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1495–1556

CANTO XXV

Luigi Alamanni

Delle prove onorate giunto il fine dietro al famoso re parte ciascuno, e dell'albergo umil trova il confine, ove la sete sua sazia e 'l digiuno;

poi ch'attuffando il sol l'aurato crine nell'onda occidental vien l'aer bruno, sovr'aspro letticciuol le membra stende, e del lungo sudar restauro prende.

Ma il pio figlio di Ban la nuda terra presso al buon Galealto ha per sostegno, pensa a lui sol nè mai le luci serra, che di riposo aver si chiama indegno,

e di cure mortali eterna guerra si sente dentro al sen di doglia pregno, or su questo rivolto or su quel lato, or supino ora in piè cangiando stato.

Tornangli tutte in cor l'alte fatiche, che per terra e per mar seco sofferse, e dove il ciel con le sue stelle amiche di vittoria il cammin seco gli aperse;

che 'l trovò sempre tal, che fra l'antiche coppie fide in amar simil non scerse; e non vuol più gradir felice sorte or ch'averla con lui gli ha tolto morte.

Avvolto in tai pensier, come l'aurora con le rosate mani il giorno adduce, risveglia e chiama chi dormiva ancora della gente gradita ond'egli è duce;

poi con ornata pompa trae di fuora, accesa intorno ampissima la luce di candide facelle, il gran re morto, per locarlo nel tempio al sacro porto.

Ove con larghe lagrime portato sovra il gran limitare in alto il pose, dentro albergo di piombo fuori aurato, che 'nfra drappi ricchissimi nascose;

d'attorno tutto il loco è circondato di palme e 'nsegne sue vittoriose; sotto a lui poscia stan di Segurano le spoglie appese di sua stessa mano.

Non perché eternamente ivi dimore, che per lui non gli par sede assai degna, ma infin che sia di quella impresa fuore, e che d'Arturo in mano Avarco vegna;

ch'allora ei proprio con supremo onore nelle fortunat'Isole ove regna il buon sangue di lui, per aspro mare a' suoi liti paterni il vuol portare.

Or mentre ciò facea, dall'altra parte il misero Clodasso e la pia moglie, l'afflitta Claudiana han tante sparte lagrime a terra in angosciose doglie,

ch'avrian mosso a pietà Bellona e Marte, e del fero Pluton le crude soglie, non pur la gente languida ch'ascolta, or non men che di duol di tema involta.

Ché l'infelice popolo omai vede, ch'ogni saldo sperar s'è fatto vano, morto il suo valoroso Palamede, che 'l Britanno furor tenea lontano,

poi quel nella cui mano avea più fede, che 'n tutte l'altre, il fero Segurano, e 'l giovinetto re Clodin, nel quale parea fosse il rimedio d'ogni male.

Pur del suo vecchio re sentendo il pianto, lagrimando di lui, se stesso oblia; che 'l vedea dispogliato il real manto chiamar la morte dispietata e ria,

dicendo: “E perché m'hai lassato tanto in questo velo, oimé? Che s'io morìa molti anni sono andati, il più felice era io del mondo, or sono il più infelice.

Ma pur potessi almeno in tanto duolo aver questo crudele aspro conforto, di vedermi ora innanzi il mio figliuolo, qual'ei si mostre, insanguinato e morto,

e potergli le piaghe afflitto e solo di lagrime lavar, poi dargli il porto ch'alle spogliate membra ultimo dassi, di terra ornata e di marmorei sassi.

Sì ch'io fossi securo che le mani, le mani al mio buon seme crude e fere, no 'l facciano esca di bramosi cani, d'avvoltori, di corvi e d'aspre fere;

e che i nemici miei pressi e lontani il duro scempio vengano a vedere, dicendo: 'Tale avegna al suo parente, e di quanta ave intorno amica gente'“.

Con tai duri lamenti a terra giace in tra cenere immonda e polve avvolto, e d'oscuro color macchiati face i canuti capei, la barba e 'l volto;

né la notte né 'l dì ritrova pace, senza chiuder le luci o poco o molto; del cibo prende pur talora a forza, che alcun servo migliore a ciò lo sforza.

