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1495–1556

CANTO XVIII

Luigi Alamanni

Ma in questo spazio il fero Segurano trovando Arturo e la reale insegna per la sola virtù del buon Tristano esser ritolta a lui, troppo si sdegna;

e gli spirti infiammati arma e la mano che famosa vendetta almen ne vegna: e richiamando intorno tutti i suoi biasma il ciel, loro e sé medesmo poi.

Dall'altra parte il chiaro Lionese, che 'l gran re Caradosso in terra vede con le man tronche e l'altre membra stese esser calcato dal nemico piede,

si dispone appagar l'avute offese e ritrarl'indi a più secura sede; e più tosto con lui brama la morte che lassarlo negletto in quella sorte.

Così spronando l'un disdegno et ira e generoso onor l'altro e pietade, a nuova guerra fulminando aspira il più onorato par di quella etade.

L'uno in ver l'altro il freno aurato gira, e si veggiono in alto ambe le spade ch'avean converso il lucido splendore in sanguinoso et orrido colore.

Fu il primo il pio Tristan che 'l crudo Iberno sopra l'elmo incantato alto percosse con quel furor che mai nell'aspro verno contra il regno di Teti Eolo si mosse,

sì ch'ogni altro avria posto in sonno eterno; ma il forte Seguran non più si scosse ch'altero scoglio che vicino al lito dal possente Nettunno sia ferito.

Pur nel calare il colpo in basso, trova la spalla al loco ove non vien lo scudo; né il raddoppiato acciar tanto gli giova ch'ei non senta dolor qual fosse nudo:

che quantunque sia pur d'antica prova, non poté sostener l'incarco crudo ch'ei non cedesse alquanto, e con suo danno desse strada al signor di qualche affanno.

Ma non fu tal che ne tenesse cura più che di spina suol salvatico orso; e di vendetta far tosto procura, a quanta forza avea lentando il morso,

pur sopra il capo; e pensa alla cintura pervenga il brando, risegando il dorso: e forse il suo sperar non era in vano se lo scudo trovava a lui lontano.

Ma l'armorico re, che l'ha previsto, il dorato leon levava in alto, il qual tutto impiagato appare e tristo, ben che sia quasi adamantino smalto:

ché delle sette scorze ha fatto acquisto delle tre intere al dispietato assalto il ferro micidial, ma poi la quarta fa che 'l sommo poter da lui si parta;

e se ben non gli nocque, tanto grave fu il colpo che 'ntonato e stanco resta tutto il sinistro lato, e dolor n'ave: ma non è più che l'ira, che 'l molesta,

e 'l desio di vendetta, perché pave che quella turba de' nemici o questa ch'al soccorso suo vien gli faccia noia prima che l'un de i due s'arrenda o muoia.

E perché a quei d'altrui non ha riparo, a' suoi che 'ntorno son chiamando grida: “Chi di voi fia, signor, di lode avaro sia de' nostri compagni essempio e guida

a ritrar d'altrui forze il corpo chiaro là donde dipartìo l'anima fida del gran re Caradosso, e ch'al valore aggia degno fra' suoi funebre onore.

E vi prometto ben d'oprare in guisa ch'al vostro chiaro andar non vegna stroppio la spada Iberna da pietà divisa, se 'l suo primo poter fosse anco doppio:

e se non m'è dal ciel la forza incisa, in fin d'Avarco s'udirà lo scoppio dell'armorico ferro e de la mano sopra il suo primo duce Segurano”.

Quando egli odon così, Luciano il Brutto, Abondano il felice e Gargantino e 'l gran Nestor di Gave e 'l drappel tutto che per sua sicurtà si fea vicino

rivolge il passo dove il sangue asciutto non era ancor nel misero confino, in cui giacean neglette e mal difese del valoroso re le membra stese;

e pensanlo indi trar senza contrasto. Ma Drumeno e Margondo e 'l Ner Perduto, come lordi avvoltori al morto pasto che di lunge sentendo han pria veduto,

al miser corpo polveroso e guasto s'avventan ratti, e lor porgono aiuto Matanasso e Rossan, che preso il piede già il cercan tòrre all'infelice sede:

e tirato l'avrien securo in loco ove poi de' nemici era trofeo, se la schiera britanna pur un poco ritardava il venir più che non féo.

Ma come all'arid'esca corre il foco che 'l gelato pastor presso moveo, si gettò il Brutto Ardito, e 'n testa fere Rossano, e sopra il morto il fa cadere,

ucciso no, né molto anco impiagato, ma del colpo è stordito e tutto oppresso. Viene il fido Abondan che gli era a lato e per prendere il re s'aggiunge ad esso;

ma da Margondo e 'l crudo Fortunato, ch'a soccorrer Rossan si trovan presso, gli fu percosso in un la mano e 'l braccio, e posto a' suoi desir soverchio impaccio:

sì che 'n dietro dolente si raccoglie, e quei due della preda aveano il regno, se Gossemante dell'amiche spoglie l'uno e l'altro di lor non facea indegno;

che con due colpi sol le forze toglie ad ambo, e fa lassare il regio pegno: ché 'l destro omero a questo, a quel la testa impedito e 'ntonata in tutto resta.

