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1495–1556

CANTO XVI

Luigi Alamanni

Dell'oscura stagion la bianca aurora con le rosate man squarciava il velo, quando il gran re Britanno uscito fuora fa di trombe al romor tremare il cielo:

ond'ogni cavaliero all'istess'ora, ogni ardito guerrier con chiaro zelo truova l'arme e 'l destriero, ogni buon duce all'ordine primiero i suoi conduce;

e tal del suo furor l'alma ripiena il sanguinoso Marte ha di ciascuno, ch'ogni fosco pensier si rasserena, né che tema il morir si vede alcuno.

Speran tutti in dolzor volger la pena e 'n bel candido giorno il tempo bruno: chi a vendetta, chi a gloria e chi a guadagno sé medesmo conforta e 'l suo compagno.

Senz'ordine ciascun di vino e d'esca empie le voglie sue restando in piede perché 'l vigor rinforze e 'l desio cresca, ch'al soverchio digiun sovente cede.

Or il troppo aspettar par che rincresca a chi già il sol nell'oriente vede: e ben mostrava il ciel com'egli adopra quando un suo disegnar vuol porre in opra.

Già per l'arme vestir domanda Arturo il suo sommo scudier, ch'era Agraveno, che col fabbro eccellente Caliburo quanto facea mestiero apporta a pieno.

Le solerette pria del più sicuro acciar che porti il Norico terreno gli arma di sotto i piedi, indi lo sprone ricco di gemme e d'or sopra gli pone.

Il pesante schinier, che tutto abbraccia quanto l'osso primiero in alto ascende, di ben sicuri chiodi intorno allaccia, congiunto al ferro che 'l ginocchio prende,

ritondo, curvo e tal che non impaccia quando indietro l'accoglie o innanzi stende, ch'anco piglia il coscial, che sopra stringe e con serici nodi alto si cinge.

Poscia alla regia gola ha in guardia messo il saldo acciar, che non le noccia offesa; l'uno e l'altro braccial gli loca appresso ove pria di lunette avea difesa,

conserto sì, ch'ei non si senta oppresso se la lancia o la spada ha in guerra presa, ma che quelle crollar possa e lo scudo qual di tela coperto o tutto ignudo.

La possente corazza e fida al petto, che pare unque non ebbe, asiede intorno: in cui scolpio l'artefice perfetto d'argentato colore e scuro adorno

tre lune tai quali al fraterno aspetto nel quarto del cammin fesser ritorno, intricate tra loro e cinte insieme sì che mostrin di fuor le corna estreme.

Di questa arme onorata gli feo dono l'indovina Morgana sua sorella, a cui fu mostro dal celeste trono come all'antica etade e la novella

sopra quante altre insegne furo e sono tutto il favor devevan d'ogni stella l'alme tre lune aver dal sommo Giove, e nel gallo terren vie più ch'altrove.

Stavan queste nel mezzo, e 'n giro poi nell'estremo di tutto facean fregio gli archi stessi, gli strali e i dardi suoi, ch'alla vaga Diana erano in pregio:

né le reti selvaggie né i lacciuoi il oblio pose il dotto fabbro egregio, ch'ivi tutte apparian con sì bell'arte ch'a Natura togliean la miglior parte.

E nel giorno medesmo che gli diede l'alta fata reale il ricco arnese, gli dicea che con quello avesse fede di largo soggiogare ogni paese;

del qual doppo lunghi anni essere erede uno Enrico devea ch'ad ali stese manderia 'l nome suo dall'Era al Gange e per quanto ocean tra i poli frange.

Gli spallacci sovrani al loco pone, che 'n tra quella e 'l braccial l'omero accoglie; cingeli il brando poi che Pandragone fé più volte carcar di opime spoglie

del popolo inimico Anglo, Sassone che del suo bel terren varcò le soglie; e gli dié sovra ogni altro cavaliero del marziale onor lo scettro altero.

Questo, morendo al fine, in man ripose il valoroso re del figlio Arturo dicendo: “L'opre sue sempre famose fecer che 'l regno a voi lascio sicuro.

Aggiate lui sovra l'umane cose in riverenza somma, e al tempo duro che vi apparecchie mai l'aspra fortuna questa spada cingete sola ed una”.

I quai detti ubbidìo, ch'a i gran perigli non si mise unque poi senza aver lei, con la qual sempre mai rendeo vermigli di sangue i campi tra i nemici rei;

né d'altro brando i micidiali artigli di morte furo a gli infernali dei larghi de' suoi trofei quanto di questo, che feo più d'un figliuol del padre mesto.

Di preziose gemme chiare e dure era il fodero intorno rilucente, ch'avanzavan del sol le luci pure quando più bel si mostra all'oriente:

conteste in oro tal, che stan sicure al percuoter di colpo aspro e possente. Simil le guardie ha in alto, e 'l pone in cima, che di prezzo infinito il mondo stima.

Con questo, e del medesimo lavoro, la cintura ricchissima pendea, ch'alla parte minore apparia l'oro, che di vaghi color l'altro splendea

d'adamanti e rubin posti fra loro di rose in guisa care a Citerea, e di vaghi zaffir, non già smeraldi che dell'arme al ferir non restan saldi.

Poi per più sicurtà greve piastrone il suo caro Agraven di sopra mette, sì ch'aggia di temer nulla cagione d'aste colpir, di spade o di saette,

qual già nella sua patria regione al furor de i giganti in prova stette. la buffa locò solo al destro lata, perché sia dallo scudo il manco armato.

Sovra l'arme lucenti ultima cinge la ricca imperatoria sopravesta, che con gemmato nodo alta si stringe all'omer manco, ove non sia molesta,

e sotto al destro braccio alato spinge il lembo adorno, che scherzando resta: ove in campo celeste seminate son le corone sue reali aurate.