Ma che 'l dì duodecimo passato sente Vagorre il re che Lancilotto, doppo il funebre onore a fin recato, avea con lunga pompa ricondotto

di Galealto il corpo nel sagrato tempio al sepolcro; fu da speme indotto a creder che lo sdegno e l'ira omai nel generoso cor sia meno assai.

Però che a mille prove conoscea quanto era chiaro, nobile e pietoso degli altrui danni e d'altrui sorte rea, e di giovare a' miseri bramoso;

onde giunto a Clodasso gli dicea: “Date al vostro dolor qualche riposo, ch'io penso di recarvi oggi vicino il vostro altero genero e Clodino;

se vorrete, Clodasso, consentire ch'io mi mostri oratore in vostro nome al figliuol del re Ban, ch'omai dell'ire già deposte dal cor le gravi some

voglia lassar da' nostri seppellire i due regi illustrissimi, sì come convien di loro all'alta nobiltade, e d'un tal vincitore alla pietade;

e ch'oltra il grande onor gli faccia offerta di preziosi doni in sua mercede, per l'una e l'altra via mostrare aperta, ove il supremo onore e 'l premio sede;

che ben d'aspra durezza ha l'alma inserta, chi dubbioso dell'una al fin non cede, poi che più volte s'ha rivolto in seno, ch'elle vengan congiunte, ad ambe almeno”.

Il doglioso Clodasso poi ch'alquanto s'ha il cor compresso e che 'l rugoso volto bagnato ha intorno di più largo pianto, e di più trista cenere ravvolto,

risponde sospirando: “Ben che tanto non mi dorria dal mondo essere sciolto, quanto il pregar quel crudo, onde rimase son senza tai figliuoi le nostre case;

pure il paterno uficio e la pietade, senza speranza aver, fa ch'io consenta, che voi prendiate in van per noi le strade a far dolce venir chi ne tormenta;

con fargli offerta di sì grandi e rade ricchezze che porriano assai contenta render di Mida ancor l'avara voglia, che di vita per lor se stessa spoglia”.

E chiamato Astrabor comanda e dice: “Gite dove il mio ben giace più caro e la corona regia, onde felice mi tenni un tempo e sì pregiato e chiaro,

prendete in prima e sia dono infelice a chi n'ha qui ripien di pianto amaro; la qual di sì gran gemme e tali è piena, ch'altre tante ne son nel mondo a pena.

Poi la vesta real, là dove l'oro tra smeraldi e rubin rimane ascoso, la qual soletta avanza ogni tesoro, che quell'empio sperar già mai fuss'oso;

lo scettro ancor, che qualunque altri foro tra' Persi o gl'Indi al tempo più famoso d'assai pregio trapassa e di lui sia ogni ornamento della regia mia.

Che poi che piace al ciel ch'ei m'aggia privo de' più cari ch'avea del regno eredi, d'essi e d'ogn'altro ben restando schivo, ogni cosa mortale ho sotto i piedi;

or gite adunque tosto, acciò ch'io vivo possa compor dentro a marmoree sedi i due terrestri vel di quei, che soli fur di vera virtù lucenti soli”.

Non molto a ritornar tarda Astraborre, e i domandati arnesi ivi entro adduce; dagli in potere appresso di Vagorre, che dell'aspro viaggio fosse duce;

ei sovra ornato carro gli fa porre, che d'oro intorno riccamente luce, da quattro gran destrier tirato, a i quali non vede altro paese molti eguali.

Muove esso innanzi e solo in compagnia Ideo ch'è il primo araldo seco mena, che ben sapeva omai del gir la via, ché più volte calcò l'istessa arena;

sovra un picciol caval monta, che sia di conducerlo a fin possente a pena, di brun vestito, ma l'araldo intorno degli usati color si fece adorno.

Così quei due, con Filigante insieme giovin d'alto valore e di gran fede, che in abito assai vile il carro preme, e i tiranti corsier gastiga e fiede,

vanno oltra pur, come chi spera e teme di ciò che a lui vicino incontra o vede, in fin che già del fosso che circonda il nemico oste lor sono alla sponda.

