Or mentre questi e quelli in tale stato han l'uno stuolo e l'altro ricondotto, già il re Rion securo era arrivato col miser Galealto a Lancilotto;
a cui nessun narrar l'acerbo fato non s'avea per timor l'animo indotto; però, qual nuovo inaspettato danno, più doglioso gli apporta e crudo affanno.
Il qual sempre restato era, dapoi che 'l suo diletto amico era partito, lungo l'albergo che chiudeva i suoi, fuor d'ogni fosso in solitario lito;
or quando scorge il re, con gli altri duoi, ch'han gli occhi molli e 'l volto sbigottito, e 'n fra lor l'aspra soma hanno divisa, che sia quel, ch'era in ver, subito avvisa;
e gridò di lontano: “O signor miei, è quel che scorgo qui, l'eletto amico, che mi renda infelici e giorni e rei, e 'l viver, lasso, al mio voler nemico?
Deh come volentier tosto morrei pria che risposta aver di quel ch'io dico; ch'io so, che 'l rio destin mi pose al mondo per non lassarmi mai tempo giocondo”.
Risponde il re Rion: “Chiaro signore, a quanto piace al cielo a noi conviene quetamente adattar l'animo e 'l core, e tutto in grado aver che da lui viene;
il gran re Galealto in sommo onore ha del mondo schivate omai le pene, e dell'alto Motor, Fattore e duce gode lieto or lassù l'eterna luce.
E del possente e fero Segurano, doppo aver lui mostrata alta virtude, ucciso fu dalla spietata mano, che troppo gran valor per esso chiude;
e 'l lassò al fin su l'arenoso piano, con le membra reali scarche e nude dell'armi vostre infino ad ora invitte in mille parti già chiamate e scritte.
E se non era ancor la chiara aita del famoso Tristan, che non fu parco già mai di sangue suo, d'altrui rapita questa spoglia mortal fora in Avarco;
ma mentre in altro affar tenne impedita la schiera Iberna e noi pietoso incarco di lui prendemmo, e con veloce piede qui il conduciamo all'infelice sede”.
Poi ch'ha detto così, del peso scosso ha sé medesmo e gli altri e posa in terra il grave scudo allor di Sinadosso, che 'l miser Galealto ascoso serra;
mentre ch'al discoprirlo era già mosso l'afflitto Lancilotto, in cui fan guerra tra loro ira, pietà, sdegno e furore, e di pari ciascun gli ingombra il core.
E poi ch'egli ha la candida bandiera, onde celato gìa, di sopra tolta, e l'ha squarciata in vista orrida e fera, le braccia intorno al caro collo avvolta;
indi con voce oltra l'usato altera in tal duro parlare al ciel si volta: “Deh perché mi serbasti, invida sorte, vivo a cosa veder peggior che morte?
E' questo il ben, che alcun predetto m'ave, che da voi mi verria, crudeli stelle? Ch'oggi danno sì amaro, acerbo e grave mostrate a gli occhi miei spietate e felle,
che l'incarco terren più nulla pave, ch'a i suoi brevi desir siate rubelle; che tanto in un sol dì gli avete tolto, che non vi resta omai da torgli molto.
Ma se de' miei dolor fuste sì vaghe, perché almen non volgeste in queste membra l'armi nemiche e le medesme piaghe, e 'l fin ch'ogni mortale in uno assembra?
Deh come del suo mal talor presaghe son nostre menti, ohimé? Che mi rimembra, che all'apparir dell'alba mi destai tutto tremante di futuri guai.
E tu spirto real, ch'or sei nel cielo, e che del mio dolor forse hai pietade, non ti sovvien con che fraterno zelo del guardarti d'altrui mostrai le strade?
Dicendo, ahi lasso, e sotto ascoso velo, per non offender tue virtù sì rade, che devessi schivar la cruda mano del fatale avversario Segurano?
Ma il troppo tuo valor, la troppa altezza del magnanimo cor t'indusse a questo, per furarmi dal mondo ogni dolcezza, e per lassarmi a me gravoso e mesto;
ma con quel cor, che sol piacerti apprezza, ti promett'io, s'al ciel non fia molesto, che tu potrai veder con chiara sorte larga di te vendetta o di me morte.
Che nessun possa dir, che Lancilotto, doppo il crudo partir di Galealto, non aggia o il percussore o sé condotto sotto aspro incarco di marmoreo smalto;
che 'l fil saldar, che dalla Parca è rotto, sol si conviene a chi ne scorge d'alto; che nel perder gli amici a noi promette solo i pianti, le lodi e le vendette.
Il pianto avrai ma non da gli occhi miei, ch'al generoso spirto si disdice; ma da chi scorgerà gli acerbi e rei casi del popol suo morto e 'nfelice;
le lodi altri ned io donar potrei simili a quelle ognor che canta e dice delle bell'opre tue l'alta memoria, ch'ovunque cinge il mare empie di gloria”.
