Come i suoi biondi crin la bianca aurora sovra il Gange spiegando annunzia il giorno, il pio rettor dell'Orcadi vien fuora dell'albergo vicin con l'arme intorno
e cinto di pensieri ove dimora del re Britanno il padiglione adorno. Entrò soletto, e già il ritruova in piede; ch'al bisogno comune ivi provvede.
Né giunto apena fu, ch'ogni altro duce ogni altro cavalier di grande onore ch'era del suo splendor la maggior luce venne con riverenza e sommo amore
per saper in qual parte si conduce l'alto voler del sommo imperadore: i quai posti a seder, gli prega Arturo che 'l debban consigliar del dì futuro.
Il re Lago il primier, come degno era, già levatosi in piè così dicea: “Ier poteste veder la lunga e fera guerra, per ambedue tanto aspra e rea
che non si porria dir qual parte altera render grazie ne possa a quella dea che con l'ali cangianti in alto giace e vola or quinci or quindi ove la piace.
Perch'io la vidi almen mille fiate or tra i nostri allegrarsi or tra i nemici, or tutti coronar di palme aurate or ripor tra i più miseri e 'nfelici:
tanto che sono al fin sì bene ornate del sangue di ciascun queste pendici, che possiam dire egual la nostra gloria e di duol pareggiata la memoria.
Perch'io direi che la pietà ch'avere di chi muor con onor fra noi si deve ne sforzi a ricercar via di potere covrir quei che perir di tumol leve;
e 'nsieme ristorar le vive schiere d'alcun dolce riposo, ancor che breve: e chi percosso sia, ch'alquanto possa con più pace curar l'impiagat'ossa.
Né può biasmo sentir d'anima vile il cercar da' nemici alcuna tregua, ma di spirto pietoso e signorile il bramar che 'l suo dritto a i morti segua,
io qual chi sprezza, allo spietato stile delle tre fere selvatiche s'adegua: e chi per tal richiesta sprezzi noi guarde pur sé medesmo e guarde i suoi;
si dirà ben che chi sì ardito il core in guerra e così pronta aggia la mano non possa esser compreso da timore ritrovandosi in pace e di lontano.
Ma sia che può, che 'l candido valore non dee biasmo curar che venga vano: bastigli che 'l pensier lodato e pio egli stesso conosca, e 'l veggia Dio.
E se per poca gloria e così frale si lasseranno i nostri a i corvi preda non avem da temer che la mortale crudeltà nostra in noi medesmi rieda?
La vendetta del ciel tarpate l'ale non ha più che si soglia, a quel ch'io creda; e 'nchinarse a i nemici in sì degn'opra è via più bello onor che star di sopra”.
Come ha 'l buon re finito, ogni altro insieme del consiglio real l'istesso afferma. Ma la cura medesma il petto preme in Avarco la gente afflitta e 'nferma,
ch'ivi turba infinita intorno geme di giovinette donne e d'età ferma che chi 'l padre, chi 'l figlio ave smarrito, chi 'l fratel cerca indarno e chi 'l marito:
tal che mosso a pietade il re Clodasso adunato ogni duce e cavaliero dicea: “Da poi ch'a sì dubbioso passo n'ha condotti, signori, il destin fero,
pria che 'l nostro cader vada più basso e mentre ancora in noi l'arbitrio intero riman di poter dare all'aspro assedio con men dannoso fin pace e rimedio;
parmi che noi deviam volger la mente a metterne in cammin ch'e' sia più piano, in cui non pèra tal la miglior gente né sia sempre in periglio Segurano:
del qual se privi semo amaramente preda vegnam degli inimici in mano; quantunque somma ho speranza e fede nel supremo valor di Palamede
e d'altri molti poi, che foran degni per le rare virtù di sommo impero e di salvar, non ch'un, mille altri regni con l'alma invitta e col giudizio intero.
Ma quello e 'l mio Clodin sì chiari pegni son degli anni miei stanchi, ch'io non spero ch'altri potesse mai servarme in vita se mi togliesse il ciel la loro aita.
Or adunque si cerchi, amici e figli, il sentier più onorato e 'l più sicuro, che non veggiamo, ohimé, sempre vermigli dell'Euro i liti e 'l suo cammino impuro,
e ch'io non viva ognor con tai perigli fra la notte angosciosa e 'l giorno oscuro; ma senz'altro timor di nuovi affanni possa al rogo portar questi ultimi anni”.
