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1495–1556

CANTO XVII

Luigi Alamanni

Già con le mille lingue intorno giva e con le mille voci in alto grido la dea veloce che col capo arriva ov'alto abbraccia il vago empireo nido

e, dove ogni alma di speranza è priva, col piè si posa nel tartareo lido, e con l'ale cangianti or alta or bassa di volar notte e dì non fu mai lassa.

Questa il danno d'Arturo, e spesso ancora che sia morto o prigion racconta altrui, e che sien seco poi di vita fuore Tristan, Boorte e i miglior duci sui:

tal che veder si può sola in brev'ora fuggir ciascuno, e non saper da cui, di cor, di senso e di cosiglio scosso come dal proprio folgore percosso.

e 'n fra gli altri all'orecchie era venuto del vecchio re dell'Orcadi il romore, che porge in altra parte fido aiuto al sinistro suo corno, che 'l furore

mal regger può che gli è sopravenuto di Verralto l'Ispan, ch'ogni migliore tratto fuor degli arcier s'è innanzi spinto e le schiere di lui n'ha intorno cinto:

le quai, nude d'un fianco di difese d'altri simili a quelli o di destrieri, son forzate a soffrir mortali offese, riservando al dever gli ordini interi.

Ma il dotto vecchio in ciò mille aste prese de' più antichi guerrier più esperti e feri che ritrovasse allor dall'alto lato che dal corno ch'è a destra era guardato;

e per torto cammin più a loro ascoso subito e d'improviso gli percuote: tal che di sé fa il lito sanguinoso chi non cerca al fuggir le vie più note.

Or mentre torna a' suoi vittorioso e gl'innalza lodando in chiare note, vien volando Sorbante, che gli dice la novella d'Arturo agra e 'nfelice,

e se sia vivo o morto ha posto in forse, perché 'l peggio credea, ma dir no 'l vuole. Senza risposta dare il buon re corse, ché gli spirti ha smarriti e le parole,

e non doglia minor l'alma gli morse che del morto figliuol pia madre suole; e giugne al padiglione, ove ritruova Serbin che di sanarlo è posto in pruova.

Or qual, pria che s'allume affatto il giorno, il tenebroso giel l'aurora scioglie, che rischiarar si veggion d'ogni intorno le piagge e i colli, e rallegrar le voglie

si senton degli augei ch'al canto a torno fan dolce risonare erbette e foglie, e di mille bei fiori aprire il seno si scorge al suo venir l'almo terreno;

tale ogni suo pensier chiaro diventa, spogliato il brun nell'oscurato core. Poi parla al grande Arturo, il qual tormenta del raffreddato male aspro dolore:

“Non è di scettro degno chi non senta dell'amaro talor ch'apportan l'ore, ché questo solo i re perfetti face e che 'l ben si conosce, e che più piace;

e tanto più che non dietro alla fronte o in loco ove chi fugge non difende, ma in quella parte che con forze pronte tutto il resto ricopre e gli altri offende

v'è giunto il danno: e l'onorato fonte dell'arte ch'al sanar le piaghe intende qui con voi scerno, il quale ho già veduto ritòr l'alme laggiù di grembo a Pluto”.

“Ah” - risponde il gran re - “giocondo padre, ben rendo grazie al ciel che la viltade, come san le nemiche e le mie squadre, non m'han fatte lassar d'onor le strade:

ma desio forse d'opere leggiadre oltre il dever di regia qualitade con poca compagnia troppo mi spinse ove il mio buon voler fortuna vinse.

Né mi duol del mio mal, né mi dorrei d'esser per via cotal venuto a morte, ma che per mia cagione i duci miei sien, lassi, indotti a perigliosa sorte;

e volentier mia sorte cangerei col famoso Tristan, col pio Boorte, che per la mia salute in tale stato lassai ch'io sarò sempre sconsolato.

E però prego voi, duce famoso, che con quanti qui sono e fieno altrove di trar quei due del loco periglioso facciate per mio amore ultime prove:

e 'l candido stendardo, or sanguinoso, che 'l buon re Caradosso al vento muove non resti de' nemici a lungo scherno e del pubblico onor naufragio eterno”.

Così disse il Britanno, e con gran pena, perché 'l sangue perduto e l'alta doglia d'ardir non già, ma ben di spirto e lena e del primo vogor le membra spoglia.

Risponde il re dell'Orcadi: “Serena resti in voi col sperar ciascuna voglia, ch'io ben v'obbidirò qual più si deve, e bramate novelle avrete in breve”.

Tal parlando si parte, e con lui vanno il cavalier Toscano e 'l buon Norgallo; Meliasso e Mador l'istesso fanno, e di tutti ciascun cangia cavallo,

ch'al fero battagliar sì acerbo danno soffrir che perdonar si puote il fallo ch'ei fero a i lor signor, ch'un sol non v'era ch'aggia a crollare il piè la forza intera.