Nè fuggir lassa il tempo Gargantino, che nel braccio del re la mano stende e seco il tragge, ma crudel vicino gli si fa Matanasso, che l'offende

nell'elmo, tal che 'l pose a capo chino come chi l'alma all'altra vita rende. E così sovra il re la maggior parte di quei chiari guerrier distesa ha Marte,

chi d'ogni senso e chi di forza privo; e se ben d'essi alcun morto non sia, nessun però nel riguardar più vivo del morto Caradosso ivi apparia.

Nestor di Gave, di se stesso schivo d'esser senza l'amica compagnia restato in piede, al caro Blomberisse sol rimaso con lui doglioso disse:

“Or di doppia cagion doppia vendetta, de i compagni e del re sopra le spalle n'ha il ciel locato, e l'un de i due n'aspetta, palma o cipresso, al periglioso calle.

Tegniam pur fermo il cor, la spada stretta, e facciam sì che questa chiusa valle o vincendo o morendo aperto mostre che sien degne di noi l'opere nostre”.

E 'n tai parole insieme si ristringe la coppia ardita de i german di Gave; poi sé medesma confortando spinge ove il gran Matanasso in nulla pave,

né d'attender i due soletto infinge, ché men gli era il morir che l'onta grave. Ma pria ch'a i danni suoi fosser venuti l'ha provveduto il ciel di nuovi aiuti;

perché il forte Drumen della Fontana e Gallinante, il figlio di Girone, nato in Ibernia della bella Arana di parto ascoso all'aspra regione,

dell'alta coppia omai poco lontana il braccio armato all'apparire oppone: e fece sì che nella prima giunta dell'impresa mortal la furia spunta,

ché di a terra mandar secura speme, come s'avvicinasse, avea Nestorre quel ch'era solo, e poi col frate insieme l'onorato lor re d'indi ritorre.

Ma quel par di guerrier già l'orma preme vicina a Matanasso, e aggiunto corre sopra i due cavalier così veloce che non veduto a pena ad ambo nuoce;

che Gallinante a Blomberisse dona sopra la destra spalla un colpo tale che d'alto in basso tutta la persona gli fa intorno crollare, e render frale.

Non però il buon guerrier se n'abbandona, né in sé misura il ricevuto male; ma qual fero leon che sia ferito allora al guerreggiar torna più ardito.

Sopra lo scudo d'or ch'avea paterno, che la testa ricopre, alto ferìo, dicendo: “Or senta il giovinetto Iberno se il buon seme di Gave ha il frutto rio”.

L'altro, che sprezza il nido suo materno e 'l Gallico onorò come natìo, rispose: “Io non mi stimo senza fallo men di voi stesso o di alcun altro Gallo;

e se ben la mia madre in altra parte mi partorì, come le diede il fato, dal Gallico terren chiaro diparte l'invitto mio troncon dal miglior lato,

di padre tal che non cedeva a Marte e che visse tra voi sempre onorato e de' vostri alto amico, come spero d'esser anch'io, se giovine non pero.

E se l'arme seguo or di Segurano, il fa sorte e dever, non certa voglia: che quei del re Boorte e del re Bano non am'io men che buon fratei si soglia;

ma mentre ch'ora aviam le spade in mano, come nemico rio, ben che mi doglia, m'è forza di trattarvi, e tal richiede l'onor di cavaliero a la mia fede”.

E così ragionando il brando abbassa, e quanto può il percote nel cimiero, che 'n terra cade, e 'l suo fid'elmo lassa proprio al mezzo avvallato, ben che intero.

Ma il Gallo cavalier tutto oltra passa, più che fosse ancor mai cruccioso e fero, d'una punta lo scudo dritto al fianco, e 'l poteva impiagar nel lato manco,

s'accortamente non porgeva innante quanto può il braccio e non piegava in arco il ventre e 'l petto il saggio Gallinante, sì che potea di vita essere scarco;

poi mentre l'altro il brando suo pesante di ritirar s'ingegna, non fu parco di vendicar lo scudo, ma non vale sopra l'arme ch'egli ha colpo mortale.

Né men dall'altro lato avea Drumano con Nestore il cugin cruda battaglia, ché a l'uno e l'altro di valor ripieno par del nemico suo niente caglia:

ciascuno intorno a' fianchi e 'ntorno al seno egualmente ha squarciata e piastra e maglia, e sì poco vantaggio in ambo appare che non si vide guerra esser più pare.