Posto fine al suo dire, il re Vagorre, che di grado e d'età quelli altri avanza, comincia il primo: “Perché in Giove porre deve il più saggio cor la sua speranza,
per la fede ch'ho in lui ciò che m'occorre dirò con sicurissima baldanza, senza riguardo aver di chi poi forse dica che 'l mio parlare il punse e morse.
Parmi, osacrato re, che si devria, senza indugio interpor, proprio in quest'ora mandare al re Britanno, e dir che pria che si mostri al balcon la nona aurora
gli porrete il paese in sua balìa di là dal varco dove larga irrora i lieti campi l'onorata Cera, in fin dove il suo corso arriva all'Era,
perch'ei possa di quel, che pure è molto, largamente rifar Benicco e Gave, e con suo largo onor trovarse sciolto di sì dannosa guerra e di sì grave:
perché d'ogni trofeo di palme avvolto la profittevol pace è più soave, e tanto più che spesso è 'l più lontano chi la vittoria aver si pensa in mano.
E di tutto poi quel che ritenete che primiero a gli scettri soggiacea de' Britanni e de i Franchi, promettete che sarà sotto a lor qual ei solea,
e 'l suo dritto a ciascun ne renderete come il re Ban, come Boorte fea; né ve 'l tenete a vil, che 'l vero saggio per ragion mantener fugge il vantaggio.
Né vi do per timor l'util consiglio, che la soverchia età naviga in porto, ma per levarn'omai l'aspro periglio ch'io veggio sopra noi cadere scorto.
Or non pensate voi che 'l sacro ciglio del gran Giove lassù conosca il torto ch'a voi stesso, ed a lui di ciò seguìo, dispogliando del suo quel seme pio?
Né vi sovviene ancor che lunge poco d'esto seggio reale e di quest'ora voi prometteste in sì famoso loco a quel Padre maggior che più s'adora,
chiamando testimon del sole il foco e l'ombra eterna che là giù dimora che s'ei vincea Gaven, queto e sicuro lassareste il paese in man d'Arturo;
e che poi fu sturbata la battaglia e ferito Gaven con vostra fede? Com'or pensate voi che piastra o maglia regga contra ragion che in essa fiede
o di guerrier fallace il brando vaglia che di tanta perfidia è fatto erede? E la colpa è di voi s'ei fu ferito, poi che l'ingiusto oprar non è punito.
E si chiedesse ancor consiglierei tregua per qualche dì perché si possa de i morti in guerra a gli infernali dei col foco consacrar le misere ossa,
che d'un secol integro i giorni rei pria che varcar la sventurata fossa non trapassin vagando, e noi restati appellin con ragion crudeli e 'ngrati”.
Qui si tacque Vagorre e 'l fer Clodino, che d'impedirlo avanti avea talento, se non che Seguran, ch'era vicino, di lassarlo finire il féo contento,
risponde: “Or prima avvegna che 'l destino mi torni in giro come polve al vento in tra l'Alpi nevose, al tempo crudo, d'ogni amico e di ben povero e nudo,
ch'io consenta già mai ch'un re famoso qual or Clodasso, il vecchio mio parente, il cui giovine oprar sì glorioso già dall'indico Gange all'occidente
empié d'alto romor, da gli anni roso si veggia or tributario a quella gente della qual mille nomi e mille spoglie cingan de i tempii suoi l'aurate soglie.
Or se qui Lionel fosse e Boorte e Lancilotto ancor, l'animo fero, qual ne porrian bramar più dura sorte o de i disegni lor termin più altero?
Che non cercan di noi l'acerba morte, la qual tardi o per tempo usa il suo impero, ma di condurne all'ultimo disnore, ch'è 'l verace morir d'un nobil core.
S'e' volesse pigliar per grazia e dono, come avete parlato, alcuna terra stata de i primi lor, contento sono, non per tema di quei né d'altra guerra,
ma per non infiammar nell'alto trono l'ira di chi le nubi apre e riserra, poi che senza mia colpa un altro impuro ha fatto il nostro esercito spergiuro”.
Allor ch'ebbe fornito, Gonebaldo, che de i feri Borgondi il fren reggea, del miser sangue ancor bagnato e caldo de i tre propri fratei che morti avea,
con furiosa voce altero e baldo in favor di Clodin così dicea: “Scurisi il sol per me prima ch'io taccia ove a i nostri nemici si soggiaccia.
Non fia detto già mai che dove io sia si faccia a Clodoveo sì largo onore che alcun breve tributo si gli dia come a vero d'altrui sovran signore:
Perché non mi condusse a questa via timor d'Arturo o d'altro duce amore, ma l'odio solo, onde non son mai stanco, che mi divora il cor nel seme Franco.