Ivi trovan, ch'a caso su 'l mattino va il campo visitando il pio Tristano, come la mandra suol fido mastino, a cui il lupo non sia molto lontano;

riguardagli esso e poi ch'è più vicino, vede il buon vecchio re ch'alza la mano d'amicizia per segno e sceso in terra domanda pace alla perduta guerra.

Dicendo: “O invitto, altero e chiaro germe del più onorato tronco che mai fusse, umil ti prego per le ornate e ferme virtù del sacro tuo Meliadusse,

che non voglia oggi alle fortune inferme, ch'al lor più basso fine il ciel condusse, giunger più peso e vi sovvegna ancora del re Vagorre che fu vostro ognora”.

Quand'ode il buon Tristan che questo sia Vagorre, ch'onorò mai sempre quale padre e signor, che in bassa compagnia lì si mostrava a prigioniero eguale,

l'abbraccia e dice: “E quale avversa e ria sorte al vostro valor tarpate ha l'ale? Che di sì altero grado oggi vi veggio d'ogni servo più umil venuto al peggio?”

Gli risponde Vagorre: “Non mie colpe, né mio grave tentar soverchie imprese, ma il troppo amor ch'io porto altrui m'incolpe, e la pia carità pura e cortese

verso il miser Clodasso e me ne scolpe la fé sincera e 'l gran desio ch'accese gli spirti in me di non lassarlo mai, ma seco aver comune il bene e i guai.

E pregato da lui vengo in suo nome a pregar Lancilotto che gli renda morti il genero e 'l figlio e gravi some d'oro e di gemme per mercé si prenda,

s'a voi piace il lassarme e dirmi come in ver lui più securo il passo stenda, e supplicarlo ancor, s'ad uopo vegna, che svegli la pietà che in esso regna”.

Non poté senza lagrime a lui dire il famoso Tristan: “Padre onorato non sol potrete voi securo gire, ove per chiaro amor sete inviato,

ma voglio insieme anch'io con voi venire, in fin ch'al padiglion v'aggia recato del nobil Lancilotto, dov'io spero, che 'l vostro bel desio si compia intero”.

Così detto comanda che da' suoi gli sia libero, aperto e largo il varco, ove esso il primo e gli vien dietro poi Ideo col carro prezioso carco;

giungon senza trovar chi 'l passo annoi, ove il gran destruttor di quei d'Avarco sotto l'abergo suo soletto stasse, con le pie luci ancor languide e basse.

Il qual tosto che scorge il suo Tristano, con dolce salutar vicin gli accorre, abbraccia il collo e stringeli la mano, e 'l face in ricco seggio appo sé porre,

quand'ei gli mostra in abito sì strano, e 'n lugubre dolore il re Vagorre, dicendo: “Ecco cui manda altrui pietade a trovar voi per sì dubbiose strade.

Quando affisa la vista il cavaliero, e l'onorato re ben raffigura, surge in piè riverente e poi qual fero destino avverso o quale aspra ventura

qui conduce or, dicea, l'unico e vero mio padre antico, in cui posi ogni cura di servir sempre, avvegna che la sorte n'ha date al guerreggiar contrarie scorte?

Indi in più degno seggio collocato, segue oltra: “Or che comanda il mio signore? Al qual nulla da me sarà negato, e sia la vita ancor fuor che l'onore,

che d'alcun dritto amico domandato non fu già mai che no 'l consente il core, ch'esser non può, che di virtù ripieno, poi che candido amor riceve in seno”.

Allora il vecchio re, poi che l'ha stretto al collo intorno, come pio figliuolo, comincia: “O cavalier per gloria eletto del nostro mondo da chi regge il polo,

non desir di mio ben, né proprio affetto d'alcun congiunto, disarmato e solo in tra l'arme nemiche m'ha condotto al cospetto venir di Lancilotto;

ma la vera pietà ch'aver si deve degli avversari ancor, non pur de' suoi; quando oppressi veggiam da peso greve, e 'l potergli alleggiar sia posto in noi;

e tanto più s'all'affannarsi breve lunga e ferma speranza segua poi, come a me avvien, che 'n pochi passi vegno a chi di cortesia sostiene il regno:

e che non ave a schivo l'ascoltare, chi da' nemici suoi preghiere porti; né che i duri nemici soglia odiare poi che gli ha in suo poter battuti o morti,

ma le fortune afflitte consolare, posti tutti in oblio gli oltraggi e i torti, stimando che 'l perdono al vincitore più d'ogn'altra vendetta apporti onore.