Ma pur nel lungo andar la prima forza si scerneva stancar nel fer Boemo, che non avea nel ver la dura scorza come il buon Gallo di vigore estremo:

il qual nel faticar più si rinforza, non che si mostre d'una dramma scemo; e tanto era montato, e quello sceso, che al fin tosto l'avrebbe ucciso o preso.

Se non che Matanasso, che ciò vede mentre pensa il re morto a' suoi raccorre, lassa impresa, e ratto muove il piede ove già vincitor sentìa Nestorre;

e dal traverso non veduto il fiede tra la fronte e la spalla, e 'l pensa porre con quel colpo disteso su l'arena e la vittoria aver di gloria piena.

Pure il guerrier di Gave si sostenne, ed a lui tutto irato si rivolge dicendo: “Tale usanza si convenne ove Durenza tua l'arene avvolge;

ma il Celtico terren, che onor mantenne mai sempre intero, e sol la vista volge alla vera virtù, tien vil colui che d'ascoso sentier ferisce altrui”.

E 'n tal parlar la fronte gli percote, quando men l'attendeva, con la spada, che gli fece crollare ambe le gote e le ginocchia andar sopra la strada.

Volea finirlo il Gallo, ma no 'l puote, perché di dietro vien, mentre a lui bada, l'empio Drumeno, e sopra il collo il trova, e l'ha condotto a tal ch'indi non muova:

però che essendo nel medesmo lato quasi in un punto, e da due tali, offeso, i nervi ha oppressi e 'l cerebro intonato sì che a pena sostien dell'elmo il peso.

Pur l'alto core e 'l gran valore innato il regge ancor, che non sia in terra steso: e si saria con lor ristretto ancora, ma nuovo altro suo mal sorviene allora;

ché Safaro e Merangio e Morassalto, ch'avean quei di Granata e di Castiglia, ove han sentito il faticoso assalto quanto più ratti pòn giran la briglia:

ond'ei, che non è porfiro né smalto, di ritirarse indietro si consiglia e dice al suo german: “Chi morte certa senza pro cerca, e 'nvan, gran biasmo merta.

A migliore stagion servar la vita deve il forte guerrier che più non puote. Colpa nostra non è s'hanno impedita la giusta impresa le celesti rote,

ché forse altro sostegno e nuova aita per non rendere alfin d'effetto vòte le nostre voglie pie serbano altrove, col supremo voler del sommo Giove”.

Così stretti fra lor con passo tardo si van traendo in più secura parte: quando in un punto, più leggier che pardo che di catene scarco si diparte

poi ch'ha scoperto col bramoso sguardo damma che di scampare usasse ogni arte, ivi appar Lionel con molti arcieri de' suoi ch'ha più fedeli e de i più feri;

ch'al cominciar delle novelle risse, dubbioso in cor di quel che poscia avvenne, Nestor ivi lassando e Blomberisse, per diverso cammin fra' suoi pervenne,

e la schiera appellata che 'l seguisse al soccorso rattissimo rivenne: ove i fratei conforta in alte grida e gli altri appresso alla battaglia sfida.

Né di più tardo indugio era mestiero, che 'l numero a' nemici anco crescea, ché con Nabone il fello et Agrogero al soccorso de' suoi quivi correa.

Ma Lionel, già sceso del destriero come erano i cugin, già in mano avea, entrato tra i compagni, il nobil'arco, e vie più d'uno strale aveva scarco.

E 'l primo ch'ei trovò fu Perimone, che 'l buon re Caradosso tiene in braccio e già nel porta, ma tosto il ripone, che gli dà in mezzo al ventre orrido impaccio

l'aspra saetta, e l'anima gli pone in libertà dal rio terrestre laccio che pien di vizi e di lordure nacque là dove il Tago aurato insala l'acque.

Onetore il fratel poscia e Pistore tra l'arene distende a lui vicini, quel percosso alla gola e questo al core, con le gambe tremanti e i capi chini.

L'altra schiera ch'egli ha spiega il furore ove scorge il gran numero, e meschini fa di vita in un punto tanti insieme che chi vivo riman di morte teme,

e 'l combattuto premio ivi abbandona, e si tiene a guadagno aver la vita. Così non più conteso da persona han la vittoria in man larga e spedita,

e 'l buon Nestore allor dolce ragiona: “Poi che 'l ciel ne donò grazia compita di scacciare i nemici, non si lasse l'opra indietro di far che qui ne trasse”.

E così detto, a lui chiama Abondano che già con gli altri tutti era risorto, e dolce il prega con sembiante umano gli porga aita al sostener quel morto.

Indi ha raccolta l'una e l'altra mano ch'ebbe lungo l'onore e 'l viver corto, la testa poi, ch'ancor nell'elmo spira maiestà regia et alta a chi la mira.