Il feroce corsiero indi gli adduce ch'ei suol sempre menar nell'alte imprese, sopra cui, qual l'aurora, rendea luce il tutto di fin or fregiato arnese.

Il frontale argentato in alto luce, in cima al qual leggiadramente stese sottilissime piume bianche e nere all'aure ventilar si pon vedere.

Il crin come la fronte era coperto del più sicuro ferro e del men greve, né in tra l'arme nemiche giva aperto quel che i colpi maggior primo riceve:

che ove al falcato collo viene inserto cinto il bel petto avea spazioso e leve di doppie pelli, che indurate al foco piaga d'asta o di stral curavan poco;

ma per averlo al gir più snello molto e perch'ivi il ferir non vien mortale, vuol ch'all'ampie sue groppe sia disciolto, contra il comune usar, di peso tale.

Ora al primo arrivar, dall'arme avvolto senza la staffa oprar sopra vi sale: il manco lato allor, restato nudo, il famoso Agraven gli armò di scudo,

lo qual cinge sicuro, e l'ha commesso con ben ferrati nodi al collo intorno. Ha del cielo il colore, e in mezzo d'esso sta il capo di Gorgon di serpi adorno,

ch'ha nel guardo crudel lo sdegno impresso e d'uccider desio, che innalza il corno, e da ciascun de i lati spira intento il Timore, il Sospetto e lo Spavento.

Sono intorno di lor di saldo acciaro dieci cerchi fortissimi ravvolti che del porfiro duro stanno al paro, e di chiodi profondi al legno accolti.

Di ferro dentro e fuor d'argento chiaro color vanno ombreggiando i tristi volti: venti sono in ciascuno, e posti tale, che di svellergli quindi arte non vale.

Di color negro a i primi si comprende altr'ordine a fortezza ed ornamento. Il sostegno onde al collo si sospende di falde fabbricato era d'argento,

ove un fosco dragon s'avvolge e stende né d'una fronte sola appar contento, ma con tre fere teste e d'ira pieno par minaccie a ciascun foco e veleno.

Del più gran re che d'Argo e di Micene e d'altre alme città lo scettro tenne fu questo scudo, allor che d'armi piene con mille altere navi a Troia venne

per darle al suo furar dovute pene; e di dieci anni al termine pervenne col lungo assedio, e poi di chiara frode trionfante partìo, se 'l ver se n'ode.

Ivi mentre era inteso al grande acquisto, che più volte cangiò fortuna e volto, ovunque il ciel gli fosse o lieto o tristo sempre si ritrovò di questo avvolto.

Ma nel rio letto dal crudele Egisto e dalla sposa sua di vita sciolto, fu tra molti tesor da i servi suoi al fratel Menelao condotto poi;

ch'allor divoto nell'antica Sparte, come il merto chiedea, con vero amore di Minerva al gran tempio in degna parte fece appender in alto: al cui valore

che fu poi steso in sì divine carte, non volle il pio german far altro onore. Scrisse sol d'Agamennone, il qual nome seco avea d'ogni lode eterne some.

Quando poi fu squarciato il fosco velo al veder nostro misero mortale e l'alta grazia ne portò dal cielo il gran figliuol del Padre universale,

e dell'uom si converse il vero zelo a quell'alto Fattor dal sen mortale che negli antichi templi intorno tutte fur le fallaci immagini distrutte,

nel famoso Bisanzo a Costantino fu lo scudo possente allor mandato, ove il tenne in onor quasi divino col chiaro ricordar del tempo andato.

Poscia di prole in prole al gran Iustino, allora imperador, fu riservato, il qual, come di lui più d'altrui degno, ad Arturo il donò d'amore in segno.

Questo adunque era quel ch'al collo intorno del suo gran re sovran pende Agraveno, né in altra guisa il volle fare adorno che della riverenza ond'egli è pieno.

Solo in azzurro aurate d'ogni intorno di tredici corone ha colmo il seno, ch'ei non si possa dir ch'ascosa tegna l'antica e famosissima sua insegna.

Il grand'elmo alla fin, che doppia tiene del real viso in guardia la baviera, ove l'alto cimier montando viene che 'nseno ave del ciel l'ultima spera

che sol le luci stabili contiene e sempre dal mattin gira alla sera senza mai traviare e l'altre cinge, che dietro al corso suo di gir costringe;

così questo Agraven d'intorno allaccia ove più la corazza monte in alto verso la gola, e sì che non l'impaccia al rivolger il volto ad ogni assalto,

né col soverchio peso assiso giaccia sopra la fronte l'incantato smalto: e dir si potea tal, che di tempra era non men che l'adamante invitta e vera.

Poi di piastra d'acciar fino e sovrano, sol che ben rivoltare e stringer vaglia, difesa aggiunge all'una e l'altra mano non men dolce a piegar che lenta maglia,

e larga ove il braccial vien prossimano, ch'al nodo estremo suo sovr'esso saglia; e poi che dritto è in sella e fermo ha il piede la lancia impugna, ch'Agraven gli diede.

Indi con bel drappel di cavalieri che già intorno gli son s'addrizza al vallo, ove schiere infinite di guerrieri truova attender pedestri ed a cavallo,

e i maggior duci lor, servando interi gli ordini, ch'al dever non faccian fallo; poi, che stan comandando su le porte, vede il franco Tristano e 'l pio Boorte,

e de i levi destrier prime le torme da i lor capi condotte han tratte fuori; doppo questi gli arcieri stampan l'orme, con gli altri più spediti e frombatori:

vengon poi quei che di più altere forme veston l'arme pesanti e le migliori. Così tutti passati, ogni uomo attende quel che di comandargli Arturo intende;

il qual tra i maggior duci e i primi eroi consigliando il futuro, avea varcato dopp'essi il fosso, e va scorrendo poi col buon re Lago e con Gaveno a lato,

che nessun altro vuol di tutti i suoi per non mostrar di re l'altero stato: e l'armate sue schiere guarda intorno, che più che forse mai fur belle il giorno;

e chiamando di molti il proprio nome, che di parte maggior non gli era ascoso, dicea: “Cari figliuoi, dimostriam come non è il nostro valor da tema roso,

e che per poco incarco non son dome le forze invitte al popol glorioso che della gran Brettagna ha sparso il grido sotto ambe i poli, e dell'aurora al nido”.