Così spronando insieme, molta gente trovan dietro tornar che 'l campo lassa per la fama del re trista e dolente, di timor colma e di speranza cassa;

ma il saggio re dell'Orcadi altamente va ciascun confortando ovunque passa: “Più che mai vivo fosse è il grande Arturo, e di mortal periglio omai securo.

Ritorniam, cari figli, alla battaglia; ch'ora è il tempo migliore in cui si mostre che con ragione al ciel volando saglia il grido illustre delle glorie vostre,

e che senta il gran re che non si smaglia il tenace valor dell'armi nostre per breve colpo, e sopra lor non puote la nemica fortuna o le sue ròte”.

In tai voci va innanzi, e 'ncontra molti che d'indietro tornare hanno cagione, ch'han le membra impiagate e stanno avvolti di sanguinose righe su l'arcione.

Questi tutti consola, e gli ha rivolti co' suoi ministri al proprio padiglione, il qual largo abbondava d'ogni aita che convegna a curar piaga e ferita;

e 'n fra gli altri Abondano e Brallen trova che dal fero incontrar fur posti a piede: dà lor fresco corsiero e lancia nuova, e d'ogni arme perduta riprovvede.

col dir da poi che in tal miserie giova già s'avvicina dolce Palamede, Segurano e Tristan sono e Boorte in perigliosa ancora e dubbia sorte;

e ritruova in quel punto ch'a Tristano il possente caval con l'empio strale Estero ucciso avea, l'empio Germano, sì che d'indi ritrarse arte non vale:

ma mentre tiene il grave scudo in mano dell'offese d'ogni uom poco gli cale, perché con quello ogn'impeto sostiene e d'arme e di corsier che 'ncontra viene.

Par nell'alpi nevose orso selvaggio tra cani e cacciator serrato e cinto dritto appoggiato al più robusto faggio, con denti ed unghie alla difesa accinto,

ch'or quel mastin che lascia il suo vantaggio or l'ardito villano a morte ha spinto, e ch'or quel ferro aguto ed or quell'asta con le setose braccia or tronca or guasta.

Tale il chiaro Tristano or quello ancide, or, ch'aggiunger non può, del destrier priva: tal che più non si truova chi s'affide di presso andar quanto la spada arriva,

ma con sassi e con dardi gli conquide del dorato leon l'imagin viva con quello alto romor che 'ntorno suona qual or grandine folta i tetti intuona;

e 'l pensan di stancar; che potea forse, ma con lunga stagion, loro avvenire: e 'l scampò, che l'Iberno i suoi soccorse e passò il suo disegno al rivenire.

Già co i buon cavalier l'Orcado accorse gridando: “Or dee temer di mai perire il mio chiaro Tristan mentre il suo Lago non ha varcato ancor di Stige il lago?”

Così detto oltra passa, e col drappello quanti intorno a lui son per terra stende: questo cade impiagato e morto quello e d'un colpo medesmo molti offende;

e 'n breve adopra che lo stuol rubello ch'era pria vincitor vinto si rende, e del cacciare altrui la primiera arte or in tosto fuggir tutta diparte.

Non gli segue il re Lago e 'ndietro riede, e destrier nobilissimo appresenta al buon Tristan, che di famose prede ebbe dove l'Alliera Era diventa

al tempo che d'Albin l'ultimo erede e l'Alvenica prole rendé spenta già il terz'anno davanti, e chiuse il passo al soccorso maggior del re Clodasso.

Salta in esso Tristan, che gliel conduce dell'Orcado il scudier, detto Alansone. Or gli par racquistar del sol la luce, assedendo il guerrier nel nuovo arcione,

e dice al vecchio re: “Signore e duce foste del mio voler d'ogni stagione; or sarete dell'alma e della vita, ch'oggi meco riman per vostra aita”.

Mwentre parlan così, Florio rivolto vede in contrasto rio dalla man manca nel medesmo sentier, non lunge molto, del lor famoso re l'insegna bianca,

e grida: “Alti guerrier, tra 'l popol folto veggio trista crollar, qual vinta e stanca, l'alta guida reale, e biasmo eterno ne sarà di soffrir sì ontoso scherno”.

Così detto spronando ardito è mosso, e di quanti altri son giunge il primiero; e trova il valoroso Caradosso d'aspro stuol circondato iniquo e fero:

Palamede e Safar gli sono addosso con Matanasso e 'l perfido Agrogero, e chi la fronte e chi le spalle offende, chi scotendo l'insegna l'asta prende.

Del misero nocchier la vela pare lo qual ferìo sì subita tempesta ch'a tempo in basso non la può piegare, ma di contrari venti in preda resta:

ch'or da poggia percossa alta gonfiare, or dall'orza abbattuta esser molesta si può vedere all'arbor ch'ella abbraccia con le piaghe di cui se stessa straccia.