Poi ch'alquanto è sfogato, intorno chiama Sinadosso, Galnese e 'l re Rione, dicendo: “A cavalier di tanta fama, cui soggiacea sì larga regione,
per chi perfettamente il cole ed ama, e del tutto adempir sua cura pone, non si dee di ministro adoprar mano, che di sangue e virtù non sia sovrano.
Però vi prego umil, per quello amore che sì chiaro di lui vi scalda il seno, che noi non disdegnam rendere onore, qual più si puote, al carcer suo terreno;
che sia ridotto al pristino candore dalla polve e dal sangue ond'egli è pieno, da noi medesmi e nessun altro sia in tale uficio indegna compagnia”.
Poi ch'ha finito, il nobil Sinadosso per preghiera degli altri a lui risponde: “Quanto pon questi duci e quanto io posso al dever vostro e nostro corrisponde”.
Così dicendo il bel drappello è mosso con ricche urne dorate, ove con l'onde bagna d'Euro il ruscel l'erbose rive, del lungo guerreggiar già fatte schive.
E dove più profonda e chiara appare, e men rotta da' carri e da' destrieri, cerca intento ciascun la sua colmare di quelli illustri e rari cavalieri;
indi a vedergli carchi ritornare ingombravan le vie gli altri guerrieri, che ripien di lugubre meraviglia alzano inverso il ciel l'umide ciglia.
Poi giunti al padiglion fra terra e sassi, pur di lor propria man fan ricco il foco di tronchi e frondi, che in veloci passi hanno accolti vicin d'intorno al loco;
pendente in mezzo ov'ampio vaso stassi, in cui givan versando a poco a poco tra mille erbe odorifere e sacrate l'acque dal picciol fiume ivi portate.
Al qual d'alto romor fremendo in giri fan le montanti fiamme orrida guerra, mentre s'ode lontano alti sospiri muover l'onda crollante ch'ei riserra,
in fin che 'n freddo loco si ritiri vuol Lancilotto e si ripose in terra tanto, che 'l suo calor termine prenda, che la man di chi 'l tocca poco offenda.
Poi sopra mensa aurata collocate le membra quasi incognite a chi vede, fur le spietate piaghe pria lavate, indi il corpo real dal sommo al piede;
sì ch'all'esser di prima omai tornate le fattezze divine, ch'eran sede d'ogni virtù immortal, si dimostraro come fosser giamai nel viver chiaro.
Non poté fare allor l'invitto amico, che con grave sospir non gli parlasse: “Ov'era, alto mio re, l'amore antico, ch'al me sempre seguir fra noi vi trasse?
Che dal nostro comune aspro nemico almeno a mia cagion non vi ritrasse, dicendo: 'Or sieno in me scolpite e fisse quelle estreme parole, ch'ei ne disse'.
Ma dove me tenea l'aspra mia sorte, che, qual sempre solea, non v'era a lato? Ch'a mille Seguran dava io la morte pria che lasso vedervi in tale stato,
o che le mie giornate eran sì corte, come a voi l'ordinò l'acerbo fato, sì che l'uficio estremo, ch'or fo a voi, il faceva altra mano ad ambe duoi”.
Così lasso dicendo intorno intorno l'abbraccia e stringe a sé la chiara fronte; indi con vel di bei trapunti adorno per onorate man nobili e conte,
che gli fu dato in quel felice giorno, ch'egli abbatté le forze al nuocer pronte del fero Ancaldo, che la bionda Isotta sotto il suo crudo impero avea condotta;
che fra mill'altri don, gli fu cortese di questo, ch'ei vorrebbe a più lieta opra aver servato, in cui tutto il paese dell'armorico regno pinse sopra;
come ha nell'ocean le braccia stese, le quali or lassi nude, or tutte cuopra, secondo il vario corso ch'ave in cielo la sorella di quel che nacque in Delo.
Con quel dunque l'asciuga e puro e netto d'ogni sangue e di polve tutto il rende; poi tra le piume stese in aureo letto sovra fino ostro e seta, esso distende;
l'asconde appresso dal mortale aspetto da tappeto ricchissimo, che pende da ciascun lato, in cui varia riluce e di gemme e di perle altera luce:
là dove il ciel pareva e le sue stelle ben distinte fra loro ad una ad una, poco men che le vere ardenti e belle, quando più scarca sia la notte bruna;
ma qual regina poi tra tutte quelle, di candidi adamanti era la luna cinta il volto divin, che 'ntero mostra al pio Germano ed alla vista nostra.