Indi il tutto ripon dentro allo scudo, che ritolto a' nemici avea Polete: né fu tra loro alcun di pietà nudo sì che di lagrimar non aggia sete;

e perché muova i cor l'essempio crudo e svegli al vendicar le menti quete no 'l volse ricoprire, e 'l fregio adorno fur le piaghe onorate e 'l sangue intorno.

Portanlo molti al suo reale ostello, in cui con lunga pompa è ricevuto. Ma in questo tempo il forte Lionello, da poi ch'ha largo popolo abbattuto,

chiamando indietro il vincitor drappello già con gli altri compagni era venuto ove il lor buon Tristano e Segurano l'un dell'altro avanzar s'adopra in vano;

ché di tutto quel tempo, che fu molto, ch'a singular battaglia erano insieme nullo avea questo a quel di campo tolto né di lor questo o quel più spera o teme.

Bene è d'essi ciascun di forza sciolto, e stanchezza e sudor vie più gli preme che non fa del nemico il ferro ardito, ch'anch'ei si truova omai lasso o 'mpedito.

Ma nel primo arrivar di questa schiera l'uno e l'altro di loro il piè ritira, ché nessun d'essi immagina quel ch'era, in fin che più vicin non la rimira.

Allor del pio Tristan la mente altera quasi ver Lionel si mosse ad ira, dicendo: “Or perché m'è da voi contesa nel mio maggior desio sì bella impresa?”

Risponde il buon guerrier: “Caro signore, non son venuto a voi per oprar questo, anzi port'io nel cor sommo dolore, s'al vostro disegnar venni molesto.

Ma ben direi che si spendesser l'ore in altro affare, e si provveggia al resto che lontan senza voi periglio porta, sendo privato omai d'ogni altra scorta.

I miglior cavalier, come v'è noto, già son tutti feriti, e 'l grande Arturo: lo stuol nemico di temenza vòto della vittoria omai si tien sicuro,

e già con quel furor che Libo e Noto suol Nettunno assalir nel verno oscuro con Brunoro e Clodin s'è innanzi mosso, e minaccia passar del campo il fosso”.

Mentre parla così, correndo arriva tutto pien di sudor ivi Creuso, e con voce lontan di forza priva va chiamando Tristan tutto confuso

e gli dice: “Signor, per quella viva virtù, che 'n voi trapassa il mortal uso, non tardate al portar ratto soccorso al vostro campo in gran miseria scorso;

perché già lo spietato Palamoro ha co' levi destrier percosso al fianco le schiere di Gaven, sì che fra loro raro guerrier appar non morto o stanco:

doppo il qual giunse ancor l'aspro Brunoro al destro lato e 'l fer Clodino al manco, ch'han di quei del re Lago uccisi e vinti molti, e dentro de' fossi han gli altri spinti;

nel trapassar de' quai, mischiati insieme infiniti v'entrar di quei d'Avarco: e se non rinverdean la secca speme ne' nostri, e difendean l'aperto varco

Uriano e Landon, già il nostro seme era e di vita e di buon nome scarco. Pure i due, Talamoro e 'l Brun con essi gli han con somma virtù di fuor rimessi.

Ma non essendo quivi Maligante, Florio Boorte e 'l cavalier Norgallo non pòn, come vorrien, spingere innante gli altrui guerrieri al combattuto vallo:

ché la parte maggior trista e tremante fatt'ha contra i ricordi al core un callo, e più tosto morir fuggendo elegge che seguir con onor chi lei corregge.

E per questo Gaven, che 'l danno vede, mi vi manda a pregar, chiaro Tristano, ch'al gran bisogno omai voltiate il piede senza altrove altro onor cercare invano:

se non volete che la vostra sede sostegno sia di quei di Segurano, la qual voi tutto solo ha per rifugio, pur che si toglia via tosto ogni indugio”.

Quando l'ode così, Tristan si muove con quel proprio furor che 'l villanello ch'aggia, mentr'ara fuor, dogliose nuove che 'l foco ingombre del suo fien l'ostello:

che i buoi ratto ha disciolti,e come dove va il misero spiando a questo e quello, né per suo domandar raffrena il corso, in fin che arrivi a' suoi saldo soccorso.

Così fa il pio Tristan, che poi ch'accolta ha tutta insieme la famosa schiera e rimessa a cavallo, il passo volta ove i suoi liberar del tutto spera.

E già trova in cammin la gente folta che di Clodin seguiva la bandiera, cui, senza cura aver, dona alle spalle e nel mezzo di lor fa largo il calle.

Non altrimenti appar che fiamma ardente che depredi al gran dì d'ampia foresta l'altere chiome, il cui valor possente d'Aquilone il soffiar sospinge e desta:

che delle accese frondi alto si sente il crepitare in quella parte e 'n questa, ove con più furor veloce vada larga dietro di sé lasciando strada.