Indi, ove i Franchi son, rivolge il passo, e dice: “Alti signor di chiaro onore, non si spoglie oggi in voi contr'a Clodasso del famoso operar l'invitto amore

che non giacque ancor mai vinto né lasso da sorte avversa o marziale orrore; e vi sovvegna che gli aurati gigli in guardia avete, e i quattro regii figli”.

Vien poscia ove attendea Florio il Toscano, che i più fidi Tirreni avea d'intorno, e dice: “Amici miei, la vostra mano largo oggi appaghi l'ostrogoto scorno,

e gli mostrate ben che del romano sangue scendeste d'ogni gloria adorno, e che di Florio in core ampia si chiude della sua prisca Etruria la virtude;

e che di libertà dolce desio con gli ardenti suoi rai vi scalda il seno: perché spegnendo or noi quel seme rio, con voi ne vengo di speranza pieno

ch'al fiorito terren vostro natio col favor di lassù sciogliamo il freno, e facciam che dal Tebro il nobl Arno non fia dolce fretel chiamato indarno”.

Segue oltra, ove Tristano ordine dona all'armoriche sue famose squadre, e dice: “A tai guerrier non sia persona che giunga spron nell'opere leggiadre,

né rammente il romor ch'al mondo suona de' fatti illustri dell'altero padre: perch'ei medesmo a sé ricorda ognora che sol l'alma gentil la gloria onora”.

Indi scorge Boorte e Maligante, il chiaro Lionello e Pelinoro, questi ch'erano appresso e quelli avante, addrizzando ciascun le genti loro,

e parla: “Or oggi alle vittorie tante largo s'aggiugnerà novello alloro: tal promette di voi la lieta vista, che 'ntrepida speranza a i vostri acquista.

Or col voler di Dio movete innanzi, e noi vi seguirem con fermo passo, sì che d'ardir non mostri che n'avanzi l'effeminato popol di Clodasso;

e vedrà il mondo, s'io non m'inganno, anzi che scenda il sol dell'oceàno in basso, che s'ebbe sopra noi vittoria alcuna fu per torto favor della Fortuna”.

Né d'altra parte il nobil Segurano, che già il tutto sentia, dimora in pace, ma con parlare alteramente umano sveglia il valore ove indormito giace,

e dice: “Ora il Britanno e 'l Gallicano, allo spuntar del dì l'aurata face, oppresso è di timor, però ch'e' suole sempre perder con noi lucendo il sole;

perché in guisa d'augei notturni e vili tralle tenebre sol si fanno arditi, e quai timidi lupi, che gli ovili dall'ombre ricoperti hanno assaliti,

ch'al giorno poscia in valli le più umìli ascosi stan tra gli spinosi liti; o s'ei si mostran pur, qual Lucifuga ad ogni altrui gridar prendon la fuga.

E de' nostri desir fortuna amica oltr'ogni mio sperar, ve li conduce fuor del lor nido, che 'l fossato intrica e gli fa non temer del dì la luce,

a fin che men periglio e men fatica aggia del vostro campo ogni buon duce, e che 'l loro sperar non venga in fallo, contendendone al gir l'argine e 'l vallo.

Moviam dunque, signor, con lieto core il passo, io non vo' dirvi alla battaglia, ma per mieter sicuro e largo onore da chi di cera frale ha piastra e maglia,

e di cui corse invan l'alto romore contr'all'abbietto stuol di Cornovaglia fra gl'incantati scudi e spade e lance di favolose prove e d'altre ciance;

che i fanciulleschi cor temon talora, non quei simili a voi di sommo ardire, che per prova intendeste, e innanzi ch'ora, quanto sia dall'oprar lontano il dire,

e che dall'apparir già dell'aurora, fin che Febo si scorse a notte gire féste de i corpi lor sì fatto strazio ier, che 'l nemico Avarco ne fu sazio”.

Mentre parla così, già sopraggiunto era co' suoi l'ardito Palamede, ch'ha 'l core invitto di desir compunto d'aspra vendetta delle gote prede;

e Brunoro e Clodin vien seco aggiunto, né Dinadano a lor lontan si vede né Rossano il selvaggio o Brunadasso né alcun duce onorato di Clodasso.

E poi ch'han ragionato e fermo insieme, muovon co i lor primi ordini le schiere verso ove Maligante a destra preme e Boorte a sinistra il fianco fere:

con quel romor che 'l mar quando più freme, mandando in fino al ciel le spume altere che dal nebuloso Austro spinte a terra fanno a' liti pietrosi orrida guerra.

Ma il fero Segurano a questo intoppo, lassando indietro i suoi, muove il destriero, ch'oltra stendendo il marzial galoppo molti Britanni già versa al sentiero.

Quel caval resta morto e questo zoppo, ch'agramente oppressato ha il cavaliero, l'altro si scerne andar nel campo errando, ché del miser rettor si trova in bando.

Or aperto apparisce il grande Iberno, or tra i molti guerrier si vede ascoso, qual la luna talor nel freddo verno quando il ciel levemente è nubiloso:

ch'or si mostra, or si copre a danno e scherno del lasso viator, ch'ebbe il riposo più tardo al disegnare e più lontano, e la pigrizia sua condanna in vano.