Per tai cagioni adunque e 'n questa speme negar non volli al misero Clodasso, peggio or che morto tal dolore il preme, d'ogni ben nudo e di speranza casso,

di voi pregar per le virtù supreme, per l'alto cor che già mai sazio o lasso non fu di bene oprar che 'n voi dimora più che in altro mortal fiorisse ancora;

che vi piaccia or ch'avete a pien compito quanto il dever chiedea del chiaro amico, che del figlio e del genero finito sia con la morte loro ogni odio antico;

e non rimangano esca al nudo lito d'empi cani e di corvi e del nemico stuol privato quaggiù del lume interno per così degna mano indegno scherno.

Ma consentir vogliate che in Avarco, lodando sovra il cielo il vostro nome, io torni al miserel, ch'attende, carco delle due care e sventurate some;

e che invece prendiate il ricco incarco, che premer gli solea le bianche chiome, la corona, lo scettro e l'aurea veste, sì che segno real più non gli reste.

E non vi sembre un gioco, altero figlio, ch'un sì famoso re sia fatto umile a chi del sangue suo veggia vermiglio, all'orgoglioso odiar cangiando stile;

e chi l'arme d'Arturo e 'l Franco giglio d'aver seco altra volta tenne a vile, ora a voi mande in semplici parole con tai doni a comprar la morta prole”.

Qui si tacque egli e Lancilotto allora quanto può reverente a lui risponde: “La persona degnissima ch'onora quanto abbraccia ocean con le largh'onde,

di Vagorre il mio re possente fora con l'aspetto divin che 'l ciel le 'nfonde, d'aspra tigre acquetar lo sdegno e l'ira, quando i morti figliuoi presso rimira.

E ciò tacendo pur, che adunque puote in me sempre di lui figliuolo e servo, co' gran ricordi e con le dolci note, che fisse e sculte nella mente servo?

E che mercé delle superne rote non son tanto però crudo e protervo ch'io ricerchi in altrui più dura sorte poi che l'ha il fato suo condotto a morte.

E s'or contro a Clodino e Segurano e molti altri gran duci mi mostrai spietato forse, poi che qui lontano così morti dal campo gli portai;

scusimi quello amor, che fu sovrano a tutti altri veduti o scritti mai, verso il mio Galealto, che m'indusse a far ch'esso di loro ornato fusse.

Ma il fei con quello onor, come si vede, ch'a sì gran duci e regi convenia, tutti coperti d'or la fronte e 'l piede, qual potrebbe adoprar madre più pia;

né del nudo terreno avean la sede, ma di serici drappi e gli fei pria purgar le piaghe fuor con l'onde chiare, e liquor preziosi entro versare.

Et or ch'ogni dever sento appagato, in quanto è il mio poter, col caro amico, lieto mi fò da tale esser pregato di render quelli al suo signore antico;

e sarà l'uno e l'altro accompagnato da dieci ancor, che 'l suo destin nemico non ebber men di lor, quando al ciel piacque lassarmi insanguinar dell'Euro l'acque.

Lo scettro e la corona e l'aurea vesta, che per prezzo di lor portate avete, sian di Clodasso e sappia che in me resta di vero onor, non guadagno, sete;

e se la patria mia nuda e funesta fece a gran torto, ditegli ch'or miete della sememta ria l'amaro frutto, che nullo è ancor presso al futuro lutto”.

Come ha così parlato, Eleno appella, e gli dice: “Ordinate ch'a noi vegna de' più vaghi destrier che portin sella, tra quanti son de' miei schiera più degna;

ornata sì, ma non si scorga in ella altra che di dolor funebre insegna; dodici carri poi vengan con essa, che mostrin nel color la doglia istessa.