E Terrigano il grande il primo intoppa, che senza lui temere ad altro intende, e sì forte al destriero urta la groppa che col signore in terra si distende.

Indi senza arrestarse oltra galoppa, e nel passar ch'ei fa sì forte offende Galindo e Gracedono et Agrogero che spedito di lor truova il sentiero.

Gli altri che son con lui l'istesso fanno, ché ciascun quanto può percuote e spinge. Ma Lionello a piè fa maggior danno, che di rosso color l'arena tinge;

e tanti strali in un volando vanno che l'aer tenebroso se ne pinge: così già spaventato fa ritorno da' fossi indietro di Clodino il corno;

e le fugaci genti di Gaveno, ch'odon già di Tristan gli alti romori, sotto il viso più lieto e più sereno di novello sperar s'empiono i cori.

Ogni uom d'alto desio raccende il seno di racquistare i suoi perduti onori, e chi prima parea più vile e tardo or si mostra più ardito e più gagliardo.

E 'n contra a Marabon della Riviera, che con molti de' suoi passò la porta confuso in un tra la britanna schiera, l'arme che 'ndietro gìa dritta riporta;

e 'l suo duce Gaven con voce altera quel chiamando garrisce e quel conforta, e spinge in guisa che in angusto calle face a' nemici al fin volger le spalle:

e fu ventura lor, che pria tornaro ove è Clodin co' suoi fuor delle fosse che 'l buon Tristan col drappelletto chiaro a quel loco vicin venuto fosse;

ché ben comprato avrien col fine amaro l'aver l'audaci mani ivi entro mosse. Ma dove i lor compagni erano uniti all'arrivar di lui son rifuggiti.

Or con danno mortal di chi 'l contende questo onorato stuolo innanzi passa, e l'armorico duce il corso stende di là dal vallo, e tutti gli altri lassa.

Lì con Gaveno esamina e comprende quanta gente vi sia ferita e lassa, poi chi fuor resti ancor, chi dentro sia, con riguardo sottil per tutto spia.

E rigirando intorno al lato manco, in cui più volge il colle all'Aquilone, trova il re Lago che canuto e bianco sembra all'oprar di giovine stagione:

né di consiglio né d'aita stanco in saldo mantener gran cura pone l'argine, in cui Brunoro i suoi conduce e gran tema e periglio a gli altri adduce.

Come scorge il buon vecchio ivi apparire il nobil cavalier ch'adora in terra, lietamente con lui comincia a dire: “Ben securi siam noi di questa guerra,

e 'ndarno omai si pensi d'assalire l'aspro avversario il cerchio che ne serra: ch'ogni vall' ima, e cui niente chiude, può difender di voi l'alta virtude”.

Il conforta Tristano, e grazie rende che tal uomo aggia in lui tale speranza: poi del corsier già stanco a basso scende e nell'argine estremo il passo avanza

e d'un di quei guerrier nuova asta prende; e per giunger in loro alta baldanza, chiamando questo e quel che conoscea per onor di ciascun così dicea:

“Questi sono i guerrier cui gloria eterna e cui lode immortale il mondo deve, che dal sito gelato ove più verna di seguire il suo re sia dolce e leve

per sì lungo cammin, né in lor si scerna il periglio o 'l sudor noioso o greve: anzi, ove l'un con l'altro più s'accoppie, l'alta innata virtude in essi addoppie.

Or col medesmo cor che aveste sempre siate al nostro signor compagni fidi, che v'ha condotti in sì famose tempre per sì dubbiosi mar, per tanti lidi

al sommo onor sì largo che contempre ogni alto affanno che la guerra annidi; e l'ultima fatica che ne resta non vi vegna al soffrir per lui molesta:

ch'ancor vi fia dentro alla patria soglia tra la pia famigliuola all'ombra e al foco dolce a narrar questa passata doglia, e 'l sofferto sudor recarse in gioco,

or d'Avarco spiegando alcuna spoglia or di voi stessi discoprendo il loco che 'mpiagato vi fu, lieti mostrare, aperto testimon dell'opre chiare”.

Così dicendo, al loco si presenta ove ardito salir cerca Brunoro, e 'n diversi cammin co' suoi ritenta gli argini che per lui troppo alti fòro:

di lupo in guisa che la notte senta dentro al serrato ovil gridar fra loro e gli agnelli e le madri, che si strugge d'ivi entro gire, e nella mente rugge;

e quinci e quindi visitando mira s'ei trova a' suoi desir finestra o strada: or move il passo innanzi, or si ritira, or raspa in basso, or di montar gli aggrada;

talora il porta speme e talor l'ira, e tanto in giro rivoltando bada che 'l dì l'aggiugne: e visto dal pastore l'affamato bramar volge in timore.