Non è questo terren sotto il governo del britannico re, com'altri crede, ma del rio Clodoveo, nemico eterno della nostra real borgonda sede,
che per sommo di lei dannaggio e scherno, e farsi d'essa violento erede, sposò Clotilda qual leale amico, del mio german figliuola Chilperico,
ch'io già con gli altri due del mondo tolsi, l'infedele Odesillo e Gundemaro, che più tosto di lor la morte volsi che de' figli e di noi l'esilio amaro:
e doppo lor tutto il veleno accolsi in costui sol d'ogni mia doglia avaro e ch'or per espugnar le vostre mura con quanti ave de' suoi sempre procura;
come si vede ben, se tra i nemici di lui quattro figliuoi cingon la spada: non per vera pietà ch'ha degli amici, ma per voi dispogliar cercando strada.
E come alle native sue pendici ritorni Arturo, allor come gli aggrada farà dell'altro poi, che frali e lassi sarete, e d'ogni forza ignudi e cassi.
E quantunque non sembri, molto apporta solo il semplice nome di sovrano, che poi mille cagion si fanno scorta al tutto trarre alla rapace mano.
D'Arturo in tanto poi scemata o morta la forza fia, ch'aspetterete in vano; ed ei, sempre crescendo, a poco a poco sopra voi, sopra me stenderà il foco.
Ma se pur vi parrà che 'l tempo sforze, e de i vostri il mancare e del ciel tema, di sgombrar quindi le nemiche forze onde 'l popol vicin paventa e trema,
sol del vostro terren l'ultime scorze si dénno offrir della provincia estrema, come or disse Clodino e pria Vagorre, ma quel titol sovran per sé riporre:
perché negando in ver di fare offerta a i nemici talor di cosa leve, parrìa forse ingiustizia troppo aperta e ne cadrebbe in noi la colpa greve;
e la gente ch'ognor di vita incerta ha per esca la polve e 'l sudor beve avrìa credenza alfin ch'alcun di voi si prendesse a diletto i danni suoi.
E se ciò refutar, sì com'io spero, dalla suparba gente oggi vedrasse, fia pur noto a ciascun che 'l nostro impero del dever dritto il termine non passe;
e dal Motor lassù che scerne il vero perch'innalzi i migliori e i pravi abbasse potrem con più ragion chiedere aita per questa afflitta patria sbigottita.
La tregua ricercar per alcun giorno non meno util sarà che grata e pia, e più tosto vergogna e crudo scorno a chi pur la negasse apporterìa”.
Or quanti regi e duci erano intorno di così altera e nobil compagnia approvar de i consigli il proprio effetto che Clodino e 'l Borgondo avevan detto.
Cotal fermo fra loro, il re Clodasso Ideo fece appellarse ed Anfione, dicendo lor: “Movete ratto il passo del britannico Arturo al padiglione,
e gli dite in mio nome ch'io son lasso, come d'esser anch'egli avrìa cagione, di veder notte e giorno in cotal sorte di sì chiari guerrier l'acerba morte;
e per mostrare al cielo e 'l mondo insieme che da me non starà d'imporne fine, gli offro il largo terren che Cera preme ove la rapid'Era ha per confine,
e d'indi innanzi le sue rive estreme in fin ch'ad essa il suo viaggio inchine: che sarà molto più di quel ch'io tegno di Boorte e di Ban del picciol regno;
ma con tal condizion ch'a me si serve tutto il supremo onor delle contrade, e le sue innumerabili caterve delle lor region truovin le starde.
Poi perché l'onor debito s'osserve di seppellir ogni uom che morto cade e perché 'l disegnato ordin ne segua per almen nove dì si faccia tregua”.
Già l'uno e l'altro araldo si ricinge della vesta real per quello eletta, che in celeste colore alto dipinge il pino aurato ch'aquilone alletta;
poscia il gemmato scettro in mano stringe e pronto al suo devere il passo affretta, e d'Arturo all'albergo è sopraggiunto che volea i suoi mandar quasi in quel punto;
ed esposta al gran re tutta altamente l'ambasciata d'Avarco, in grand'onore pur ricevuti, e poi cortesemente per attender risposta messi fuore,
lì domandato il primo quel che sente di questa offerta il suo discreto core fu il saggio re dell'Orcadi, che fisse ambe nel ciel le luci, e così disse:
“Dammi, signor del ciel, grazia ch'io prenda il verace sentier col mio consiglio, onde poi con onor per noi s'attenda il desiato fin d'ogni periglio.