Tal egli or tra gli estremi, or tra i primieri doppo alquanto guardar surto riesce quai rapaci delfin vaghi e leggieri caccian sott'acqua e sopra il minor pesce.

Ma il saggio Maligante a i suoi guerrieri le minaccie e i conforti andando mesce: “Ricordatevi pur che 'l fuggir nostro ier di noi insanguinò dell'Euro il chiostro;

ma se vorrete ancor, come altre volte, oggi, fermando il piede, oprar la mano, vedrete di timor le menti avvolte al rio popol d'Avarco e Segurano;

e le lor glorie vane in danno volte e ricercar le mura a mano a mano: e se in noi fien d'onor le voglie accese poco spazio del dì saran difese.

Or seguitemi dunque, e non v'inganni lo sperar di fuggir, ch'oggi è fallace, ma ben di ricovrar gli avuti danni e riportar da i buon lode verace:

non siam cervi però di giovin anni, e non è Seguran tigra rapace. Noi siamo uomini pure, ed egli è uomo, dall'arme e dal sudor tal volta domo”.

Con tai detti il buon duce innanzi sprona in drappel de' miglior ristretto in uno, e vien dove il gridar più in alto suona dell'urtare e ferir del crudo Bruno;

all'apparir del quale ogni persona ben che vil si fa audace, onde ciascuno seguendo Maligante addrizza il corso inverso Seguran quai cani all'orso:

che de i buon cacciator mossi a i conforti, posto in bando il timor, gli vanno intorno, e cercando cammini ascosi e storti cingon latrando il chiuso suo soggiorno;

ma poi che molti n'ha impiagati e morti rifuggon gli altri con dannoso scorno, e tal di lui gli assal nuova temenza ch'all'altrui più invitar non dan credenza.

Simil fanno i guerrier di quel di Gorre che rivolser la fronte a Segurano, che da poi che più d'un per terra porre videro, e 'l lor poter contr'esso vano,

alcun non è che più si voglia opporre con sì gran rischio alla feroce mano: e come l'arme lor fosser di vetro spaventati di lui fuggono indietro.

Et egli in voce allora alta e superba diceva: “Or dove son quei cavalieri ch'al tenebroso ciel di così acerba voglia si dimostraro e così feri

in riversar vilmente sopra l'erba il sangue addormentato de i guerrieri? Or contro a gli svegliati e al chiaro sole temon, non che l'oprar, l'altrui parole”.

E con questo parlare uccide Alfeo, che volea per fuggir volger le spalle; ma troppo tardi per suo scampo il feo, che soverchio ha con lui ristretto il calle:

tal ch'ove è la memoria il colpo reo disceso, il pose all'arenosa valle, e l'esser nato in Vetta non gli valse, né il sì largo imperar quell'onde salse.

Indi uccise Girfolco a lui vicino e nel loco medesmo con lui nato, ma di sangue minor, che 'l padre Antino fu in Vetta rapacissimo pirato:

e i furati tesor d'altrui confino non poter del figliuol cangiare il fato. Ché tra 'l primo del collo e 'l second'osso fu dal brando crudel di capo scosso.

Truova oltra andando Astaraco ed Echio che del re Maligante eran parenti, figliuoi d'Ivante, e l'uno e l'altro gìo di quei compagno che la morte ha spenti:

perch'al primier la testa dipartìo infin nel cerchio che contiene i denti; passa all'altro la milza d'una punta, ove al dorso allegata è più congiunta.

Il buon duce di Gorre, che ciò vede, e che 'l suo confortar niente vale, a vergogna si tien volgere il piede e lo innanzi seguir sente mortale;

manda a Boorte, e con prestezza chiede saldo rimedio al disperato male. Corre Abondano, e 'l truova al destro lato tra i nemici guerrier forte intricato;

che co' levi cavai di Palamoro, che temea di Boorte, era venuto con più gravi corsieri il re Brunoro, il qual fu per allor soverchio aiuto:

però che in sì grand'urto entra fra loro che 'l numero miglior resta abbattuto, e chi dimorò in piè l'istesso pave, fuor solamente il buon guerrier di Gave;

il qual l'altrui spavento risostiene, e che non fugga alcun minaccia e prega. Indi contr'a Brunoro ardito viene ove i compagni suoi più batte e piega.

Il leon truova ch'al suo scudo tiene, che in argentata sede ardito spiega la divorante bocca e 'l crudo artiglio, vestito di color fosco e vermiglio;

e di lui fa cader la maggior parte, e gli fa grave duol nel destro braccio, ché 'l ferro che 'l copria tutto diparte come se fosse stato vetro o ghiaccio:

tal che di breve sangue stille ha sparte, che al peso sostener dan tanto impaccio, oltra la gente ch'ivi arriva stretta, che gli chiude il cammin della vendetta.

Pur non resta però, che con la spada, che già in alto tenea no 'l fera in fronte; ma con poco vigor convien che vada, ché male accompagnò le voglie pronte:

e 'l destrier paventando cangia strada né vuol più col nemico esser a fronte, e di fuggir fra' suoi dietro lo sforza, ch'a chi governa il fren manca la forza.

Così fu trasportato il gran Germano fuor, con suo grave duol della battaglia; e 'l gran Boorte con l'invitta mano vie più d'una lorica rompe e smaglia.

In questa a gran furor giunge Abondano e 'l prega umilemente che gli caglia d'aiutar Maligante al manco corno, a cui fa Seguran dannaggio e scorno,

et ei mosso a pietà, vedendo ancora lassare a' suoi guerrier securo stato, Nestor di Gave appella ch'a d'ognora col suo cugin Baven si trova a lato

e dice ad ambedue: “Bene in brev'ora da Maligante a voi sarò tornato. Prendete in questo mezzo cura tale che non venga tra voi piaga mortale”.

