piove, E trasportata corre, e non sa dove. Ohimè! la bella fera Ch'io cacciai tanto invano,

Tolta al mio desiar, d'altrui fu preda; L'antica primavera Lasciando me lontano, Conviene omai ch'al pigro verno ceda.

Amante più non creda A liete frondi e fiori, Ché frutto poi non nasce, E mentre indarno pasce

Folle speranza de' lor falsi onori, Siam poi carchi alla fine Di secchi rami e di pungenti spine. Ma rivolgendo indietro

La mente a' giorni corsi, Breve conforto pur nell'alma sento; Ché ben che ghiaccio e vetro Gli andati miei soccorsi

Sien per me divenuti e fumo al vento, Forse non tutto spento Di quell'alta pietade Fia ciascun vivo lume,

Ahi ciel! che per costume Mi fe caro il servir sì lunga etade. Così parlando passo Questo acerbo dolor, di viver lasso.

Saldo sostegno antico Della mia fragil vita, Fermo riposo de' miei tanti affanni, Benché il destin nimico

Che a pianger qui m'invita Faccia altrui ricco de' miei tristi danni, I giorni, i mesi e gli anni Amor, Fortuna e 'l cielo

Non avran forza mai, Che i vostri santi rai Non mi stieno entro il cor l'estate e il gelo (E sia che vuol d'altrui),

Per esser quel che 'l primo giorno fui. Dirai, Canzone, a chi non è più mia: Colui ch'è vostro ancora E sarà sempre mai, vi chiama ognora.

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