E ciscun di quei duci, onde la palma mi donò il ciel, la sacra sua mercede, sia d'essi ad uno ad un famosa salma, coperto, come sta, la fronte e 'l piede;

a i quai, anco potessi render l'alma col voler di chi a lor la tolse e diede, e ritornare in dolci i giorni rei, con questa istessa man certo il farei”.

Non si ritenne Eleno, ma in un punto a quanto comandò l'ordine ha dato; ch'ad ogni duo corsieri un carro aggiunto ha innanzi a Lancilotto appresentato;

il qual di pietà e di dolor compunto in sé piangendo del mortale stato, secondo il disegnar gli fa disporre, poi gli loca in poter del re Vagorre.

Dicendo: “Prima a voi, padre famoso, oltra 'l divino onor che a ciò ne sprona, il presente crudele e doloroso, per aprir quant'io v'ami, oggi si dona;

e per mostrarmi poi largo e pietoso verso l'avara e perfida corona del rio Clodasso e che 'n vecchiezza impare come si den l'offese vendicare.

E 'n fin che 'l dì duodecimo a venire, ch'ora incomincierà, non sia compito, prometto non lassar di fuore uscire arme contra di voi dal nostro lito,

perché in secura pace seppellire possa i duci onorati e sia fornito l'ultimo uficio in lor quaggiù richiesto verso i morti figliuoi dal padre mesto”.

Così detto l'abbraccia ed esso allegro del ricevuto dono a lui risponde: “Figliuolo io prego il ciel che vivo e 'ntegro versi ogni bene in voi che 'n lui s'asconde,

né l'ingombre pensier noioso ed egro, ma qual platan felice lungo l'onde allarghi e innalzi i chiari onor di voi, ch'avanzin quanti fur maggiori eroi”.

Indi baciato a lui l'invitta mano, con le some bramate si diparte; e via volando, ancora era lontano, quando quei, che rimiran d'alta parte,

tosto il conoscon, che calcava il piano, ove l'Euro con l'onde i liti parte; e ben ponno stimar che seco avea il domandato don che s'attendea.

Onde il popol minor più pronto e leve varca l'onda d'Oron fuor della porta, e con voci di duol noioso e greve al funesto venir s'è fatto scorta;

e tanto va crescendo in tempo breve, ch'all'andar de i destrier tardanza porta; pur Vagorre, spronando quanto puote fa largo il gire alle infiammate ruote.

Or poi che dentro al fin l'alma cittade entrati son, da' suoi vicin ristretti, di donne e vecchierei trovan le strade colme e l'ampie fenestre e gli alti tetti;

che in triste note invocan la pietade degli dei lor per aiutargli eletti; e chi condanna in ciò de' suoi la colpa, chi 'l re medesmo e chi fortuna incolpa.

Giunti poscia alla regia, il gran romore in più doppi s'innalza e vola al cielo; ché 'l vecchio re piangendo esce di fuore coperto in sen di ceneroso velo;

e del più ricco carro, ove il colore cangia l'aurato pin, tratto dal zelo, poi che l'esser tropp'alto il figlio impaccia, le ruote e i legni il miserello abbraccia.

Né per dolce pregare indi si svolge di chi 'l volesse in alto riportare; che con men forza polipo s'avvolge in saldo scoglio quando frange il mare;

e 'n verso il ciel le crude note volge, dicendo: “O stelle rie, perché furare mi voleste anco quel ch'al duro fato de' pegni miei più caro era avanzato?

E se 'l voleste pur, perché lassarme in tale età canuta e sbigottita? Perché non consentir, crude, privarme innanzi al suo partir di questa vita?

Perché di Lancilotto le fere arme non mi potean per via corta e spedita, troppo lor nota omai del nostro sangue, nel dì stesso che lui, rendere esangue?”

Così dicea; ma poi che 'n questi e molti tristi altri detti fu sfogato in parte, diè loco al fin che da quei seggi tolti fur riportati i morti in larga parte,

e sovra letti splendidi raccolti, ov'eran rose e violette sparte, e 'n tra mille odorati e sacri fumi rilucea l'aria d'infiniti lumi.