Poi, quanto può spronando, in fuga truova senza fren ritener quasi ogni gente, che 'l dir di Maligante a nessun giova, che 'l fero Seguran presso si sente:

al qual corre Boorte, e mette in pruova, com'altra volta, il braccio suo possente; ma vien la spada alla sinistra spalla, ch'alla fronte addrizzato il colpo falla.

Pur fu cotal che se men duro alquanto il suo fosco dragon lo scudo avea, fora di Seguran quel giorno il vanto forse in pregio minor che non solea.

salvollo adunque, ma squarciosse quanto ne prese il brando, onde sua sorte rea biasmando disse: “O re famoso Iberno, troppo avete in favore il Regno eterno;

e lui più solo e 'l troppo duro scudo devete ringraziar, non l'opra vostra, che son cagion ch'io m'affatico e sudo indarno, e nulla val la forza nostra”.

Ma l'aspro Segurano irato e crudo risponde: “Se fia ver che la man mostra, e non la lingua, il gran valore altrui, tosto il farò veder, Boorte, a vui”.

E 'n tai parole con più forza il fere che facesse pastor già mai mastino che 'l vaso pien di latte feo cadere quando mungea le gregge nel mattino:

ma nello scudo sol venne a cadere, che della testa allor cuopre il confino, e non men di dolerse ebber cagione i candidi ermellini che 'l dragone.

Era aspra la quistion, se in quell'or anco, come fra lor più volte era avvenuto, non la sturbava d'uno e d'altro fianco il popol già vicin sopravenuto.

Spartonsi dunque, e dove rotto o stanco più vede il corno suo, lì porge aiuto ciascun de i cavalier, nel core acceso, che gli par dal nemico esser offeso.

Truova Boorte il caro Maligante in micidial battaglia con Rossano, l'uno e l'altro di lor guerriero errante, d'ardir, di forza e di valor sovrano.

L'uno e l'altro di lor d'aspro e pesante colpo ha impiagata la sinistra mano, ch'ambo han rotti gli scudi e stesi a terra, ma con le destre sol fanno aspra guerra.

Ebbe di ciò veder soverchia doglia, né sa ben che si fare in tale stato. Di vendicar l'amico avria gran voglia, poi gli par di guerrier grave peccato

se d'un ferito e sol cercasse spoglia di due spade concordi accompagnato; onde grida lontan sì che quel solo fuggendo ritrovò l'amico stuolo.

Guarda Boorte allora, e lasso vede punto d'alto dolore il re di Gorre, e che 'l sangue stillando infino al piede dall'impiagata man sì largo corre

che 'l mancante vogor fugace cede: tal che convenne al fin dietro a lui porre Megete il suo scudier, che 'l sostenesse in fin che 'l padiglion trovato avesse;

e fu ben perigliosa, che venìa la piaga ove la man la palma stende tra 'l terzo osso e 'l secondo che s'invia ove il dito più grosso il valor prende,

e che spesso al perire apre la via, contraendosi i nervi ch'ivi offende; ma il subito rimedio e la pia sorte e l'arte di Serbino il tolse a morte.

Or Rossano il Selvaggio, che riposto tra' suoi nel loco istesso era ferito, grida altamente ch'a Boorte opposto sia qualche buon guerrier non meno ardito:

se non che Palamor si vedrà tosto con gli Aquitani suoi sgombrare il lito. Come ciò sente il forte Palamede saglie a caval, ché si trovava a piede,

e lassa il valoroso Bustarino ch'ivi in vece di lui meni le schiere e segua Seguran, ch'era vicino tra' suoi tornato, e già sospinge e fere

contra il prode Tristan ch'al suo cammino quanto può dritto andar si può vedere. Or giunto il re dell'Ebridi, Boorte truova che spinge gli Aquitani a morte;

ma perché ha in man la lancia, e 'l pungev'onta sopra tal cavaliero usar vantaggio, del popolo infelice abbatte e smonta quanti altri incontra col nodoso faggio.

sopra il nono è fiaccato, e si raffronta allor col brando al nobile paraggio, e chiamamdo altamente il re di Gave il vede a lui venir, ché nulla pave;

e chi sia gliel discuopre il nero e bianco scudo ch'ei porta, e le gemelle spade che sol d'ogni guerrier si cinge al fianco mostrando ch'a più d'un guerra gli aggrade

e vergogna gli fora il venir manco a qual coppia miglior che 'ncontra vade. Fassi lieto Boorte, e 'n cor si gode di provar cavalier di tanta lode.

Quanto può questo e quel contra sì sprona quasi un veloce stral che l'altro assaglia: né 'l caldo Mongibel sì forte tuona come il percuoter loro alla battaglia.

Sotto, sopra, da i lati e 'ntorno suona ogni scudo in un tempo et ogni maglia, e chi i colpi ch'ei fan contar volesse potrebbe anco contar le stelle istesse.

Perch'assai meno spessa dal ciel cade neve al gelato dì, grandin l'estate, che si scernon di lor le gravi spade or in basso cadute, or rilevate:

e nessuna ivi appar che 'ndarno vade, tante arme intorno già sono squarciate. E perché l'uno e l'altro cavaliero fu più d'altro ancor mai snello e leggiero,

pare ogni brando lor la lingua acuta di serpe annosa che sen forba al sole, che 'n tal prestezza la rivolge e muta che sembrar triforcata al guardo suole.

Tal s'ingannò di molti la veduta all'assalto mortal, che creder vuole, scernendole alte e basse all'istess'ora, che tre spade ciascuno oprasse allora.