Questa una fu dell'onorate prede di Lancilotto già infinite allora, ch'a forza vincitor l'ardito piede pose in Benicco e ne ritrasse fuora
la vaga donna d'ogni grazia erede, di cui chiara beltà larga dimora; la vaga Claudiana, che poi volse rendere al padre e premio non ne tolse:
la qual diè poi Clodasso per isposa al fero Segurano, onde alfin nacque dell'invido Gaven la lite odiosa, che in altrui man vederla gli dispiacque;
or poi che dalla veste preziosa il miser Galealto occulto giacque, dal dolore incredibile condotto gìo da gli altri in disparte Lancilotto
e lungo il rio dell'arenoso lito duro seggio si feo pensoso e solo; et or prigion s'immagina, or ferito per le sue man tra 'l suo gradito stuolo
il forte Seguran; né sbigottito, benché gli doni al cor travaglio e duolo, l'ha il ritrovarse allor quell'arme tolte, che trionfare il fecer mille volte;
che s'ei fosse mestier l'andare ignudo, per vendetta cotale anco il faria; che 'l suo più fino acciaro e 'l forte scudo era l'invitto ardir che 'n seno avia;
ma rampognando il sol, l'appella crudo, che si tosto ent'a 'l mar tuffato sia; e gli par che l'indugio di una notte tutte le sue speranze aggia interrotte.
E mentre d'uno in altro aspro pensiero il dolore e 'l furor la mente guida, scorge vicino il piè sopra il sentiero della nutrice sua famosa e fida;
questa è la sua Viviana, a cui leggiero fu 'l vedere il cordoglio, che s'annida nell'alma invitta e che d'altrui sien prede l'arme incantate pria, ch'ella gli diede;
che in sollecito core avea provvisto di quanto uopo facea nel gran bisogno: così dove sedea pensoso e tristo, quasi imagine appar che venga in sogno;
e 'n volto amaro e di dolcezza misto comincia: “O figliuol mio, cui solo agogno veder sovra il mortal lieto e contento, qual ti affligge di nuovo aspro tormento?”
A cui rivolto il figlio del re Bano risponde: “Or non sapete, alma nutrice, come il brando crudel di Segurano fosse al mio Galealto agro e 'nfelice?
Et a me molto più; ch'ogni altro invano accidente mortal chiaro e felice per mio restauro può venirmi omai, ch'io non spero altro più, che tragger guai.
Ma ben bramo dal ciel per somma grazia, che innanzi al mio morir, ch'è lunge poco, mi faccia don ch'io renda l'alma sazia di sua larga vendetta in questo loco,
a fin ch'or chi ne strugge e chi ne strazia non molto il nostro mal si prenda in gioco, e che 'l mio dolce amico intenda scorto, che qual vivo l'amai, l'amo anco morto.
Dogliomi io ben, che delle fatai arme, che mi venner da voi, diletta madre, non potrò, lasso, nell'aurora armarme, e sorta averle all'opere leggiadre;
ma sia che può; ché non potrà vietarme, se non solo il voler del Sommo Padre, contra il qual nulla puosse, ch'io non vada nudo e di vetro ancor porti la spada;
ch'assai mi basta il cor, ch'io porto in seno, e l'onore e l'amor di Galealto, che tanto pon, ch'io non gli apprezzo meno, ch'arme incantate, al periglioso assalto;
e se pur ne morrò; sovra 'l sereno accolta fia dal suo Fattore in alto quest'alma afflitta con perpetua lode, tra 'l chiaro stuol, ch'eternamente gode”.
Tal dice Lancilotto, a cui rispose la nobil donna del famoso Lago: “Il grave duol delle avvenute cose vi fa di lamentar soverchio vago;
né ben conviene a menti gloriose d'alcun futuro mal l'esser presago, ma il passato soffrir costante e forte, sperando all'avvenir più amica sorte.
Né temer già devreste, ov'io mi trove, che vi mancasser mai l'armi pregiate, né per vostra salute aite nuove, onde al sommo d'onor salir possiate;
che com'io intesi l'infelici prove di Galealto e come restavate del ferro privo, ond'io vi feci adorno quando varcaste il mar nel primo giorno;
tosto all'oscura tomba, dov'io tegno l'incantator Merlino a me suggetto, n'andai pregando, che voi fesse degno d'altro acciar rivestire e più perfetto;
et ei, ch'ancor per me soggiace al regno cieco d'amor, col più benigno aspetto, che faceste ancor mai, mi disse: 'Donna, che sete a' miei pensier ferma colonna;
egli è gran tempo omai, che le mie carte, e gli spirti miglior, che meco stanno, mi mostraro e narraro a parte a parte il presente di voi caduto danno,
perch'io fei fabbricar con divina arte arme celesti, che virtude avranno sopra quante mai furo e di beltade non vide a loro eguali alcuna etade.
E nel nobile scudo fei scolpire di Lancilotto poi la larga prole, che dee di tempo in tempo riuscire alta e famosa ovunque allume il sole,
perch'ei possa per lor gli sdegni e l'ire temprar mirando e ciò che pesa e duole far leve e lieto e 'l mal presente oscuro rischiarar con l'onor ne' suoi futuro.