Tal fea Brunoro, ch'ogni forza, ogni arte, ogni industria spiegando, ogni suo ingegno, or si mette a montar per quella parte e degli omeri altrui si fa sostegno,

or le sue genti in molti lochi sparte tutte ad un tempo spingerse dà il segno, per tentar se 'l combatter molti siti rendesse i difensor più sbigottiti.

Ma come il verde scudo ch'alto preme il dorato leon vede apparire e conosce Tristan, perde la speme di potere indi solo omai salire;

e drizza il passo ove ancor langue e teme il corno di Clodin, che di fuggire a pena il puon tener preghi o minacce, senza aver più nemico che gli cacce;

e 'ntendendo i lor danni gli assicura che l'armorico duce è in altro loco, poi dice: “Alto signor, s'e' non si cura che venga Segurano, io spero poco

d'aver vittoria: ché l'impresa è dura, e non si dee tentar da scherzo e gioco d'assalir fossi e valli ove sia gente non minor della nostra, e sì possente.

Ma poi che i primi duci e 'l re Britanno non verranno oggi fuori alla battaglia, creder si può di far non picciol danno se 'l campo con bell'ordine s'assaglia:

ma in questo modo in van prendiamo affanno, né faremo opra ch'a Tristan ne caglia; e per far un di lor di vita scemo cento miglior de' nostri perderemo.

Or che s'attenda adunque Segurano e ch'un vada a Clodasso entro alla terra che ne mandi volando a mano a mano ciascuno atto instrumento a simil guerra:

poi tutti insieme l'animosa mano contra il popol moviam ch'ivi si serra; ma non si perda il tempo, ché l'ardire porria tornare in essi, e in noi fuggire”.

Molto ha lodato di Clodasso il figlio e gli altri duci poi ch'erano intorno il buon ricordo e l'utile consiglio del Ner Brunoro; e senza far soggiorno

ove il gran Seguran con torbo ciglio era rimaso, e pien di sdegno e scorno di non aver Tristan vinto all'assalto, che tosto vegna a lor mandan Verralto:

che immantenente a lui n'andò volando, e gli dice: “Signor, Clodin vorria ch'ogni impresa di qua lassata in bando voi 'l veniste a trovar per corta via

ove dentro a' suoi fossi sta tremando l'avversa gente, e dove agevol fia ristorar di Clodasso l'onte e i danni in poche ore per voi di sì lunghi anni”.

Risponde a lui l'Iberno: “Or ritornate riportando a Clodin che ratto vegno”. Indi alle genti sue disperse andate che s'accogliano in un comanda il segno:

tutti i suon marziali e trombe aurate dell'altera Giunon crollano il regno richiamando il lontan, destando il tardo, ch'accompagnar ritorne il suo stendardo.

Poi lassando a Drumeno e 'l fello Arvino che conducendo quei seguano appresso, fra molti cavalier verso Clodino con più veloce corso in via s'è messo:

e de' fossi il ritrova su 'l confino che null'altro attendeva che sol esso per donar pieno effetto al suo desire e 'l trepidante esercito assalire.

Poi ch'arrivato fu, ristretti insieme i maggior duci e ragionato alquanto, diceva Seguran: “La vostra speme di compir tutta intègra io sol mi vanto,

e là dove il nemico manco teme vo' che surga di lui l'estremo pianto, ché mi fia tutto piano argine e muro, né di mille Tristan le spade curo.

Vengasi tosto pure all'alta prova, che 'l soverchio indugiar nocque sovente, e 'l tosto e molto ardir mai sempre giova, con le voglie più al far che al dire intente.

Scenda ogni uom del cavallo, e 'l passo muova, e la mano aggia pronta e 'l core ardente, il piè snello e veloce, e in ogni sorte disposto a riportar vittoria o morte”.

E 'n cotal regionar lo scudo imbraccia che restando a caval dal collo pende; nuova celata ancor, che meno impaccia e la vista e l'andare, in fronte prende:

poi, qual fero molosso al lupo in caccia, senza attender compagno il corso stende; già si muove in ver gli argini, ove vede larga schiera nemica aver la sede.

Ma il discreto Brunoro indietro il chiama, e gli parla: “Signor, se 'n voi riluce sovra ogni altro guerrier d'illustre fama l'alto valor ch'al sommo vi conduce,

non son gli altri così, che egual non ama tutti i duci e guerrier la quinta luce: ch'a quel più largamente, a questo meno del suo chiaro splendor riempie il seno;

però, dov'esso manca, si conviene al saggio imperador compir con l'arte e con l'ordine saldo che sostiene e ragguaglia in tra sé ciascuna parte.

Or pria ch'avanti andar riguardiam bene di raccor tutte in un le genti sparte, poi formarle alla guisa che si mostre di poter più giovar le voglie nostre.