Ma come a Segurano, a Palamede pur il medesmo, e per la calca, avvenne, ch'alla lite ciascun forzato cede al gran seguace stuol che sovra venne.

E così questo e quel rivolge il piede sopra il misero vulgo, e cammin tenne sì diverso in tra sé, che non poteo il desir disfogar che 'n core aveo.

Intanto Maligante, a cui la mano, raffreddata la piaga, il duolo accresce, fu dal pio Arturo scorto di lontano, e per lui ritrovar della schiera esce.

E 'nteso il caso, al dotto Pellicano et a Serbin promesse e preghi mesce, raccomandando molto alla lor arte perché in esso è di lui la miglior parte.

Poi pensando in suo cor che 'l destro corno de' suoi levi cavai sia senza duce perché Boorte far devea ritorno ove il periglio manco il riconduce,

gire al soccorso lor con quelli intorno ch'a regi e cavalier l'animo induce, e col romor che fa l'arme di Giove in ver la dritta parte il corso muove,

e col furor medesimo percuote nel loco ove lontano è Palamede. A ciascun di timor l'alma si scuote quando in un punto istesso e sente e vede

l'invitta schiera, e s'empie il ciel di note d'aspro dolor di quei cui primi fiede di mille gravi lance il duro intoppo, ch'al più profondo scoglio saria troppo.

Il Britannico re, che innanzi arriva, Ascalaso Aquitano incontra il primo e dall'alto caval di quella riva trapassato nel core il pose all'imo.

Col colpo istesso della vita priva, che dietro a lui venìa, l'ispano Edimo; doppo lui 'l terzo e 'l quarto non ferito, ma sotto i lor cavai prostese al lito,

che l'uno Edippo fu, l'altro Calisto, ambedue nati già sopra la Sorga, pria che 'l suo corso al Rodano commisto il ventoso Avignon vicino scorga.

Indi col brando in man doglioso e tristo fa qualunque guerrier suo destin porga di spronar contr'a lui, che dove stampa il dispietato ferro un sol non scampa.

Uccise ancora il misero Foreno, che nacque all'Allobrogica Lisera, e gli mandò la testa su 'l terreno come grandine i fior di primavera.

Dopp'esso Cresio, del medesmo seno, ma in basso alquanto, ove più torre altera, che le tempie ambedue traverse passa; e Palarcon con lui morto anco lassa.

Poscia il compagno suo segue, Balerto, che 'n dietro quanto può ratto fuggìa, il qual, per gli altrui danni del suo certo, mal ritruova al suo scampo aperta via:

che 'l valoroso Arturo dove inserto par che 'l collo co i nervi al capo stia con un riverso in tal maniera il coglie, che tosto quel da questi si discioglie.

Truova Promaco appresso, che signore fu grande all'Aquitanica Roccella, ch'avanzò di ricchezza e di splendore quanti allor Visigoti erano in ella,

e 'ntorno avea di sangue e di valore schiera di cavalier fiorita e bella che viene a ricercar col cor sicuro ove tanti uccidea l'invitto Arturo;

e perché innanzi a gli altri alquanto sprona, lui rincontra il Britanno tutto solo, cui sì gran colpo sopra l'elmo dona che 'l fa cader senza sentirne duolo.

degli altri, ch'eran seco, l'abbandona tutto in un punto il fuggitivo stuolo, e l'orme ivi ciascun più ascose segna, temendo che 'l medesmo a lui n'avvegna.

Qual la misera cerva che si vede presso al fero leone il picciol figlio, che si strugge di duol, ma non provvede, che gliel vieta il timor del crudo artiglio,

e mentre in dubbio tien la mente e 'l piede il crudo predator fatto vermiglio scerne del sangue pio, perch'ella al fine s'appiatta e fugge alle più ascose spine;

tale avvien di costor, ma d'essi parte non pòn di lui schivar l'invitta spada. Questo ucciso rovina, e quello sparte vede le membra sue sopra la strada:

non val contro al gran re l'ingegno o l'arte né il sentier ritrovar che cieco vada, che 'l feroce corsier sì ratto vola che la speranza e 'l tempo a tutti invola.

Ma non molto indugiò, che 'l gran romore l'orecchie a Palamede ripercuote: che poi che di Boorte ave il furore quetato in parte, gìo per vie remote

come il portò il bisogno e l'aspro core ove altro duce contrastar non puote; e lì facea con nuova meraviglia d'infiniti guerrier l'erba vermiglia.

Or cangiando sentier tosto s'invia ove sente il romor del gran Britanno, ed a quanti altri sien ch'ei truove in via dona perpetua notte o lungo affanno;

tra' quai Finasso il Bianco, che venìa facendo a' suoi nemici estremo danno: e gli dà colpo tal sopra la testa che senza senso aver qual morto resta,

ma, da' suoi ricevuto, si sostiene sopra la sella pur tanto, che uscito fuor della stretta calca in luogo viene ove letto sicuro ha il basso lito.

Truova Agraven, che vendicar le pene dell'amico fedel cerca ferito, ma non può a sì gran forza contraddire ch'al destinato fin gli tocca il gire.

Poi di Landone il destro e d'Uriano, e del Brun senza gioia e di Malchino l'intoppo incontra, che porgean la mano per romper l'onorato suo cammino,

pensando in lor che poi sarebbe vano l'aiutar il gran re da tal vicino, e tanto più se in aspettato vegna mentre altrove occupato il brando tegna.

Ma il fero re dell'Ebridi, qual suole tigre che molti dì fame sostenne, che doppo un lungo andare all'ombra e al sole bramato armento ritrovar s'avvenne,

che morso o piaga non l'affligge o duole di cane o di pastor ch'ivi convenne, e mal grado di quei sbrama la voglia sopra il toro primier ch'al pasco accoglia;

tal ei, senza curar dell'altrui brando, con la fronte abbassata cerca Arturo: il qual d'ogni timor viveva in bando, che gli parea da' fianchi esser sicuro,

allor ch'ei sente pure alto chiamando: “Eccovi, o sacro re quel giorno oscuro che in man di Palamede vi ripone, con gran lode di lui, morto o prigione”.