Ivi all'uso di lor locati intorno fur molti instrutti del funereo canto, i quai con modo di tristezza adorno diero il principio al doloroso pianto;

gli altri restando in tacito soggiorno sol co i sospir gli accompagnaro alquanto; ma doppo un breve star, carca di pene l'afflitta Claudiana innanzi viene;

discinta e scalza in rozzo abito oscuro, di lagrime bagnata e l'auree chiome su 'l collo sparse dell'avorio puro eran fatte neglette e 'nculte some;

e con alto gridar doglioso e duro Segurano abbracciando dice: “Or come ti soffrì il cor già mai, dolce mio sposo, d'esser ne' danni miei tanto animoso?

Non vi sovvenne, oimé, quando partiste, partiste, oimé, per non tornar più vivo ché queste luci lagrimose e triste vedeste e questo vel d'anima privo,

che con mille impromesse consentiste d'esser per amor mio quel tempo schivo di gloria marzial, per non turbare chi più che 'l vostro cor diceste amare?

Non vi sovvenne, oimé, ch'io resterei col buon frutto di voi, ch'ascoso porto, trofeo de' Franchi e de' Britanni rei, senza soccorso, oimé, senza conforto?

Ch'a pena senza voi porrian gli dei condurmi, ahi lassa, in sì securo porto, che di mille atrocissime tempeste col futuro figliuol preda non reste.

Or non pensaste voi con qual periglio rimanga ogni smarrita vedovella, di sostegno nudata e di consiglio, ov'è più ad uopo, nell'età novella?

Poi già sposa di tal, ch'aggia vermiglio il terren fatto in questa parte e 'n quella di sì gran cavalier, di tanti eroi, i cui figli e congiunti odiano or noi?

Ma il maggior danno mio fosse pur questo, che di tosto morir sarei contenta; ma il viver'oltra voi grave e funesto assai più d'altra morte mi tormenta;

ben giace in questa man seguirvi presto, ché da lei posso aver la vita spenta; ma del vostro figliuol pietà l'affrena, che dell'altrui fallir non porti pena.

Rimarrò dunque viva, in fin ch'io mostre al buon frutto di voi l'umana luce, sì ch'al mondo per me le glorie vostre non restin senza erede e senza duce;

poi scorgendo il cammin le Parche nostre, verrò nel quinto cielo, ove riluce vostra alma invitta in onorata parte, nel grembo assisa del superno Marte.

Ma perché m'ha negato il duro cielo l'esser con voi nel trapassare insieme? Ch'al men v'avessi in amoroso zelo gli occhi composti, ch'atra notte preme;

e 'l da sezzo spirar tratto dal gielo in sen raccolto con le labbra estreme; e i detti ultimi vostri uditi avessi da rimanerme in cor poi sempre impressi”.

Così dicendo in lagrime e sospiri in singulti amarissimi si versa, e con l'unghie spietate in larghi giri la bella fronte avea di sangue aspersa;

indi per raddoppiar gli aspri martiri, al misero Clodin ratta conversa, gli cinge al collo le nudate braccia, come troncone o muro edera allaccia.

Dicendo: “O mio dolcissimo germano, che di tanti il miglior rimaso m'era, perché col mio famoso Segurano ricercaste la notte innanzi sera?

Perché ascoltaste, o miserello, in vano de' due parenti, oimé, la voce vera, che troppo era il valor giovine e 'ndotto per opporse con l'arme a Lancilotto?

Or come il rimembrar, che sì gran regno, e sì possente e bel del nostro Avarco non avea, morto voi, guida o sostegno, non vi fé della vita esser più parco?

Pur vedevate omai vicino al segno il vecchio padre dell'estremo varco, doppo il qual, doppo voi, doppo il mio sposo tolto n'è lo sperar non che 'l riposo.

Ma non l'aspra fortuna contro a voi, che vi godete in ciel la pace vera, sfogò tutto il velen; ma contro a noi, di cui cruda lassò la vita intera;

per farne preda e scherno esser da poi dell'empia gente scelerata e fera, e render queste mura eterno gioco degli avversari suoi tra sangue e foco”.