Or con fermo sperar che in me s'accenda quel sacro spirto che creò il tuo figlio, dirò senza temer che non mi piace doppo guerra cotal sì indegna pace,
e che si possa dir che tanti regi, tanti gran duci illustri e cavalieri e ch'ornati fur già di tanti fregi che sovra ogni altra età vadano alteri,
per sì poca mercé ch'ogni uom la spragi aggiano in tal sudor tanti guerrieri già indarno affaticati sì lunghi anni che tutta Europa omai ne senta i danni.
E se 'l ciel ne darà, com'esser puote, che nessun vede aperto nel futuro, le speranze ch'aviam d'effetto vòte e 'l cammino al passar più- acerbo e duro,
la colpa fia delle fallaci ròte della cieca fortuna, e non d'Arturo, com'or saria se di vergogna carco per sì poco terren lassasse Avarco:
il qual, s'è ver che l'intelletto umano possa a i vati divin credenza dare, secondo il preveder di Pellicano debbe alle vostre man tosto tornare.
Poi l'aver nosco il nobile Tristano non ci fa d'ogni onor sicuri andare con voler ostinato in ogni sorte d'esso o di tutti noi veder la morte?”
Non avea fatto fin quando Gaveno al furor cieco usato che 'l trasporta, interrompendo il vecchio, allarga il freno ed all'ira soverchia apre la porta,
dicendo: “E' perché placido e sereno si mostra il volto a chi ambasciata porta simile a ciò ch'io sento, Arturo invitto che macchiail vostro onor, la gloria e 'l dritto?
Dall'empio Seguran nasce il disegno, che voi con tutti noi sempre ebbe a vile, né di più largo don vi stima degno che di breve terreno in nido umile.
Ma contro a gli oratori il giusto sdegno vorrei versare in sì spietato stile ch'ei restassero essempio in ogni loco a chi tal degnità prendesse in gioco”.
Ma il famoso Tristan, ch'udir non vuole nel consiglio real sì lorde voci, in dolce ragionar l'aspre parole chiudea dicendo: “I cavalier feroci
esser devrien sotto l'aperto sole con l'arme intorno e contro a i falli atroci, non all'ombra, in consiglio, e 'nverso quelli disarmati, innocenti e poverelli.
Che colpa è di costor se 'l re comanda ch'ei vi vengano a far la vile offerta? E che orgoglio è del re, s'offerta manda ch'a voi men che 'l dever si mostri aperta?
Che vergogna è d'Arturo ch'e' si spanda d'ambasciata cotal la fama certa? Ben superbia sarìa, fallo e disnore il non far oggi lor richiesto onore.
Direi ben, sacro re, che in alcun modo, sì come in fino a qui da gli altri è detto, non si debba accettar, ma sciorre il nodo, che 'l tessuto lacciuol non abbia effetto;
e che si segua ognor confermo e lodo tanto, che giunta sia nel fin perfetto questa pia guerra, in cui di certo spero veder tutto ridurre al vostro impero.
Ma la tregua accordar, necessitade e giustissima legge ne constringe: ché chi de' morti suoi non ha pietade a selvaggio leon simil si finge;
e convienne onorar l'antiche strade là dove ogni mortal Natura spinge, e di quei più che solo in vostro onore s'hanno al mezzo del dì troncate l'ore”.
Doppo Tristan l'accorto Maligante, Lionello e Baveno e 'l pio Boorte, ogni altro duce e cavaliero errante segue del suo parlar l'istessa sorte.
Arturo allor dal fido Gossemante fa del suo padiglion l'aurate porte a gli araldi d'Avarco ratte aprire, e rende la risposta in dolce dire:
“Questi onorati frati e fidi amici che più che 'l proprio cor mi tengo cari, ch'a i perigliosi tempi e gl'infelici non mi fur mai di lor medesmi avari
e lontan le native sue pendici i figliuoi, le consorti in pianti amari han per me abbandonato e per l'impresa che con tanta ragion da noi fu presa;
m'han tutti consigliato insieme uniti ch'io non debba affermar pace sì bassa né per parte sì vil d'angusti liti un regno abbandonar ch'ogni altro passa:
tal che ne converrà l'antiche liti con la spada inalzata e l'asta bassa giudicar in fra noi, sì come fia il voler di lassù ch'a ciò ne 'nvia.