Or le prendete adunque e dite a lui che non gli può mancar chiara vendetta; ché fia cotal, ch'ogni alta gloria altrui s'udirà al par di lei, bassa e negletta;
e si conforti in contemplar de' sui la regia stirpe, dalle stelle eletta per alzar con la spada e col consiglio al quinto e sesto ciel l'aurato giglio'.
Così dicendo allora il gran profeta il desiato don mi pose in mano; et io quanto esser puosse di ciò lieta grazie gli rendo con sembiante umano;
e volando ove l'aria è più quieta, e 'l seren dalle nubi più lontano, quale il fulgure ardente in basso cade, ho segnato al venir l'altere strade.
E per quant'io v'apprezzo e per suo nome con tutto il mio desir grazia vi chieggio, che del passato omai le dure some scarcar vi piaccia e non temer di peggio;
ché se ben pria che 'mbianchin queste chiome, il vostro ultimo fin venuto veggio, sarà con tale onor quel breve tempo, ch'assai dolce vi fia partir per tempo.
Ma se voleste voi restando in pace, dentro al patrio terren menar la vita, trapassar si porria quel che vi face di questi anni la via corta e spedita;
ma cercando d'onor l'accesa face, come il vostro volere ognor v'invita, me lasserete e i vostri in larga doglia, richiamando di voi la sciolta spoglia”.
Così diceva e 'l fero Lancilotto risponde: “Assai mi fia, madre pietosa, che 'l cielo infino a qui m'aggia condotto, s'io posso vendicar la morte odiosa
del caro amico e poi mi spinga sotto là, dove ogni mortal perpetuo posa; e di vita aggia un'ora questa salma, pur che viva in onor poi sempre l'alma”.
Qui si tacque egli ed ella oltra seguendo gli dice: “Poi ch'a voi questo non piace, col voler di lassuso in grado il prendo presta al tutto soffrir col core in pace;
e 'l ferro invitto in poter vostro rendo, ché sia al chiaro desir guida verace; e così ragionando stende a terra l'arme, cui simil mai non scese in guerra.
Quando venne al buon duce lo splendore a percuoter la vista, che l'abbaglia, sentì tanta dolcezza il tristo core, che in estrema allegrezza se ne saglia;
e più raccresce in lui l'ardente amore di tosto ritrovarse alla battaglia; e tutte ad una ad una in man si prese le parti altere del celeste arnese.
Guarda l'elmo onorato, ove il cimiero d'una crinita stella ardea d'intorno di bel piropo, ch'avanzava il vero quando il ciel più seren si mostre adorno;
allor che minacciar provincia o impero di danno intende o di novello scorno, ché 'l popol tra temenza e meraviglia alza divoto al ciel l'umide ciglia.
La pesante corazza appresso prende, che di finissim'oro ha largo fregio, in cui davanti un sol lucido splende di fiamme avvolto di colore egregio,
e i raggi ardenti d'ogn'intorno stende tra carbonchi e topazi d'alto pregio, e sì vaghi al mirar, che mostran bene, che da divin martel tal'opra viene.
Tutte l'altre arme poi, che son difesa delle braccia e del resto infino al piede, con mente allegra e di dolcezza accesa, qual desiato don, meneggia e vede;
e l'apprezza cotal, che non gli pesa, ch'or sia dell'altre Segurano erede; ché tanto a queste son le prime eguali, quanto son le terrene alle immortali.
Poscia il brando celeste in mano ha preso, e del foder gemmato ha tratto fuore; troval di tempra tal, che mal difeso ogni incanto saria dal suo furore;
né di lui si spaventa al grave peso, cui non men convenia, che 'l suo valore; e già vorria vicin, com'ha lontano, il crudele avversario Segurano.
Il duro scudo alfin possente e greve con ardente desio leva da terra, com'un altro faria la scorza leve d'arido salcio, ch'Aquilone atterra;
in cui di fino acciar cerchio non breve cinque scorze durissime riserra, le quai regger porrien contra le prove delle folgori asprissime di Giove.
Dentro d'argento e d'or tutte coverte eran le ornate pelli, onde s'appende al collo o al braccio, dove a guerre incerte di lancia o spada il cavaliero intende,
con fermissimi chiodi in esso inserte, e di ciascun de' quai la fronte splende di rubin, di diamanti e di zaffiri da abbagliare il veder di chi gli miri.
Di fuor sovra l'acciar commessa d'oro guarda la stirpe sua l'altero duce, distesa intorno in sì sottil lavoro, che bisogna al mirar del sol la luce;
ivi son quei miglior, che primi foro, i quai virtude invitta riconduce alla insegna real del giglio aurato, per difetto d'altrui già in basso stato.
Ivi scorgea ne' suoi gli eterni onori, e le chiare opre loro al mondo sole; né pure in Gallia i guadagnati allori, ma i Germani anco, ove men scalda il sole,
congiunta co' più illustri imperadori di tempo in tempo la felice prole; ma poi ch'al regno Sassone discese, ritornò in Gallia al suo natìo paese.