Il fero Palamede, in sé sdegnato che gli contenda il ciel così bell'opra, quanto puote il braccial del destro lato percote ch'alla man poco vien sopra:

gettala come ramo inciso al prato, ma Caradosso allor la manca adopra, e con quella ritien sì ben che basta, dell'insegna real la sacrata asta.

Torna il crudele, e quella ancora incide: onde co' tronchi soli il re infelice che dalle chiare man lassi divide l'abbraccia ancora, ed altamente dice:

“In fin che l'alma questa spoglia guide d'abbandonar tal segno si disdice”. Ma nella fronte Palamede il fere e con l'asta imbracciata il fa cadere.

Pensa l'Ebrido in sé chiaro guadagno e per sempre famoso aver quel giorno, quando il fido Toscan del suo compagno al soccorso arrivò di fede adorno

gridando: “Alto signor, troppo mi lagno di ritrovarvi all'ultimo soggiorno: ma mi consola il fin, ch'è stato in guisa che non ne fia già mai la gloria ancisa”.

Così dicendo, corre a Palamede, che per l'insegna aver s'inchina a terra; e nell'elmo abbassato in modo il fiede che con l'incarco suo tutto l'atterra.

L'altro che del caval si trova a piede, tosto si rappresenta a nuova guerra, e come fu leggiero a meraviglia del Toscano al destrier prende la briglia;

e 'ntorno ad ambe mani il gira e scuote, e per torgli ogni tempo non s'arresta: né l'Italo guerrioer ferire il puote, ché scudo del destrier gli fa la testa.

Pur di punta sì spesso il ripercuote dal volto in basso in quella parte e 'n questa che non lunga stagion durar potria, non trovando al suo fin novella via:

ma sol con la sinistra il morso tiene, e con la destra man ripiglia il brando che sostenuto pria dalle catene avea lassato gir per terra errando;

e tra 'l capo e la gola, ove non viene l'acciaro, a fin ch'ei possa al suo comando ben la testa crollar, gli pon la punta ove al sommo spirar la canna spunta.

Stilla il sangue lontano, e l'arme tinge di color porporino a chi l'offende. Il percosso caval per doglia spinge se stesso in alto, e dritto si distende:

poi tre volte per l'aria allarga e stringe l'un piede e l'altro che levato pende, indi col suo signor tutto in un monte stampa il terren con l'impiagata fronte.

Ma perché 'l suo cader saggio antivede il famoso Toscan rimase sciolto, né prima in terra fu che surse in piede di dolor, d'ira e di disdegno avvolto

e dice: “Or come mai più Palamede potrà senza arrossir mostrare il volto tra i miglior cavalier, s'è il maggior fallo che si conti al guerrier dare al cavallo?

E non potreste voi, né quanti stanno dell'Ebridi nebbiose all'aer fosco, appagar il corsiero onde il Britanno l'altr'ier fu largo al suo fidato Tosco.

Ma non sarà per voi minore il danno il ritrovarse a piede in guerra nosco, ché sol con questa man, non col destriero, di guadagnare onor securo spero”.

Così detto s'appressa al loco dove abbracciando l'insegna morto giace il re famoso, e lì mirabil prove l'uno e l'altro guerrier di nuovo face.

Questo onore e pietà, quell'altro muove della spoglia acquistar desio rapace, questo altezza di core e pia bontade, quel valor naturale e feritade.

E così per cagioni assai diverse l'uno e l'altro è magnanimo ed ardito. Già l'Ebrido il primier, che 'l tempo scerse, sopra la destra spalla avea ferito

il gran Toscan che mai si ricoperse, che tanto dall'ardore ha il cor rapito di far del suo caval vendetta chiara ch'al danno che gli vien poco ripara;

tal che l'osso traverso, il quale appeso co' tenaci suoi nervi il braccio tiene, fu di picciola piaga alquanto offeso, e punte sopra lui le anguste vene.

Il Toscan lui percote ove sospeso lo scudo alla sinistra in alto viene, e per forza ch'avesse anch'ei non falla d'esso impiagar nella contraria spalla;

e lo scudo ferrato gli divise in fin dove a quel loco ricopria. L'altro una punta alla visiera mise ch'alle luci arrivar dritta venia:

ma dove ambe le ciglia in uno assise per inarcarse poi prendon la via giunse il colpo nel mezzo, e dentro passa e 'l volto sanguinoso intorno lassa;

ma però che non gìo profonda molto e che il loco per sé non è mortale, non gli fa tanto mal, che a lui rivolto di punta anch'ei, quanto la forza vale,

nella sinistra parte il collo ha colto ove il più rigid'osso in alto sale: et venne adentro assai, ma non che vaglia a dar fine o imperdir quella battaglia.