Ma per render a i morti sepoltura ben la tregua farem del nono giorno, perché non sol di noi, ma dritta cura è di chi tutti i cieli avvolge intorno.
Or secur d'essa nelle patrie mura, com'è 'l vostro piacer, fate ritorno, riportando a Clodasso e Segurano come il prometter mio non fu mai vano”.
Così detto, comanda ch'ambeduoi aggiano un don di ricca vesta aurata. Giunti con tale onore a i signor suoi, poi che finita fu l'alta ambasciata
diceano: “Schiera di famosi eroi vedemmo che dal ciel parea mandata per riformar quaggiù la dritta legge, simile al gran Motor che lassù regge.
Lì coronata di stellanti luci Cintia opposta al fratel pareva Arturo, ove 'l chiaro splendor di tanti duci quasi appresso di quel si mostra oscuro.
Gravi, dolci, ridenti avea le luci, il parlar riposato, accorto e puro d'un'alterezza umìl sì ben commisto che d'ogni duro cor farebbe acquisto”.
Benché il sommo lodar del saggio Idèo e del compagno suo mostrasse il vero, pur d'invidiosa doglia riempieo di Clodasso ch'udìa l'animo fero;
ma con caro sembiante l'ascondeo, dicendo: “Esser non dee ch'un tanto impero così antico e sì nobil non insegni di sì gran Maiestà costumi degni”.
Or già fatta gridar per ogni parte in solenne romor la nuova tregua, il timore e 'l furor dell'impio Marte d'ogni cor posto in bando si dilegua:
ma si ripon nel loco onde si parte scuro dolor che l'uno e l'altro adegua, alto lamento, pianto e disconforto del popol che giacea tra 'l sangue morto.
Escon tosto d'Avarco in lunghe schiere le femminelle afflitte e i vecchi lassi, e dove spenti pensan rivedere gli smarriti figliuoi volgono i passi;
e con più leve andar le pie mogliere cercan gli sposi lor di vita cassi: ma la parte maggior nel sangue avvolta ha l'imagin primiera in altra volta.
Lì con tremante man le miserelle i corpi ad un ad un van rivolgendo, ove nemiche fronti a lor rubelle truovan sovente, e con timore orrendo
rivolgon gli occhi alle più crude stelle contr'a gli spirti suoi preghi porgendo: poi le piaghe ch'avean rendon più fresche perché vengano a i can più gradite esche.
Ma di quei che de i lor per certi segni posson ben affermar, le gelid'onde della polve e del sangue a i volti pregni con mesto essaminar ciascuna infonde:
né ritrovandol poi, gli accesi sdegni crescon contra il destin che gli nasconde, e spesso avvien che in dolorose angosce mentre ricerca il suo l'altrui conosce,
e con note d'amor quell'altra chiama, e per trarlo di là le porge aita. Indi torna a cercar quel ch'ella brama con la dolce compagna insieme unita,
in fin ch'anch'essa miserella e grama della sua inchiesta pia resti compita; e 'n sì fatto cercar quanto sia il giorno triste voci e sospir s'odono intorno.
Né dell'oste d'Arturo i cavalieri, i duci tutti e i re con men pietade cercan di riconoscer quei guerrieri ch'han di sangue o valor più degnitade
che sian morti rimasi su 'l sentieri cinti d'onor tra l'avversarie spade: ma senza lagrimar, con quel dolore che pon virtù nel generoso amore.
Quei di prezzo maggior fanno in disparte con l'insegne portare e con gli arnesi e co i trofei ch'avean del fero Marte acquistati lontano o 'n quei paesi;
poi da' servi o cugini a parte a parte erano in un condotti e in alto appesi là dove in sacro loco e 'n somma cura surgea per loro altera sepoltura,
pur di semplice sasso, che durasse contr'al tempo vorace qualche giorno in fin che doppo alquanto ritrovasse dentro al patrio terren loco più adorno
perché l'alta memoria non restasse in altrui nido al peregrino scorno, ma tra i suoi dimorando, un dolce sprone fosse lor di virtù lunga stagione.
Fecesi poi vicin profonda fossa che larghissimo spazio in giro avea, ove condotte fur l'infinite ossa che di vita spogliò la sorte rea
de i privati guerrier, ch'ardire e possa più che senno o splendor chiari facea, che ricoperti al fin di sacra terra fur memoria immortal dell'aspra guerra:
perché d'un monticel levata in guisa fu di pietre durissime ricinta, che non potea dal tempo esser conquisa né senza alta fatica in basso spinta.