Alto apparia 'l magnanimo Ruberto, che del famoso Angiero scettro avea, in arme, in senno ed in valore esperto sì, che i crudi vicini a fren tenea,
e 'l popol lasso e de' suoi beni incerto col medesmo suo sangue difendea; che liberando quel d'acerba sorte, trionfò de' Normanni con sua morte.
Indi il minor Ruberto d'esso usciva, che regnò tra 'l Pirene e la Garona, e 'l saggio Odon, che per bontade schiva dell'onorata Gallia la corona;
ma non già quel, che la quieta Uliva, per acquistar cipresso n'abbandona; ché mantenendo il pria gustato onore, lungo il fertil Sesson tra l'arme muore.
Di cui giovin rimaso il grande Ugone contra i nemici suoi fu ardente foco; ch'ora al gallico re temenza pone dispogliandol talor di più d'un loco,
or gastigando il rio cognato Otone, ché 'l legame del sangue stimò poco, quando al Neustrio terren la chiara Sena feo del sangue German vermiglia e piena.
Di costui nato poscia Ugo il secondo che 'l popol per onor Capeto appella, ch'ebbe il destin più amico e più giocondo, e più cortese in ciel ciascuna stella,
lì si vedea; ch'all'affannato mondo riportava l'età fiorita e bella, levando i gigli d'or negletti e bassi, colpa de' suoi rettor di virtù cassi,
degenerato essendo il divin seme del glorioso erede di Pipino doppo il volger duo secoli e che preme con loro il terzo al mezzo suo cammino.
E quale al freddo ciel nell'ore estreme porta dolce restauro nel mattino il risurgente sol, non punto meno venn'ei bramato al gallico terreno:
ma perché rare volte o mai non viene, che sia in ciascun mortale il veder sano, ivi era sculto come a lui conviene muover contra i più rei l'arme e la mano;
abbatte il Lotteringo e 'n vita il tiene con la sposa e i figliuoi cortese e piano, poi tra 'l popol miglior di lui contento prende il reale scettro e 'l sacro unguento.
Poi nell'anno secondo fa il figliuolo Ruberto coronar, lui vivo ancora, per far lieto di quel l'amico stuolo, che 'n gelosa temenza ne dimora;
questi il sommo Fattor dell'alto polo con sì devoto cor mai sempre adora, ch'al buon popol fedel fu vero essempio di coltivar di Dio l'eletto tempio.
Doppo costui venia chi 'l chiaro nome tra 'l legnaggio real primiero porta, ch'oggi sostien d'onor famose some et a chi spira al ciel si mostra scorta;
fu questi Enrico, che le forze ha dome al Normanno drappel, ch'alla via torta trasse la spada indarno e cinse l'elmo contra il duce illustrissimo Guglielmo.
del medesmo seguir gli alti vestigi, giunta alla sorte lor la virtù vera, gli onorati Filippi e i gran Luigi potean vederse in gloriosa schiera,
l'un doppo l'altro; in cui gli oscuri stigi non potero adombrar la fama altera, come roder del tempo i crudi tarli non potero il valor de i quattro Carli.
Lì si scerne in Valese e in Orliense il sacro arbor real con sommo onore i rami avere e le sue frondi estense, poi riducerle in sé con chiaro amore;
quelle in Filippo il settimo, che spense più d'una volta l'anglico furore, queste in Luigi l'ultimo, ch'a freno tenne primier l'Insubrico terreno;
de i buon duci del qual mostrava uscire la famosa ava sua, qual certa erede; e chi a gran torto gliel volea disdire menar prigion tra le famose prede,
e più volte calcar con molto ardire l'alpi nevose altissime si vede, or contra il chiaro Veneto, or per torre le discordie a Liguria e 'n pace accorre.
Di sacra maestà la fronte cinta si vedea doppo lui giungere al regno il gran genero suo; quel che l'estinta bontà ridusse al pria lassato segno;
quel ch'ogni alta virtù già in terra accinta per fuggirse da noi per giusto sdegno, con le bell'opre sue quaggiù ritenne, e lieta e felicissima mantenne.
Il celeste Francesco era costui, che del nome onorato fu il primiero, come il primiero ancora appar de' sui di valor, di bontà, d'animo altero;
ivi il saggio Merlino avea di lui più che d'ogni altro bel pinto l'impero; e di più dotta man più bei colori adombravano iv'entro i rari onori.
Vivo ancor l'alto suocero, apparia scacciar sovente le nemiche squadre; e mentre la sua vece sostenia, fare in consiglio e in arme opre leggiadre;
né pur la gioventù, ch'allor fioria, ma l'età ferma ed ogni antico padre nel senno e nel valor di sì bell'alma del suo verde sperar locò la salma.
Giunta poi la stagione, ove il ciel volse, poi ch'al quarto suo lustro era il natale, porlo al gallico impero e 'n man gli accolse degli indorati fior l'asta reale;
il magnanimo re l'arme s'avvolse, e del chiaro desio spiegando l'ale, per non lassar de' suoi l'antica forma, nell'italico seno stampò l'orma.