E per dire io primiero il mio consiglio, in nove schiere il tutto partirei, dando duce a ciascuna ch'al periglio regga ben con ragion se stesso e lei:

sei per questo sentier che volge il ciglio alla fronte ove siam ne locherei, due sovra i lati, e l'altra alle sue spalle ove il colle lontan chiude la valle.

E se ben queste tre di manco forza che non richiegga il loco altrui parranno, chi 'l nemico in più parti essere sforza assai più che non pensa apporta danno:

ché 'l nocchier combattuto a poggia et orza per salvar il suo legno ha doppio affanno, e non è ardito cor che non pavente, se di contrari lochi il dubbio sente”.

A quei saggi ricordi il grande Iberno, vergognando fra sé, fermato ha il piede, di rivo in guisa che correndo il verno preso dal nuovo giel subito assiede;

e risponde: “Colui che prende a scherno quel che gli reca onor, non dritto vede: e men chi in qualche parte gli altri avanza di sormontargli in tutte aggia speranza,

ché 'l ciel giusto comporte tra i mortali, né done tutte ad un le grazie rare; a quel dà forze che non trove eguali, a questo sommo ardir che non ha pare,

a l'un dà il senno, all'altro le immortali di dei lodi e d'eroi mostra cantare: perché non vuol la somma sua bontade per far ricco un por gli altri in povertade.

Or senza contrastar lodo e consento che si segua il cammin da voi mostrato”. Così fermo fra loro, in un momento fu il numero migliore ivi adunato;

e 'l proprio Segurano all'opra intento da Clodino e Brunoro accompagnato al proposto disegno ordine mise, e' suoi duci e guerrier così divise.

Per sé medesmo elegge, ove la porta del ben serrato campo in mezzo assiede, perch'il loco più forte e che più importa, e cui guardi a maggiore intorno vede;

e d'aver seco poi fidata scorta il Fortunato solo e Grifon chiede, che menavavi le genti uscite fuore dell'inculta Pannonia Inferiore.

In primo loco poi da destra mano al forte Palamede in guerra assegna; ch'oltre a gli Ebridi suoi vuol Dinadano che tra 'l freddo Visero e l'Albi regna,

Bronadasso il Svevo e 'l suo germano, Safar, che di Castiglia avea l'insegna, e 'l giovin Gallinante, che di Mona con agurio infelice avea corona:

il sito a lui più presso avea Brunoro, col provenzal Margondo e Gracedono; dal manco lato il primo è Palamoro, l'Aquitan valoroso; e con lui sono

Calarto ed Esclabor, che duci foro, ove il Duero e 'l Tago altero dono fan di loro all'oceano e poi 'l seguia Merangio dell'alpestre Andalosia.

Verralto il Biscain gli pone appresso, ove l'Euro vicin più spande l'acque; Morassalto e Drumen vanno con esso; questi sul Beti e quei trall'ombre nacque

della frondosa Ercinia e gli ha concesso Estero Iranio, ch'al suo Febo piacque tal che sempre tornò di pregio carco, ove in prova venian gli strali e l'arco.

Ilba, il primo duttor dell'Ostrogoto, col crudel re de gli Eruli Odoacro, cui seguia d'Aragona il nobil Loto, e 'l Catalan Roderco a' vicini acro,

sopra il gran colle, che riguarda a Noto, che tra i neri Etiopi ha il tempio sacro, con gravissime strida al lato manco il Britannico campo assale al fianco.

Gunebaldo il Borgondo e Matanasso quel che i più feri Allobrogi conduce, a diverso cammin muovono il passo, verso ove Apollo asconde la sua luce,

ove alza il monte sì che scopre in basso quanto il nemico esercito e 'l suo duce puote oprare, o pensar per sue difese, ben securo da lor di tutte offese.

Va Rossano il Selvaggio all'altro calle, che si volge ove Borea il cielo offende, al colle pur, che dell'acquosa valle riserrando il sentiero, oltra si stende;

e perché l'improviso e dalle spalle con più grave timor gli animi prende, per ascoso sentiero e quetamente quanto è possibil più mena la gente.

Seco ha Galindo e l'alto Bustarino, Tolosan quegli e questi aspro Baviero; dan poi l'ordine estremo, che Clodino, con Terrigano il grande ed Agrogero,

duce il primiero al duro Limosino, l'altro al chiaro Nemauso e Mompoliero, sien senza guerreggiar per dare aita a chi fosse al ben far la via impedita.

Non queta il buon Tristan dall'altra parte, mentre intorno i nemici accinger vede; ma con dovuta industria, ardire ed arte, ove il bisogno appar, tosto provvede;

poi col re Lago e gli altri va in disparte, e 'l consiglio di loro umil richiede, per dipartire i duci e l'altra gente, ove possa più star sicuramente.