Rivolgesi il gran re, che questo ascolta e gli è noto di lui l'alto valore, lassando di seguir la schiera folta, ma intrepida la mano e fermo il core;

e gli dice: “Speranza frale e stolta avrà ciascun che risvegliar timore in questa alma vorrà, che sola cede a chi ritiene in ciel l'eterna sede”.

E per mostrargli ben che poco il cura fu il primiero, e 'l ferì sopra la testa: ma così ferma in essa è l'arme e dura che in aria il colpo e senza danno resta:

ed ei, ch'era possente oltra misura e se mai in altra guarra or brama in questa spiegar quanta ha virtù, di pietà nudo scarca il brando mortal sopra lo scudo;

e dalle aurate tredici corone ond'egli è tutto intorno inghirlandato quattro, che 'n cima son, rotte ne pone lontan dall'altre all'arenoso prato.

Ma in mille parti adoppia la quistione, che 'l desir va crescendo in ogni lato di provveder per lui ratto soccorso, ond'ogni buon guerriero ivi era accorso.

Tra' primi fa al venir Florio il Toscano; seco avea Gargantino e Talamoro, il cavalier Norgallo et Abondano con Meliasso il bello e 'l buon Mandoro,

il famoso Bralleno et Amillano, Alibel, quel di Logre et Arganoro: ma il pio re Caradosso innanzi viene, che la candida insegna in alto tiene,

e con forza cotal ciascuno spinge il feroce corsier, che Palamede non può più innanzi andar, ma si ristringe co' suoi, che accinti al gran bisogno vede,

ch'ogni buon cavalier già si dipinge la palma in cor di mille ornate prede, da poi che scorgon sol l'alto Britanno da' suoi duci miglior che lunge stanno.

Ivi è già il Fortunato e Bronadasso, Safaro, Dinadano e Bustarino, il possente Argillone e Matanasso, che fu già di Durenza aspro vicino.

Or poi ch'ha con costor raggiunto il passo il fero re dell'Ebridi, il cammino riprende contra Arturo e 'l nuovo corno che gli ha fatta muraglia e vallo intorno;

di toro in guisa che nel pasco erboso d'amor sospinto col rivale è in guerra, che 'ndietro torna a render più spazioso campo allo scontro, e 'l corso poi disserra

sì ratto e fermo, che vittorioso sé vede, e l'avversario essere a terra, che giovinetto ancora o manco saggio non prese al suo ferir pari il vantaggio.

Urta il forte drappel con tanta forza che 'l poteo sostener quell'altro a pena. Pur la chiara virtù, che 'l corpo sforza, prestò in quel punto lor vigore e lena;

ma il caval di Brallen, la pioggia e l'orza alternando più volte, in su l'arena cadde su 'l ventre al fine, e 'l suo signore tosto del fascio rio si mise fuore.

Fé il medesmo Abondan, che 'l suo destriero all'apparir di quei si leva in alto per oprar morso e piè, tal che leggiero fu a Dinadan di porlo su lo smalto.

drizzosse anch'ei, ma più sicuro e fero che libico leone in quell'assalto fu il re, poi ch'al ferir di Palamede con disvantaggio tal cinto si vede.

Ma potea mal durar, ché stretti insieme son lassando tutti altri a lui d'intorno, ripensando fra lor che 'l frutto e 'l seme di tutto il guerreggiare avea quel giorno

chi d'un tal re, cui tutto il mondo teme, andar potea della vittoria adorno; e Safar, Bustarino e 'l Fortunato l'han col lor Palamede circondato.

Florio e Bralleno e 'l cavalier Norgallo stan, quai ferme colonne, alla difesa: quello sprona al traverso il suo cavallo, ove più pensa a quei far grave offesa,

quest'altro al dritto, e nessun fere in fallo, che quanto venga d'alto e quanto pesa la spada di ciascun posson sentire, ma disposto hanno in cor tutto soffrire.

Non altrimenti fan ch'affamato orso che 'l soave tesor dell'api trove, ch'indi a farlo ritrar non val soccorso di robusto villan che l'asta muove

né dell'ago di lor l'aguto morso, né di crudo mastin ferite nuove: ma schernendo ogni offesa, e d'ogni parte, mentre che dura il mèle indi non parte.

Simil fan questi quattro, ch'all'estremo quasi han condotto il misero Britanno, ch'era di spirto omai sì frale e scemo, che poco era lontan l'ultimo affanno.

Ma il famoso Boorte a vela e remo, ch'avea sentito il gran pubblico danno, all'ultimo bisogno apparito era, quando il giorno miglior giungeva a sera.

Quale al miser nocchier, ch'a notte oscura, poi che rotte ha dal mar sarte e governo e l'antenna spezzata o mal sicura sopr' arbor frale al tempestoso verno,

ch'ovunque ei guarda omai, di morte dura vede l'imago e del tartareo inferno, ch'ogni dolce in un punto gli riduce il pio splendor di Castore e Polluce;

tal fu al misero Arturo, che si scorge fra tanti e tai guerrier con poca spene, com'ei sente il romor che in alto sorge del pio Boorte ch'al soccorso viene.