Or così già vicin l'un l'altro vanno che la spada al ferir non ha più loco: pongon a i ferri man ch'al fianco stanno con vie più periglioso e breve gioco.

In più d'un lato omai percossi s'hanno, sì ch'al termino gir mancava poco; ma il cvalier Norgallo, che veduto ha l'insegna cader, quivi è venuto.

Corse con quel furor che 'l buon nocchiero ch'aggia visto cader talor percossa o d'austro o d'aquilon da spirto fero la fida antenna dal sostegno scossa,

ch'or quinci or quindi va pronto e leggiero, ora il grido adoprando or la sua possa, in fin che risarcito o ben renduto al suo loco primiero ha il danno avuto.

Urta col suo caval senz'altra cura il fero Palamede, ch'a piè trova: cadde ei riverso, e 'l non aver paura né 'l valore infinito assai gli giova;

ma come era gravato d'armadura di tosto rilevar si mette in prova, con quella più snellezza che faria battuto lioncel che sciolto sia;

e rivolto al Norgallo dicea: “Come non vi punse vergogna d'assalire un solo a piede, e ch'ha le forze dome dal lungo affaticare a dal ferire,

con tal destriero? e dove or cade il nome ch'io solea per lo mondo altero udire del cavalier Norgallo, ch'a mie spese ho provato villano e discortese?”

Risponde l'altro a lui: “Non sempre è l'ora d'usar la cortesia, né in ogni parte: ch'ove del suo signore il ben dimora deve il guerrier leal provare ogni arte,

com'or debb'io: che 'n fin ch'io scerna ancora l'insegne del mio re per terra sparte per drizzarl'indi e tòrle d'altrui mano poca cura mi fia l'esser villano;

ma doppo tale impresa in ciascun loco spera il basso Norgallo a Palamede di far veder che 'n questo e in ogni gioco all'Ebrido valor di nulla cede;

e che di cortesia lo scalde il foco quando il vuol la stagion potrà far fede, come in più d'uno assalto mostrò assai, ch'al suo dovuto onor non fallì mai”.

E 'n questo dir di nuovo anco l'atterra, ma non cerca però di porlo a morte; e 'l buon Toscano sciolto d'aspra guerra non lassa indarno gir la chiara sorte,

ché le man porge ove negletta in terra l'insegna si giacea priva di scorte: e per salva condurla il passo muove, quando nuova tempesta vien d'altrove,

ché tornato è l'ardito Segurano con Arvino il fellone e 'l Ner perduto, Grifon dell'Alto Passo e 'l suo Rossano, a cui il tolto vigore è rivenuto

del colpo acerbo che dall'aspra mano avea di Maligante ricevuto; e de i quattro guerrier fu tal l'intoppo ch'a due stanchi a mal sani era pur troppo.

Fu il famoso Toscan primo percosso, che già in alto stendea la bianca insegna, della qual resta d'improviso scosso perché nullo ha timor ch'altri sorvegna:

e quale abeto da radice smosso da Borea al freddo ciel, quando più regna, per l'urto crudo del fellone Arvino si ritrova giacer col capo chino;

e quantunque temesse, così steso e battuto com'era, in braccio stretta la chiara insegna, si ritrova offeso da così grave stuol ch'a lui si getta

che sostener non può 'l soverchio peso, e l'anima già al cor s'era ristretta quasi per dipartirsi vinta e frale, che 'l lodato desio seguir non vale.

Così novellamente in forza torna il famoso stendardo a i gran nemici. Qui dell'antico orgoglio alza le corna e l'arme Iberne sacre e vincitrici

Seguran chiama, e di tal spoglia adorna la man crollando ne' suoi liti amici della Val Bruna la impromette a Marte con altre palme assai quivi entro sparte.

Ma allor che più si gloria alteramente e ch'a i Britanni ancor minacce aggiunge, ecco il fido Boorte, che già sente de' suoi l'angoscie e furiando giunge;

e di colpo al traverso sì possente il braccio al predator percote e punge che gli fece cader, ch'ad altro bada, l'acquistato trofeo sopra la strada;

al quale il buon Toscan, che già risorge dal tenebroso duol, vedendol presso, quanto più tosto può la man riporge e già spera scampar portandon'esso:

quando vien da traverso, ove non scorge, chi l'ha più ch'ancor mai di nuovo oppresso, ché Rossano il Selvaggio il ripercuote sì che più rilevarsi allor non puote.