Lì si scorgea per lui l'Elvezio, invitto giudicato dal mondo infino allora, con le dure falange essere afflitto e di vita e d'onor privo in un'ora;
ché difendendo il mal negato dritto di chi Eridan, Tesino ed Adda irrora, l'altrui gran torto e 'l suo voler superbo ebber qual convenia lor fine acerbo.
E 'l famoso Francesco in arme fero, come in pace a' miglior soave e piano, di Marte esercitando il sommo impero ben mostrava d'ogni altro esser sovrano;
ch'or questo suo stancando, or quel destriero, or' ch'avea 'l piè da lunge, or prossimano or d'una schiera, or d'altra, or prima , or dopo, come al bel guerreggiar veniva da uopo.
Né appresso il faticar di quanto è 'l giorno, si rivedea la notte essere in posa; ma col ferro real tra' suoi d'intorno non meno oprar nella stagione ombrosa,
fin ch'al secondo sol di raggi adorno colse l'intera palma gloriosa, quando apparia la terra a maraviglia dell'avversario sangue esser vermiglia.
Doppo il qual largo onor; cortese epio, come verso i figliuoi l'annoso padre, ogni offesa maggior posta in oblio si mostrò amico alle nemiche squadre;
le quali in porto al suo terren natio dalle fere tempeste oscure ed adre feo secure menar, senz'altro affanno fuor ch'al primo di Marte avuto danno.
Cinger si scorge poi la forte sede di fossi inghirlandata e d'alte mura, ch'avea d'inespugnabile tal fede, ch'alla forza mortal vivea sicura:
ma quando il re magnanimo ivi assiede, non conosciuta pria sente paura, s' che se stessa e l'insubre suo duce sotto al gallico impero riconduce.
A lui quanti han gl'italici terreni principi illustri e chiare libertati, venir qui si vedean d'amor ripieni, come al vero signore i servi grati,
queste mandar degli adeguati seni di virtude e di senno i più pregiati, come al pio difensor dell'alme vaghe, ché del viver disciolto altri s'appaghe.
Et ei con quello amor tutti gli accoglie, che 'l buon voler d'altrui fa il sommo Giove; e raffrenando in sé le avare voglie, ché spesso al vincitor vittoria muove,
contento sol delle sue antiche spoglie non vuol l'armato stuol drizzare altrove, poi ch'al sommo pastor di Pietro erede con dovuta umiltà s'inchina al piede.
Poi nel belgico sen poco oltra appare con le schiere a bataglia e con l'insegne indarno il suo avversario richiamare, di marziale ardor le voglie pregne;
e quello il passo indietro ritornare qual lupo ove il leon vestigio segne, che per più angusta via spinosa e fosca spesso intorno ascoltando si rimbosca.
Poco oltra anco apparia, dove il Tesino va il terreno irrigando erboso e molle, quando il fato maligno e 'l rio destino della intera virtù la palma volle;
da l'un lato apparia 'l valor divino, che 'l famoso Francesco in alto estolle, dall'altro l'empia ed invida fortuna, ch'ogni forza ch'avea contr'esso aduna.
Sopra l'alto corsier di ferro adorno con la lancia arrestata sembra un Marte, e facendo a' nemici oltraggio e scorno si vedea questa urtare e quella parte;
poi 'l fugace de' suoi sinistro corno ratto insieme ripon con bellica arte, e con l'istessa man vie più d'un duce delle nemiche squadre a morte induce.
Ma non potendo al fin l'estrema possa sostener lasso e solo, ond'egli è cinto, dell'alma invitta ogni viltade scossa, si vedea 'n altrui forza, ma non vinto;
ché di contraria sorte alta percossa il naturale ardire non ha più estinto, che faccia unto liquor l'ardente fiamma, ch'al suo primo arrivar vie più s'infiamma.
Indi aggiunto alto senno alla fortezza, e l'onesto soffrir con degnitade, nel crudo vincitor l'empia durezza rompe e truova il cammin di libertade;
in cui di vendicar l'usata asprezza onorate ritrova e belle strade, consentendo pietoso il giogo torre a gl'italici campi e i lacci sciorre.
E 'l vicario di Cristo e quella soglia, in cui primo sedeo l'antico Piero, poi ch'esser vede vergognosa spoglia del Germano infedel, del crudo Ibero,
il medesmo re, di chiara voglia ripieno il giusto core e d'amor vero, le pie galliche insegne a Roma stende, e dell'iniquo stuol libera rende.
Ivi sculto era ancor più d'una volta l'empio avversario suo del terren gallo esser fugato e con la gente folta a gran danno e disnor pagarne il fallo,
e 'ndarno sempre aver con pena molta sforzato muro in esso, argine o vallo; e tenerse felice, chi potea rifuggendo schivar la morte rea.