Ogni perduta forza in lui risorge, e s'apparecchia a dar dovute pene a chi 'l tratta sì male, e 'n questa sente già Boorte arrivar tra quella gente;

che, quai levi cervier ch'aggian trovato da boschereccio arcier ferita dama, che l'han raggiunta, e l'uno all'altro lato il passato digiun sovr'essa sbrama,

ch'ivi il fero leon sovra arrivato veggion vicin, come la voglia il chiama, ch'a lui lassan la preda, e si rimbosca ciascuno ov'è la via più ascosa e fosca;

così fer questi: e trova Bustarino e 'n fronte il fere tal, che non più vale a sostenerse in piè, che su 'l cammino andò volando a troncon rotto eguale.

Safaro e 'l Fortunato a lui vicino col medesmo furore appresso assale: non abbatte già quei, ma concia in modo ch'al famoso suo re squarciato ha il nodo.

E 'l truova che la spada gli è caduta, ma sospesa la tien la sua catena: nel destro braccio avea breve feruta tra 'l gomito e la man presso alla vena

che dal capo s'appella, al quale aiuta, e può nuocere ancor soverchio piena. L'elmo avea bene intero, ma la testa intonata de' colpi e debil resta.

Ponselo al tergo, e 'ncontra s'apparecchia al fero Palamede che l'attende; e gli dà un colpo alla sinistra orecchia sì che lunga stagion l'udire offende:

e rinovar con lui la lite vecchia il pensier giovinil dolcezza prende, ma ben poco durò, che al proprio punto nuovo d'altri guerrier drappello è giunto,

che di molosso in guisa, che sentito di cani e cacciatori aggia al romore che scoperto è il cinghiale in qualche lito onde mal grado suo si trove fuore,

che per sentier più breve e manco trito, non curando di spine aspro rigore che gli offenda l'orecchie, gli occhi e 'l dorso, ove 'l pensa trovare addrizza il corso,

subito appar l'altero Segurano, che lassando ogni impresa ivi s'avventa a fin che di Britannia il re sovrano senza lui morte o carcere non senta:

invido fatto in sé che alcuna mano se non la sua di farlo s'argomenta; e giunse in tempo che lo avea Boorte tratto già di periglio e d'aspra sorte,

che mentre in guerra sta con Palamede, il cavalier Norgallo e Florio insieme han posto Arturo in più secura sede fuor della schiera avversa che gli preme,

e verso il padiglion volgono il piede: che già il misero re sospira e geme del dolor della piaga ch'ave al braccio e ch'a difesa far gli dona impaccio.

Ma l'Iberno crudel come saetta senza sospetto lor già sovra giunge. Molti bassi guerrieri a terra getta, e 'l cavalier Norgallo al fianco punge:

ma non fu il colpo suo senza vendetta; perché Florio al soccorso si congiunge del dolce amico, e 'l capo a lui percote sì che tremar gli ha fatte ambe le gote.

Ma di questo né d'altro non gli cale, ché tien solo al gran re l'animo inteso, e col valor ch'avea quasi immortale il possente suo brando ha in lui disteso:

e bene era al cader più che mortale, ma dal chiaro Toscan sì ben difeso fu col suo scudo del purpureo giglio che scampare il poteo d'ogni periglio.

Venne intanto Alibello ed Arganoro, Amillano e Taulasso al maggior' uopo, e fan nuova muraglia al re di loro: chi davanti, chi a i fianchi e chi gli è dopo;

e 'l fero Iberno entrato fra costoro d'ira avea gli occhi in guisa di piropo, e batte questo e quel, ma indarno adopra, che pur troppo era solo a sì grand'opra.

Ma la fortuna avversa del Britanno conduce a Seguran novella aita, che 'nsieme congiurata al nuovo danno gli vien de' suoi miglior gente gradita:

con Arvino il fellon congiunti vanno Grifon, Brumen, Farano, il forte Archita, il Ner Perduto, il perfido Agrogero, Ferrandone, Esclaborre e Sinondero;

e qual grandine folta, ch'al pastore che 'ncontro a levi piogge avea di fronde fatto un debile albergo, che in poch'ore tutto il sostegno van batte e confonde;

tale aggiunti costoro al gran furore ch'estremo in Segurano il cielo infonde quanto riparo avea nell'aspra guerra Arturo intorno a sé, pongono a terra.

Il cavalier Norgallo e Florio in piede di quanti altri vi son restano a pena: gli altri han del suo destrier cangiata sede e sotto il peso lor calcan l'arena.

Il buon re quasi alla sua sorte cede, e di vivo restar si muor di pena: che 'l fero Seguran già ardito piglia del suo regio corsier l'aurata briglia.

Ma il famoso Tristan, che in altra parte ha del suo re maggior la piaga intesa, qual leve stral da cocca si diparte o saetta dal ciel per l'aria accesa,

con più furor che 'l bellicoso Marte non feo mai de' giganti all'alta impresa; e giunge appunto in quel che Segurano all'onorato fren ponea la mano.

Nè batté mai sì forte in Mongibello Ciclopo incude, quando irato è Giove che Tristan fé in quel punto sopra quello che vuole il suo signor menare altrove.

Colselo nel cimiero, e cader fello come piuma sottil, che l'aura muove; e gl'intuona il cervel sì che la testa quasi sopra l'arcion dormendo resta.

Vassene oltra spronando, e trova Archita che vien del suo signore alla vendetta, e senza fronte avere e senza vita in due tronchi diviso a terra il getta.

Esclaborre e Grifon, che in nuova aita tengono ad ambe man la spada stretta, quel nella spalla destra e questo al fianco percoteva aspramente il lato manco.

Non cadder già, ma d'ogni forza privi e senza più impedirlo dimoraro. Il cavalier Norgallo e Florio, ch'ivi scorgono a i lor disegni alto riparo,

il grande Arturo, che sanguigni rivi versa dal braccio con dolore amaro, riconducon securo al padiglione, ove angoscioso al letto si ripone.

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CANTO XVI · Luigi Alamanni · Poetry Cove