E l'avrebbe anco ucciso, se non fora che 'l famoso Boorte, che ciò vede, giunse al soccorso alla medesim'ora, e 'l Selvaggio crudel su l'elmo fiede:

sì che in sella, qual fu, poco dimora, che come il buon Toscan si trova a piede; ma ben tosto si drizza, e 'l braccio stende, e 'l vessillo ch'egli ha nel mezzo prende,

dicendo: “Somme grazie alla mia sorte rendo, ch'or così a piè m'aggia sospinto, et alla spada ascosa di Boorte che m'ha, nol vedend'io, battuto e vinto:

ch'or mi trov'io più commodo e più forte contra il Toscano, et al guadagno accinto dell'onorato pregio, ch'a cavallo era impresa impossibile acquistallo”.

E 'n questo ragionar con forza il tira il fer Pannonio, né il Toscano il lassa: e 'n tal modo ciascuno ad esso aspira che la spada riman pendente e bassa.

Sol con urtarse insieme ardente d'ira l'uno e l'altro di lor le membra allassa, e col piede offendendosi tal volta par la guerra fra loro in lotta volta.

Gira intorno Boorte il suo destriero e si duol che giovar non può al Toscano, che di due fatto essendo un corpo intero l'un senza offender l'altro aiuta in vano.

Ma intanto il gran Norgallo cavaliero che Seguran teneva indi lontano fu percosso talmente al destro braccio che gli diè per alqunto acerbo impaccio.

Così libero allor l'altero Iberno contra il chiaro Boorte il corso move, qual tempestoso noto a mezzo il verno il giorno suol, che poi la notte piove;

e contra il buon Norgallo d'alto scherno parole usando, ch'ha battuto altrove, il percote al traverso in guisa tale che 'n piedi il suo destrier restar non vale,

che insieme col signor si trova a terra, e 'l sinistro suo lato sotto preme. Ma tosto dall'incarco si disserra di Gave il buon guerriero, e nulla teme;

e 'n verso Seguran si stringe a guerra e di vincerlo ancor nodrisce speme, e 'l ginocchio or trovando ed or la coscia, gli dà spesso cagion di nuova angoscia.

Ma il forte Seguran, che d'alto fere e 'l può in lochi impiagar troppo mortali, sovra il lito sovente il fa cadere: ma più tosto rivien che s'avesse ali;

pur gli manca il vigor, cessa il potere e gli spirti già son debili e frali, sì che non molto ancor gito saria che morto o prigionier, lasso, venia;

perch'oltra Segurano, il Ner Perduto et Arvino il fellon gli fan battaglia, e Clodin già volando era venuto, e nessuno è di lor che non l'assaglia:

e l'antica difesa e 'l saldo aiuto ch'avere intorno suol di piastra e maglia era mancato assai, perché 'l terreno in più luoghi n'avea coperto il seno.

Ma Terrigano il grande e Gracedono, Galindo e Marabon della Riviera tutti al miser Toscano intorno sono, e tolta gli han la candida bandiera,

e lui quasi di vita in abbandono avea lassato la crudele schiera; e Rossano il Selvaggio iva superbo dell'alta spoglia e del suo danno acerbo.

Resta il Norgallo ancor sopra il destriero, ma per tutto impiagato in cotal guisa che dal più basso piè sovra il cimiero ogni armadura avea da sé divisa.

Pur quanto può col buon volere intero che dall'avversa man non sia conquisa quella insegna real, né il suo Toscano resti oppresso con quella, opra la mano;

ma niente era o poca, ogni sua aita, ché in grado venne al fine esso e Boorte che nullo han quasi più spirito e vita, perch'ambo al dipartir cercan le porte.

Ma non essendo ancor tutta compita in lor dal ciel la destinata sorte, con più veloce gir che strale o vento ricondusse Tristano in un momento;

e seco ha Gossemante il core ardito, Blomberisse, Sicambro e 'l suo Blanoro: ma quel di cor più acceso e più spedito sprona il forte corsiero innanzi a loro,

e con simil furor quando ferito si sente in caccia dal mastino il toro urta il gran Seguran, che mal conduce col vantaggio ch'avea di Gave il duce;

e con l'urto il ferisce nella fronte, sì ch'esso e 'l suo destrier percosso resta, di forza tal ch'a duro scoglio e monte saria, come a lor fu, greve e molesta:

e qual platan maggior ch'adombre un fonte sveglier suol da radice atra tempesta, senza l'assalitor sentire a pena si ritrovò disteso su l'arena.

No 'l cura più Tristan, ma il passo piega ove scorge l'insegna in forza altrui: et al fero Pannonio che la spiega dà colpo fero, e non pur guarda a cui.

Cade il meschin, né di lassarla nega, perché senso vital non resta in lui: ché ben che fosse ancor lo spirto vivo del movente vigor rimase privo.

Non è il chiaro Toscano in tale stato, se bene è molto fral, che ciò non veggia, né tanto ogni poter gli era mancato che di tosto ritorla non provveggia.