Nè di Pallade in lui mostrava ascosa l'arte onorata e la sua verde Oliva, ma sì vaga, sì bella e speciosa, che nel colle più aprico o 'n caida riva;
ogni Musa, ogni Grazia, qual la rosa in seno al dolce april seco fioriva; e dolcemente si vedeano intorno spirargli amor d'ogni virtude adorno.
La nobil Gallia si vedea per lui di toga ornata e del solare alloro avanzar di savere i vicin sui nel greco e nel latino ampio tesoro;
e contra i colpi e 'l vaneggiar d'altrui, come l'annoso pino all'Austro e 'l Coro, tener ben ferme le radici prime dell'alte leggi del Fattor sublime.
Al collo gli avvolgea le braccia caste, e 'l bianco manto suo la pura fede, quasi dicendo:”Alcun non mi contraste di lui fermar d'ogni mio regno erede”;
e per ciò ben chiarir, l'essempio baste di quel ch'ivi vicin sculto si vede; in cui vien l'avversario, il quinto Carlo, disarmato e soletto a visitarlo.
E lui poste in oblio l'aspre contese, i ricevuti oltraggi e l'odio antico, essergli d'ogni ben largo e cortese, com'unico germano e caro amico;
e qual trionfator del suo paese, che più volte calcò fero nemico, il menò sicurissimo in quel loco, ove ogni bene oprar conobbe poco.
Assedea doppo lui l'altero figlio Enrico invitto, al nome suo secondo, ch'a i tre lustri compiti, l'aureo giglio di famosa vittoria fea fecondo;
e dell'aquila cruda il fero artiglio che parea minacciar l'afflitto mondo, sol mostrandosi al Rodano feo tale, che più tosto che quello adopra l'ale.
Non molto andata ancor la verde etade, l'Alpi oltra varca al più nevoso verno, e del serrato passo apre le strade con suo sommo valore ed altrui scherno;
scaccia il nemico e rende le contrade furate allora al gallico governo, e sgombrando le nubi oscure et adre chiaro e quieto il ciel dimostra al padre.
Squarciata poi la mal tessuta pace, duce rimena ancor l'armate schiere, ove in tra i Pirenei la terra giace, che 'l Nerbonese mar porria vedere;
torna indi poi contra l'ardente face, che parea sormontar l'ultime spere, della guerra mortal, ch'aduna insieme il belgico, il germano e l'anglo seme.
E così giovinetto, ove Matrona le piagge erbose dolcemente bagna, ove il fren saggio accoglie, or'oltra sprona, ove più aperto il sen dia la campagna;
e ch'a tema o furor non s'abbandona, il vecchio imperadore in cor si lagna, e ch'egli aggia alla fin s'accorge in vano di Fabio l'occhio e di Marcel la mano.
Onde all'estremo andar forzato appare d'altra novella pace a consentire, con promesse a lui dure ad altrui care, ma con mente fermata di fallire:
poscia ivi al ciel tra l'anime più chiare l'alto parente suo vedea salire il grande Enrico, con la pietà stessa, che debbe in nobil core essere impressa.
Doppo il cui lagrimar, l'invitto core i danni andati a vendicar s'appresta, e dell'anglico stuol contra il furore la già indormita spada altero desta,
e l'adopra cotal che 'n sì poche ore ogni salda muraglia afflitta resta, che dir puote: “In tal fato l'arme cinsi, che in un momento venni, vidi e vinsi”.
Poi che ridotto al pristino suo impero ivi apparia il gran lito de' Morini, non men pietoso mostra il suo pensiero a chi fuor sia de' gallici confini:
sentendo in preda dell'ogoglio fero di chi indotti gli avea gli aspri vicini il buon duce Romano afflitto e solo, qual germano il soccorre o qual figliuolo.
E 'l difende e mantien da quello istesso, che gli devria donar contr'altri aita; ahi crudo cor, dal suocero, ch'oppresso il tenea, lasso, e' suoi nemici invita;
e poi che al miser padre avea permesso, che tolta fosse l'insidiata vita, la medesma pia figlia e i suoi nepoti d'ogni paterno ben fea cassi e vòti.
Ma il magnanimo Enrico del suo sangue, e de' suoi gran tesori è sì cortese, ch'ei riduce a salute il quasi esangue chiaro corpo illustrissimo Farnese;
poi l'alma libertà, che morta langue pur dal ferr'empio delle Ispane offese, ritornar viva fa, integra e serena tra l'alme mura della etrusca Siena.
Tal che quanti hanno dei le tirrene onde, quante ninfe e driade ha il terren Tosco, ornando quei le sue salate sponde, queste il chiaro cristallo e 'l verde bosco,
ciascun divotamente a Giove infonde preghi, che mai non sia più ch'allor fosco del buon re Gallo all'onorata voglia, sì che tutto il terren da i lacci scioglia.