Del maggior colle su la cima assisa ch'ove cade del sol la luce estinta guarda all'occaso, e d'oriente al varco scorge non lunge a lei sedere Avarco,
ivi il divo German con l'altro coro de' suoi chiari ministri e sacerdoti per gli onorati spirti di costoro porgon cotali a Dio preghi devoti:
“Non rivolgere il guardo a i falli loro, che de i santi precetti andaron vòti non giustizia opre in te, ma la pietade che col tuo gran figliuol n'aprìo le strade”.
Al qual canto divin presenti furo, in sembiante lugubre e 'n vesti nere, pien di celeste spirto il sommo Arturo e de' suoi cavalier l'ornate schiere,
che 'n silenzio umilissimo e 'n cor puro aiutavan di quei l'alte preghiere. Poi dato tutto al fin, largo s'infonde il famoso terren di sacrate onde.
Ma in diversa maniera d'altro lato fan quei d'Avarco il lor funèbre onore, ché poi che i cavalier d'altero stato della turba più bassa han tratto fuore,
dentro alle chiuse mura era portato ciascun da' suoi con lagrimoso onore, e co i più cari pegni in alto loco nel sen riposti a prezioso foco:
le cui ceneri appresso in ricchi vasi di fino or fabbricati o terso argento, descritti intorno gli animosi casi onde lo spirto lor giaceva spento.
Molti d'essi in Avarco eran rimasi, ch'ebber di lui vicino il reggimento, che sopra alte piramidi locaro, consumate da poi dal tempo avaro.
Gli altri, ch'ebber lontan la patria sede, con lunga compagnia di faci accese, con l'insegne acquistate e con le prede mandati furo al dolce suo paese
nelle pie man di chi chiamato erede de' suggetti ch'avea lo scettro prese, con chiaro ambasciador che ben mostrasse quanto il loro duro caso al re gravasse.
Indi lo stuol maggior di quei guerrieri che senza nome aver cuopre il terreno tutto lontan da' pubblici sentieri ove più de' due colli allarga il seno
sopra possenti carri alti destrieri traggon ratti rotando, in fin che pieno il veggian d'essi, e 'ntorno la campagna di tanti che n'avea vòta rimagna.
Poi fatto ivi di lor sì altero monte che troppo a chi 'l vedea pietà commuove, tutto il popol miglior con voglie pronte nella vicina selva il passo muove;
e con ferro mortal l'annosa fronte, senza temere alcun l'ira di Giove, dell'antica sua quercia a terra getta, che non solea curar pioggia o saetta.
Chi dell'eccelso frassino alte incide, ond'ombra si facea, l'aperte braccia, chi 'l ghiandifero cerro al piè divide dalle attorte radici, e 'n basso caccia;
quell'olmo abbatte, che co i rami asside sopra il vicin, che di cader minaccia. Rimbomba il bosco e le sue piagge oscure per l'alto suon delle taglianti scure.
Chi co i medesmi carri indietro apporta ove mostra il cammin più aperto calle; chi per più angusta strada assai più corta il depredato bosco ha su le spalle;
chi traendol per terra a gli altri scorta facendo va per l'intricata valle: tanto che 'n breve andar fornito il loco fu nel bisogno pio del sacro foco;
ove poi con dotto ordine locate fur le frondi e i gran tronchi in doppi giri, d'assai tristi lamenti accompagnate in tra pianti durissimi e sospiri
d'anime miserelle sconsolate, che ricordando indarno i suoi martiri e bramando di quei l'afflitta sorte con voci di dolor chiamavan morte.
Ma già i raggi ascondea nell'occidente allora il sol che la campagna imbruna; così dentro alle mura amaramente nel suo nido natal torna ciascuna.
Lì sol riman della più ardita gente chi al freddo corso dell'algente luna sia fida guardia alle infelici schiere da' morsi ingordi di rapaci fere.
Gli altri all'albergo vanno, ove riposo a gli affannati corpi insieme danno, poi che fra l'esca e 'l vin rimase ascoso di tutti altri e di lor l'avuto danno.
Il medesmo facea col re famoso ogni gallico duce, ogni britanno: ch'ove manca il rimedio, un nobil core il lungo lamentar tiene a disnore.
Poi che di nuovo Apollo all'oriente saettava i bei raggi all'aria intorno, tosto d'Avarco la dogliosa gente all'intermesso oprar facea ritorno.
Ma innanzi a tutti in vista riverente, in oscuro e lugúbre abito adorno, tutto coperto il capo, a lento piede giva il gran sacerdote Clitomede.