Torna il prode Tristan dall'altro lato là dove di Clodin la schiera aspreggia, tutta sopra i destrier, Boorte a piede, che come morto omai pur nulla cede;

ma in guisa di leon che fu ferito dall'insidioso arcier, che a pena puote reggerse in piedi, al qual cingano il lito di robusti pastor novelle rote,

ch'or l'artiglio ora il dente adopra ardito e sempre il più vicin di vita scuote, tal che sol di lontan si latra e grida ma di appressarlo poi nessun s'affida;

tale al chiaro Boorte avviene allora, poi ch'ad altro cammin gìo Segurano. Ma come al peregrin la chiara aurora che smarrito si trove in lito strano,

così dolce gli vien nell'ultim'ora il bramato tornar del pio Tristano, il qual col minacciare a tutti face quel ch'a schiera di storni augel rapace,

che ciascun ch'era in cerchio indi si toglie, e diverso dagli altri il cammin prende: e 'n tante parti il nodo si discioglie che libero Boorte e salvo rende.

Ma il buon Tristano or questo or quel raccoglie, e questo e quello in un momento stende nell'arenoso sen ferito o morto, l'un sopra l'altro gravemente attorto;

perch'oltra al popol molto e senza nome ha impiagato in un braccio Arvino il fello e fatto ha del destrier posar le some a Terrigano il grande appresso a quello,

e quasi ha di Clodin le forze dome col brando che gl'intenebra il cervello: Galindo, Marabone e 'l Ner Perduto quasi insieme in un fascio era caduto.

Or mentre il buon Tristan fa l'alte prove già ritorna il re Lago e 'l figlio Eretto, che largo il corso in quella parte muove con onorato e nuovo drappelletto

ch'aveva in fino allor sudato altrove contra il popolo a piede stando a petto, Matanzo il Brun, Patride al cerchio d'oro con Alibel di Logre e Pelinoro.

Fur quei doppo Tristan come si vede doppo un gran terremoto ch'aggia scosso alto edificio e che d'antica sede per la infinita forza sia rimosso,

che 'l secondo che vien ciò ch'era in piede di lui restato ancor non ben percosso del tutto abbatte; e se minor ben sia non men danno o timore al popol dia.

Così non meno intorno ebbe spavento di lor che di Tristan la gente fera, che si fugge indi come nebbia al vento e lassa omai la candida bandiera.

Già ricondotto appare in un momento ogni destriero all'abbattuta schiera, e rimessi a caval Florio e Boorte, come quasi furati all'empia morte.

E mal d'essi ciascun più puote aitarse, che questo, allor che 'l crudo Segurano col fero colpo all'improvviso apparse, sopra l'omer sinistro cadde al piano,

sì che sempre ebbe poi le forze scarse tutto quel lato e la medesma mano, perché fu tratto fuor della sua sede l'osso del braccio ch'alla spalla assiede.

Dietro anco poi dalla sua destra parte in tra la costa settima e la sesta, che quasi al busto umano il mezzo parte, ebbe larga ferita e ben molesta

dall'infido Alco, che in ascoso Marte l'insidiosa lancia ivi entro arresta: per la qual distillò sì largo il sangue che ne divenne al fin frale et esangue.

Ma mentre che 'l desio della vendetta, il bellicoso ardor, l'ira e l'onore lo scalda in mantener la spada stretta nullo impaccio il premeva né dolore:

or raffreddato il tutto, e che l'eletta real bandiera di periglio è fuore e che sta in pace l'animo turbato, sente con grave duolo ov'è impiagato,

tal che sopra il caval si regge a pena. Il medesmo adivien di Florio ancora, ch'ha il destro piè ferito ove la vena di tutte altre maggior si mostra fuora:

la soleretta omai di sangue è piena, e la pena spasmosa cresce ognora; pur contento d'aver la cara insegna soffra con alto cor ciò che n'avvegna:

or lassando il re Lago con Tristano tutti gli altri compagni, ha seco solo Patride, che reggeva il buon Toscano, et ei Boorte suo come figliuolo.

Così sen vanno, e con parlare umano esaltando di lor la gloria a volo l'Orcado al suo bramato padiglione, che poco era lontan, Boorte pone;

e mandato con Florio il suo Patride col cavalier di Gave si discende, e 'n man recato alle sue genti fide di medico appellar cura si prende.

Ma perché nel passar da lunge il vide Lancilotto, e chi sia non ben comprende, in fin che dall'albergo ove discese che sia Boorte pur credenza prese;

e 'l fido Galealto immantenente, ch'era poco lontan, doglioso appella: “Fratel” - dicendo - “la presaga mente annunzia a' miei pensier trista novella,

che quel sia il mio Boorte veramente ch'appena si reggea sopra la sella, dal compagno condotto, e sia ferito o delle membra almen forte impedito;

e nel suo padiglione è già disceso, ove non è il fratel, lasso, o Serbino che possa al male onde si trove offeso impor rimedio col voler divino.