Non molto lunge a questo sculto appare il medesimo Enrico sovra il Reno l'invittissimo esercito menare, e dell'alma Germania il largo seno
d'ogni furor tirannico sgombrare, e dell'empio signor, romperle il freno; e dall'infide braccia riconduce l'uno e l'altro di lei famoso duce.
E lassando i suoi campi e 'l patrio nido, si vede in fuga aver l'infermo volo del magnanimo Gallo al primo grido di Giove il fero uccello afflitto e solo,
mentre quel trionfante sovra il lido di Mosella e di Mosa il franco stuolo rimena; al cui valor non fu securo ferro, foco, montagna, argine o muro.
Scolpito ha intorno l'uno e l'altro frate, il secondo Francesco e 'l chiaro Carlo, quel furaron le Parche, congiurate di coronare Enrico e 'n cielo alzarlo,
quest'altro giunto a più perfetta etate tosto il tolse colui che potea farlo, con soverchio dolor del padre pio, del gran germano e del terren natio.
i quai tutti vivean con ferma speme di veder sormontare il suo valore, e di render più illustre il divin seme, e più splendido far l'aurato fiore,
come seppe il terren che Mosa preme, che mal contrasta al giovine furore, qual ben descritto lì potea vederse, che ratto al suo venir le strade aperse.
Né il gran vate divino ivi entro ascose del frutto femminil le piante chiare; del gran Francesco la sorella pose sovra quante fur' alme altere e rare;
e quale i minor fior le vaghe rose, le vincea tal, che in tutte l'altre avare parean le stelle; che versaro in lei quanto bene al mortal donan gli dei.
Scritto avea nella fronte a lettre d'oro, l'alma Regina, che i Navarri affrena; cingela Apollo del suo sagro alloro in vista più che mai lieta e serena;
non lontan poscia a così bel tesoro si leggea 'l nome pio di Maddalena, di Francesco primier progenie degna, che nel scoto terren non molto regna.
Da tutte l'altre poi solo in disparte il nome alto surgea di Margherita, ove il saggio scultor ripose ogn'arte in mostrarla a ciascun vaga e gradita;
né lasserien le stelle alcuna parte in farla oltra 'l mortal rara e compita di virtù, di valor, di cortesia, saggia, casta, gentile, onesta e pia;
e che merti con l'opre drittamente d'esser chiamata poi figliuola e suora di Francesco e d'Enrico, onde sovente l'uno e l'altro di lei se stesso onora;
mostrava in vista dalla bassa gente, che sol false ricchezze e 'mperi adora, andar sì lunge con la nobil'alma, che quel tutto era a lei negletta salma.
E quanto al ciel poteva assimigliarse col giovare a' mortai de' ben ch'avea, tanto in vista parea beata farse questa del secol suo terrena dea;
e perché nel mirare, a gli occhi apparse di Lancilotto allor, ch'ella devea regger d'Avarco il suo nativo regno, dimostrò di dolcezza aperto segno.
Poi si vede lasciar dov'Arno bagna, dell'alma Etruria il più fiorito nido la real Caterina e s'accompagna col grande Enrico al gallico suo lido;
dal cui sommo valor non si scompagna virtù, senno, onestade ed amor fido, che la fanno al gran re pregiata e cara, a tutto il mondo poi lodata e chiara.
E su 'l mar provenzale accor si vede dal gran suocero suo, dal pio consorte, come d'alta bontà suprema erede, e degna al tutto di celeste sorte;
l'altera nobiltà, che 'ntorno assiede, par che 'n suo cor mirando si conforte di speranza immortal, che da lei scenda chi 'l gallico terren beato renda.
Et ella in vista alteramente umile secondo i merti lor ciascuno appaga; poi de' verdi anni suoi passato aprile larga prole produce ornata e vaga,
che del paterno onor l'antico stile, come intagliato avea la man presaga, immiteria cotal, che 'l grido fora dal vecchio Atlante al nido dell'Aurora.
Lì si vedea, mentre ch'Enrico al Reno con l'armato suo stuol gran cose adopra, ella regger per lui di Gallia il freno, né temere il furor, che a lei vien sopra;
ma il Belgico crudel d'orgoglio pieno rispinge indietro dalla spietata opra, e le pria per insidia avute spoglie per magnanima forza a lui ritoglie.
Poi con la gran bontà, che sia commista con la dolcezza pia, che lega i cori, de' maggiori e minor gli animi acquista, sì che i privati e pubblici tesori
di riversarle in sen nessun s'attrista, più che fa il buon de i trionfali allori; et ella adorna di benigno aspetto quanto può mostra loro il regio affetto.
Di tali onor de' suoi rimira ornato il divin Lancilotto il forte scudo, con l'alma lieta e rende grazie al fato, ché di lunga memoria no 'l feo nudo;
e certo in core omai, che vendicato saria del chiaro amico il caso crudo, poi che si corca il sol nell'occidente, ov'è il suo Galealto andò dolente.
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