Nella forma medesma poi seguìa tra mille cavalieri il re Clodasso che 'l bel fregio real deposto avìa e ripreso color doglioso e basso;
né lunge ivi da lui dietro venìa, pallida il volto e di dolcezza casso pur con vesti neglette e 'nculto crine, la coppia illustre delle pie regine.
L'altro popol più vil mischiato insieme senz'ordine servar correva appresso, e 'l gran danno de' suoi sospira e geme con ramuscello in man d'aspro cipresso.
Chi 'l frutto acerbo piange del suo seme, chi 'l suo caro german, chi 'l padre istesso, rimanendo privato in teneri anni di chi lasso il nutria tra mille affanni.
Le femminelle al fin d'oscura sorte tra gli estremi seguian con più pietade, biasmando spesso il ciel, non pur la morte, e 'l crudo oprar di peregrine spade.
Chi del figlio si duol, che troppo forte il cor portava in non matura etade, chi lo sposo piangea, ch'a gran perigli non si doveva oppor pensando a' figli.
L'acerbe verginelle che rimase son senza madre e del parente prive piangon ch'al sostener l'afflitte case nulla verde speranza in esse vive;
quella accusa il vicin che persuase al fratel che godea l'ombre native di cercar giovinetto in guerra fama, e crudo e disleal piangendo il chiama.
Tosto ch'è giunta al destinato luogo la gran pompa reale e gli altri poi, si distesero in cerchio all'alto rogo, osservando i gran re gli ordini suoi
e quei ch'antichi di milizia al giogo fur per somma virtù co i primi eroi agguagliati in onor; poi l'umil plebe più lunge assiede in fra l'erbose glebe.
Le due donne reali in altra parte dalle matrone nobili ricinte de i cavalier sedevano in disparte, di cortina sottil da quei distinte.
Le minor di fortuna in basso sparte sedean vicine di dolore avvinte. Come fu il tutto queto, in alta sede salìo 'l gran sacerdote Clitomede,
e con grave mirar, l'occhio rivolto ove il rogo surgea, fiso riguarda; indi a gli ascoltator tornato il volto ruppe il silenzio al fin con voce tarda:
“Se quel ch'ha il sommo bene in seno accolto e con l'ordine suo spinge e ritarda d'ogni cosa il cammin da lui segnato, il cui certo voler s'appella Fato,
avesse a noi concessa questa vita, come a gli angeli suoi, d'eterno corso e talor consentisse che rapita fosse di morte a alcun dal crudo morso,
quel che men di tutti altri stabilita la grazia avesse del divin soccorso, ben che ciò ch'al ciel piace sia ragione, pur di alquanto dolerse avria cagione.
Ma s'ei qui ne ripon con egual sorte che doppo un breve andar si torni a lui, quanto è infelice error pianger la morte di sé medesmo misero o d'altrui
e l'ore misurar, se lunghe o corte sian di se stesso o de i nemici sui, se quai di paglie ardenti le faville come si fugge un dì ne fuggon mille?
Perché adunque deviam con larghi pianti di costor richiamar gli andati passi ch'or fra i giusti Minossi e i Radamanti tosto tutti saran del mondo lassi:
a cui lieti narrando i pregi e i vanti de' nemici ch'han qui di vita cassi e ch'al fin per la patria furo uccisi, gli faran cittadin de' Campi Elisi?
Non ne debbe doler d'alcuno il fine, ma il modo e 'l suo sentiero onde si parte, rendendo grazie alle virtù divine che gli han locati in sì onorata parte;
e pregar poi che noi medesmi inchine a lor con loda egual l'invitto Marte, e nel nostro passar, com'io confido, lieto e 'n pace rimanga il natio nido:
il qual, come ch'a noi nel tempo avvegna, ch'io non so ben ridir qual io vorrei, veggio ch'a farlo ampissimo disegna il concilio immortal de' nostri dei,
e che patria sarà lodata e degna di molti antichi e nobil semidei che di rami verran dell'arbor franco, poi che quel che veggiam sia secco e manco;
il qual certo illustrissimo poi fia, in fin che gli ombrerà la tolta sede nuovo troncon che per l'istessa via sarà degli aurei fior famoso erede:
alla cui gran semenza e larga e pia fia ciascuna virtù che in alto siede, di cui molti bei germini radici in questa terra avranno alme e felici.