Or se mai fusse a pietose opre inteso, dimostratevi a lui dolce vicino, sì che l'alta virtù dell'erbe vostre in sì gran cavaliero oggi si mostre”.

Tosto il buon re dell'Isole lontane, che di verace core amò Boorte: “Non fien” -dicea - “vostre preghiere vane, che ferma speme ho in Dio di torlo a morte”.

Indi un fascio prendeo di rare e strane radici insieme, e di diversa sorte, che dalle apriche piagge fortunate di celeste possanza avea recate;

ché, se creder si debbe, ivi ne nasce non sol per risanare ogni aspra piaga, ma per far ritornar com'era in fasce qual uom più curvo la vecchiezza smaga,

e 'l vogor rapportar che spira e pasce in cui già morte con la falce impiaga, e sì di sua ragion chiuder le strade che perpetua a i mortai faccia l'etade;

et a lui, ch'era il re, dove s'adora non men che in altra parte Apollo e Giove, sacrate offerte ne faceano ognora le genti tutte, con mirabil prove.

Così volando alla medesim'ora il chiaro Galealto il passo muove e dove era Boorte tosto giunge, il qual grave dolor più che mai punge.

Come suol nell'april dolce la pioggia venir talvolta a i verdeggianti prati che fur, mentre che Apollo in alto poggia, nella stagion miglior troppo assetati;

tal si feo lieto in disusata foggia il buon re Lago e gli altri ivi adunati intorno al cavalier, la cui gran doglia non gli fé mai cangiar parlare o voglia:

se non che come ei vide Galealto con lietissimo viso a sé l'accolse, poi dice: “Or fia contento il duro et alto cor che di sdegno il nostro fato avvolse

al vostro Lancilotto, e 'l feo di smalto contra il dir nostro ch'ascoltar non volse, poi che molti impiagati con Arturo vede, e l'oste de' suoi sì mal securo.

Or crescerà la gloria alle sue palme, che fatto è vincitor l'empio Clodasso, e de i Britanni omai le più chiare alme e de i Galli e de i Franchi ha viste in basso,

l'altro stuol carco di dogliose salme ch'ancor resta di qua dal mortal passo: il qual sempre dirà che Lancilotto all'estrema miseria l'ha condotto”.

Seguiva ancor, ma l'Orcado, che sente che l'ira e 'l ragionar danno gli apporta, ruppe il parlar dicendo: “Veramente alla vostra salute apre la porta

fortuna omai, poi ch'alle forze spente v'ha mandata dal ciel sì fida scorta come il re fortunato, il cui valore alle Parche allungò più volte l'ore.

Altra vita miglior qui il tempo chiede che di tarde spiegar l'altrui querele”. E Galealto allor dal capo al piede il fa spogliar, che nulla parte cele;

indi ogni piaga sua tentando vede non con men saggia man ch'a lui fedele: poi con sugo ch'avea d'intorno bagna, per cui subitamente il sangue stagna.

Appresso feo di più d'una radice, senza chiamare alcun, minuta polve; e posta in esse, ogni dolore elice e 'l suo putrido umor secca e dissolve.

Poi con dolce parlar si volta e dice: “O famoso Boorte, or che v'assolve d'ogni periglio il cielo, a quel ch'io sento, darò risposta al vostro pio lamento,

dicendo ch'a ragion si mosse a sdegno il chiaro Lancilotto, avendo scorto il superbo Gaven d'invidia pregno col favor del suo re contr'esso sorto:

che 'n cor famoso e sovra ogni altro degno troppo si trova aver doglia e sconforto il fedelmente oprar, che mai non smaga, se d'ingrato volere altri l'appaga;

né si può quando vuolsi al duro morso con le forze richieste por la mano, come il destrier nel suo primiero corso il tosto raffrenar si prova in vano.

Crederò ben fra me ch'alto soccorso si può sperar dal figlio del re Bano, ché 'l vostro mal, la debita pietade avrà svegliata omai la sua bontade;

et io, tornando a lui, s'ancor si trova, qual io non credo già, d'animo duro, m'ingegnerò con mia preghiera nuova, con mostrargli de i nostri il tempo oscuro,

ch'omai spoglie ogni sdegno, e l'arme muova al bisogno maggior del grande Arturo: ch'al magnanimo spirto non s'aspetta contra nemico tale altra vendetta.

E se ciò non potrò, tenterò poi che col suo buon volere io vegna al meno co' miei guerrier, se pur mi nega i suoi, a trarvi il mal che vi trovate in seno:

e faccia il ciel ciò che vorrà di noi, ch'a me basta partir di gloria pieno, e per tòr tali amici d'aspra sorte assai dolce mi fia l'istessa morte:

perch'avvegna ora o poi, dal ciel m'è dato di por fine alla vita in questo lido, ché ritornar fra' miei mi nega il fato, come concede al nome eterno grido.