E 'ncominciò: “Signor, biasmo non merta qual sia sommo guerriero o imperadore, che scorgendo a' suoi danni a fronte aperta spiegar l'empia fortuna ogni furore,

il pristino ardimento riconverta in saggio dubbio e 'n nobile timore, non dell'armi nemiche ma di lei, che spesso, più che i buoni, aiuta i rei:

e nel popolo spesso in un momento, senza rimedio uman cangia il pensiero; ché l'antico valore in questo ha spento, e quel fugace e vile ha fatto altero;

che 'l medesmo ch'ha in mare e ch'ha nel vento, sopra il mortal volere ha largo impero; dico del vulgo pur, non di chi chiude invitta nel suo cor, qual voi, virtude.

Però scusati semo in questo giorno, se feriti i miglior de i duci nostri, e spogliato il desir d'onore adorno già scorgete ne' miei, com'io ne' vostri,

sol per necessità duro ritorno facciam, raccolti tra vallati chiostri; e s'a difender quei drizziam le voglie, più tosto ch'all'uscir delle sue soglie.

Certo è che se di me sol questa vita, nello stato ove siam, fosse in periglio, pria che cercar di questi fossi aita, sarebbe ella di me posta in essiglio;

ma per sì chiara gente e sì gradita convien sempre prepor l'util consiglio, che non manchi d'onore a quel che sia con certissimo duol per alta via.

Or s'a voi così par, padri e fratelli, direi che i nostri duci e cavalieri, che molti pur ancor restan di quelli che non feriti il ciel ne lassa interi,

gisser da parte e che ciascuno appelli quei ch'ei pensa tra' suoi miglior guerrieri, e che per pruova omai conosce tali, che i ben possa lodar, punire i mali;

e 'n tante schiere poi fosser divisi, quanti lochi a guardar mestier ne fia; e che 'l capo di lor miglior s'avvisi, che di senno e valor fornito sia;

un vada poscia intorno, ch'a gli uccisi, o gl'impiagati altrui ristoro dia; e così ogni uom saprà quanto far deve, e chi merti alta lode o biasmo greve”.

Poi ch'a detto, il re Lago a lui risponde: “Non si cerchi fra noi forma migliore, che non si troverrebbe e 'n van confonde che troppo in contraddir consuma l'ore;

or col chiaro voler che 'l cielo infonde, nel petto di virtù che brama onore, che più che 'l ferro e l'adamante adopra, con sollecito andar moviamo all'opra”.

Così fermo fra loro, il buon Tristano per consiglio dell'Orcado famoso ha il mezzo in guardia, dove Segurano della porta sforzar vedea bramoso;

Blomberisse e Blanoro il suo germano, e Gossemante ardito e valoroso, tra quei di Neustria e di Cornubia intorno, con l'Armorico re fanno soggiorno.

Dalla man dritta sua loca Gaveno, col ricco Ivan ch'ha il popol Sutvallo, con Creuso e Mandrin, ch'all'altro seno han quei che alberga il promontorio Uvallo;

pon Lionel col pio cugin Baveno del manco lato nel più estremo vallo, co' suoi d'Anversa e Nestore e Taulasso, che viene onde Solveo più scende in basso.

Bandegamo il fratel di maligante, con quei ch'ha di Vintonia e di Cicestra, che sotto la sua insegna erano innante, pone oltra il fiume alla montagna destra;

seco è Gerfletto col suo stuolo avante, ch'ei menò di Sarburia e di Dorcestra, Agraveno, Abondano ed Arganoro, e di Vigornia il cavalier Mandoro.

Il gran re Pelinoro ha in guardia il monte con Lucano, Agrevallo e 'l pio Malchino, che alla sinistra spalla alza la fronte, che più scorge Boote esser vicino;

ch'avean quei di Nortumbria presso al fonte di Tueda aspra e del gelato Tino, con quei di Cantabrigia e di Valpole, e quel che la Bangaria in alto cole.

Sicambro il sommo Franco, che conduce del gran re Clodoveo gli ornati figli, con la celeste insegna, in cui riluce lo splendor sacro degli aurati gigli,

verso ove il sol, togliendo a noi la luce, di Marrocco i confin rende vermigli, ha tutto in guardia il Sabbionoso colle; che sovra quanti ivi han la fronte estolle.

L'Orcado invitto, col figliuolo Eretto, con Ganesmoro il Nero e Meliasso, a ingombrar tutto il mezzo è stato eletto dell'ampio campo e rivoltare il passo

ove più senta dal nemico astretto questo o quel loco, ristorando il lasso, e di guerrieri empiendo quella parte, che vòta avesse il sanguinoso Marte.

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CANTO XVIII · Luigi Alamanni · Poetry Cove