Avria seguito ancor, ma d'indi tolta fu di vecchie matrone e di donzelle, ch'erano intono a lei, da schiera folta, con dolce forza e placide favelle;

ma non men triste della gente accolta empion l'orecchie già voci novelle; ché la pia madre, l'infelice Albina, con dure note al figlio s'avvicina.

Che co i canuti crin sovra le spalle sciolti ella ancora in dolorosi giri, alle voci, alle strida aperto il calle, a i singulti, alle lagrime, a i sospiri,

Menada appar, che nella Frigia valle di Berecintia sua la rabbia spiri; e cinta l'alma d'importabil duolo, stringe affannosa il misero figliuolo.

Dicendo: “O mio dolcissimo Clodino, di tanti altri già figli a me più caro, ch'assai di qua dal natural confino m'ha tolti, ahi lassa, il crudo fato avaro;

per man di quel crudel, che 'l rio destino creato ha solo al nostro sangue amaro; chi sovra la Tamigia e chi su l'Era, chi dove il volse la sua sorte fera.

Ma voi che già il primier di tutti foste, che per mio sol tormento generai, medicaste vivendo ognor l'imposte piaghe di loro e gl'infiniti guai;

perché mai sempre in voi chiuse e riposte le mie salde speranze collocai; e col voi sol mirare, in dolce oblio cadeva ogni pensier doglioso e rio.

Or dove debb'io più volgere, ahi lassa, gli occhi o la mente ad ingannarmi almeno? D'ogni conforto e di sostegno cassa ritrovandomi, oimé, voi tale in seno?

E per mia maggior pena anco mi lassa la morte al mondo d'ogni tosco pieno, e fa contra l'usanza che 'l dolore, ch'ei non possa mancar sostiene il core”.

Qui tacque alquanto e poi novellamente rabbracciando il figliuol doppia le strida; indi ch'a Seguran volge la mente, altra viva pietà ver lui la guida;

lo stringe e dice: “O della nostra gente sola ferma speranza e scorta fida, in quell'uopo maggior ch'avem di voi, quale stella crudel v'ha tolto a noi?

Ov'or ci affiderem senza la mano, che tenea lunge altrui da queste mura? E senza il gran valor di Segurano come giace or fra noi cosa sicura?

Deh perché dal rio seme del re Bano non v'aveste l'altr'ier più larga cura? Perché non preponeste all'ardir vostro della sposa il contento e 'l viver nostro?

Non si spegnea per rifuggir quell'empio la fiamma antica della vostra gloria, né si potea per un contrario essempio scurar d'altri sì chiari la memoria;

ma ben sovra di noi mortale scempio cade e sovra i nemici alta vittoria dal cercar troppo onor che mal conviene a chi l'esser di molti in sé ritiene.

Né senza il vostro ardir forse saria postosi in questa guisa a tal periglio quel, che più che le luci e l'alma mia amerò sempre, il mio famoso figlio;

che seguendo di voi l'altera via, fece il ferro d'altrui di sé vermiglio; così doppio apportò danno e dolore il gran vostro ostinato e 'nvitto core”.

Così diceva ancor, ma la trist'alma già di vigor mancando, avvinta e frale cadde l'afflitta vecchia immobil salma del gener morto e respirar non vale;

l'altre donne d'intorno palma a palma battendo delle man, grido mortale spargean per la gran loggia, che durato fora infino alla notte in tale stato;

ma con molti altri il saggio re vagorre, ch'a ciò ch'era da far l'ordine impone, fa la vecchia regina indi ritorre, e sovra oscuro letto la ripone;

così fa Claudiana, a cui soccorre con ricordi paterni e con ragione, dicendo: “Non conviene a nobil core darsi in preda soverchia del dolore.

E vi dee sovvenir, che fuste sposa di chi d'ogni valor portò l'insegna, e cercar di far fede in ogni cosa, che di tal cavalier nasceste degna;

il dimostrarsi trista e dolorosa, in fin dove arrivar virtude insegna, merta lode d'altrui, ma il troppo poi è da vil femminella e non da voi”.