Cotale al nascer mio l'alto Nifato predisse a i cittadin del patrio lido, che sovra quanti avea vati e profeti intendeva del ciel tutti i segreti”.

Allora il re dell'Orcadi l'abbraccia, poi con tenero amor la man gli prende e dice: “Io prego il ciel che largo faccia delle due cose sol quella che 'ntende

al vostro onor, che d'Affrica ove agghiaccia l'iperboreo cammin già il volo stende, e più oltra anco andrà; ma il vostro fine il corso agguaglie alle virtù divine.

Ma fia certo di voi bell'opra e degna se 'l duro Lancilotto pregherete ch'a questo uopo più grave a' suoi sovvegna e d'Avarco espugnar gli nasca sete,

perché si dica poi che la sua insegna spaventata aggia sol l'onda di Lete che senza il suo apparir già vicin'era non men ch'oggi ne sia d'Orone e d'Era;

né stando in ozio sol voglia vedere in periglio e 'mpiagata schiera tale. Non può alla guerra Arturo provvedere, col piè ferito e con dolor mortale;

non si può Maligante sostenere, percosso anch'esso di pungente strale; né il misero Toscano ha miglior sorte ch'or possiate discernere in Boorte.

prendasi guardia pur che non si toglia il poterne aiutar lo 'ndugiar troppo, ch'un punto sol l'occasione spoglia e 'l più veloce corso rende zoppo,

né ritorna poi indietro all'altrui voglia ma fugge innanzi più che di galoppo: sì che chi cura tien del miglior tempo comince il bene oprare ognor per tempo.

E voi, per quello amor che senza pare a lui sempre portaste, et egli a voi, non gli lassate il cor tanto indurare che d'onta e di dolor s'uccida poi.

Mostrategli il sentier che dee pigliare per alzare il suo nome e salvar noi; e so che 'l vostro dir gli fia più a grado che d'ogni altro il consiglio unico o rado:

che nulla penetrar più adentro suole in giovin core e di virtù seguace che d'amico fedel dolci parole che provengan d'amor puro e verace.

Or da voi sol, qual lo splendor dal sole, ne può sovra arrivar salute e pace, se vorrete, alto re, sì com'io spero, tutto il poter di voi spiegare intero.

E se pur dentro a sé voto o promessa gli vietasser per noi l'arme vestire, fate ch'al men da lui vi sia concessa la gente sua, che voi debba seguire,

come diceste, e con la vostra istessa, che non men di valor mostra e d'ardire: ch'io son sicuro in me che giunte insieme faran tosto fuggir chi caccia e preme.

Poi quantunque di voi l'invitta spada, l'animo e la virtù sia chiara molto, fareste al nostro ben più larga strada se dell'arme di lui veniste avvolto:

perché 'l volgare stuol sovente bada, non men ch'all'opre, al conosciuto volto, e voi sapete bene a che ridotto talor l'oste d'Avarco ha Lancilotto.

Or se da voi verrà grazia cotale, sarà per voi rinato il re Britanno, e renderavvi onor più che mortale come a ristorator d'ogni suo danno;

e la gloria di voi sarà immortale, né i secoli maggior l'offenderanno. Perché ne fia memoria in tante carte che chi divora ogni uom non v'avrà parte”.

Qui si tacque il re Lago, e Galealto, in cui col vero onor pietà si mesce, risponde: “Se quel cor più che di smalto o di tigre crudel non mi riesce,

o Lancilotto o me tosto all'assalto potrà veder chi 'l dolor vostro accresce. Dio vi dia larga speme”, e 'n tal saluto al padiglion s'addrizza ond'è venuto.

Ma non molto è lontan che 'nsieme trova con Lamoral di Gallia Persevallo, e gli dan di pietà materia nuova, ch'ambe feriti son sopra il cavallo.

Quel nella destra coscia si ritrova un troncon rotto che non venne in fallo dal fero Palamede, d'una lancia, onde la fronte avea pallida e rancia;

il fratello è nell'omero ferito di durissimo stral dal lato manco. L'uno e l'altro di lor resta impedito, e del sangue che versa afflitto e bianco.

Ratto a 'ncontrargli e doloroso è gito, e confortando assai gli segue al fianco; poi ritrovato il lor comune albergo de' due stanchi corsier gli toglie al tergo.

Poi sopra irsute pelli gli distende, e con discreta man trae d'ambeduoi il troncone e lo strale onde gli pende, indi spoglia a ciascun gli arnesi suoi.

Appresso il sugo e le radici spende come a Boorte pria; partendo poi come il più tosto può fece ritorno ove avea Lancilotto il suo soggiorno.

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CANTO XVII · Luigi Alamanni · Poetry Cove