Così dicendo, a ricercar s'invia il vecchio afflitto e misero Clodasso, e 'l trova ascoso in alto, che fuggia la turba, il mondo e se medesmo lasso,

e gli parla: “Signor, forse saria il miglior di mandar con ratto passo dentro al frondoso bosco aguti ferri, per querce ivi atterrar, frassini e cerri;

e tutto apparechiar, ché nell'aurora, cominciamo a drizzar le sacre pire su la piazza real; ché ogn'altra fora angusta e 'l fiammeggiar porria impedire

oprando sì che non trapasse l'ora di poter poi le ceneri coprire, e far quanto convien pria che ritorni al fine il sol de i nostri dati giorni.

Però che Lancilotto al partir mio, oltra ogni cortesia che volle usarme, mi promise la fé, chiamando Dio, nel duodecimo dì non muover'arme,

per darne spazio al santo uficio pio dovuto a' morti ed al funereo carme, et io no 'l refutai; però mi pare, che si debba al bisogno il tempo usare”.

Risponde il doloroso: “O dolce amico, fate pur senza me quanto v'aggrada; che l'angoscia non lassa al senno antico di partirme da lei trovare strada;

ma il vostro disegnar confermo e dico, che con passo sollecito si vada a dispogliar la selva più vicina, e dar poi loco alla pietà divina”.

Non ritarda Vagorre e tosto chiama tutto il popol d'Avarco in ogni loco, dicendo: “Chi 'l suo re, chi 'l dever'ama, porti l'esca silvestre al sacro foco,

ove i chiari signor d'eterna fama per difesa di voi curar sì poco le proprie vite, che abbattute e spente rimaser lasse alla nemica gente.

Né tema alcun l'insidie de' Britanni, perché di Lancilotto ebb'io la fede, che sicuri viviam d'onte e di danni in fin che 'l sol duodecimo non riede”.

non vi rimase alcun di robusti anni, ch'al suo dolce pregar subito il piede non rivolgesse a i boschi men lontani, de' suoi ferri miglior carche le mani.

Chi possente caval, chi carro adduce, chi di se stesso ancor grava le spalle; e 'n fin che 'l nono dì con l'alba luce si sentìo risonar d'Euro ogni valle,

ché chi torna a pigliar, chi riconduce gli arbori indietro per l'istesso calle, chi con la scure sua la selva atterra, chi l'incarco d'altrui corregge e serra.

Poi che 'l decimo giorno in cielo apparse, sopra l'instrutte pire si portaro i dodici guerrieri, ove fur sparse molte strida più gravi e pianto amaro,

mentre il sole splendeo; ma poi che scarse fur di lume le piagge e si mostraro le stelle aperte in cielo, in più d'un loco fu d'esse acceso il sacro santo foco.

E Claudiana, ov'era Segurano, le biondissime sue famose chiome tolte al capo real, di propria mano esser fé, lassa, preziose some;

poscia in suono alto, che s'udìa lontano, richiamando tre volte il chiaro nome, disse: “Del nostro amor vi risovvegna fin ch'a tornar con voi mi senta degna”.

Ma il feroce Vulcan già verso il cielo le cornute sue fiamme ravvolgea, e 'l silenzio, l'umore, il fosco e 'l gielo dalle notturne tenebre scotea,

né men, che soglia il bel signor di Delo, Avarco intorno di splendore empiea; poi compita la notte, in lui s'ammorza all'arrivar del dì l'esca e la forza.

Co i generosi vin ciascuno allora ove ha il più caro pegno si raccoglie, et al picciol calor, che vive ancora, con largo riversar gli spirti toglie;

la vecchia Albina in quello in cui dimora il suo caro Clodin l'anfora scioglie; la sua figlia all'Iberno; a gli altri poi i più congiunti van di tutti i suoi.

Lì di lagrime pie bagnando i volti, le nude ossa e le ceneri trovate, in delicati lin di seta avvolti hanno in più saldi nodi riserrate;

alle quai poscia in vasi aurati e colti, ove non spiri l'aria, collocate, dier di lucenti marmi altero albergo, sculto di lodi lor la fronte e 'l tergo.

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CANTO XXV · Luigi Alamanni · Poetry Cove