Ma via più di tutte altre, poi che 'l sole dieci secol rivolti e dieci lustri, di Francesco primier l'eletta prole vedrà qui superar gli antichi illustri
più di virtù, che di color non suole all'apparir del sol rosa i ligustri: il cui nome real fia detto Enrico, d'ogni raro valor perfetto amico,
ch'alla sua realissima sorella, ch'avrà più di virtù che fiori aprile, di questa alma città gradita e bella ne farà dono a tale altezza umìle;
perché tanta bontà fia posta in quella alma più ch'altra mai chiara e gentile, ch'a pena quanto il ciel vede e ricuopre degno premio saria di sì bell'opre.
Fia 'l chiarissimo nome Margherita, ch'a lei si converrà più d'altra mai candida e pura, e 'n questa bassa vita spiegherà più che 'l sol lucidi i rai;
del mondo schiva, e 'n sì bel nodo unita con l'eterno Motor, che gli uman guai non potran penetrar la divin'alma né di lor sentirà terrena salma.
Fia mandata quaggiù per vivo essempio de' suoi santi tesor dal sommo Giove: sarà il pudico petto altero tempio delle tre caste Grazie e delle nove
sue dotte figlie, al cui parlare ogni empio cor perderà le scelerate pruove; ch'ogni desir villan che i pravi ingombra si vedrà dileguar di quella all'ombra.
Spiegherà le medesme amiche insegne della sua famosissima Minerva, come sola di lei, non d'altra, degne nella mortale età dura e proterva:
sì che l'aspra Medusa non si sdegne che la fronte fatale ad essa serva, e 'l serpe e 'l fosco augel ch'Atene onora con voler della dea fien seco ognora;
e non senza cagion, però che ad essa la divina scienza, ond'ella è madre, come a dolce sua figlia avrà concessa col cortese approvar del sommo padre:
da cui verran, come da Palla istessa, pensier celesti et opere leggiadre, senno, grazia, modestia e caritade e quante altre virtù sian belle e rade.
Dentro all'altero petto umile il core e ripien di dolcezza avrà la sede, che tutte abbraccerà con puro amore l'anime afflitte che fortuna fiede,
solo al vero valor porgendo onore, non al carco furor d'ingiuste prede: e fia dritta de i buon nella sua vita stella, timon, nocchiero e calamita.
Or qual dunque di noi fortuna avvegna, non può danno apportar che a questa spoglia, perché piuma verrà non forse indegna più d'ogni altra talor che scriver soglia:
ma quando fosse pur, la farà degna questa terrena dea che 'n carte scioglia il nostro affaticar di lodi carco, tal che mai non morrà l'antico Avarco.
E però, cinti il cor di questa speme, non contrastiamo al ciel co i nostri pianti, i quai mal si convengono al gran seme, quale il nostr'è, de i cavalieri erranti;
e chi troppo il morir del mondo teme di generoso spirto non si vanti, ma lassando dell'arme il nobil uso spenda gli anni miglior tra l'ago e 'l fuso.
Voi, miserelle donne, se piangete de' sostegni miglior trovarvi prive, gli occhi all'alte regine rivolgete in cui somma pietà per tutte vive;
se del lor breve corso vi dolete, ripensate all'onor dell'opre dive che in lor riluce, e s'al comprar sia caro per sì poca stagion nome sì chiaro.
Gl'innocenti figliuoi che in teneri anni i dolcissimi padri hanno perduti truovan largo il guadagno tra' lor danni, sendone al partir d'un mille venuti:
ch'Avarco intero e i pubblici suoi scanni abbondar si vedran ne i dolci aiuti, né più largo tesoro al figliuol ch'ama può il buon padre lassar che illustre fama”.
Dato fine al suo dire, in terra scese il sacro Clitomede, e 'n basse note mormorando tra sé tre faci prese dal più vecchio degli altri sacerdote,
e 'n tre parti del rogo il foco accese delle quai la primiera era a Boote. In vista poi di riverenza piena pur tre volte baciò l'arida arena.
Già il tenebroso fumo intorno ingombra e per torto cammin nell'aria sale, mentre ancor di piropo i legni adombra vulcano in basso, ch'avvampar non vale.
Già con fiamma crescente il nero sgombra e s'addrizza nel ciel con lucide ale, e di faville ardenti ha larga preda tra le frondi sonanti ch'ei depreda.
Quel tre volte accerchiò con larghi giri l'inerme popular con ratto piede, il cui suon di lamenti e di sospiri empiea tutta del ciel la prima sede,
ricordando ciascun gli aspri martiri onde al partir de' suoi rimane erede. Fanno armati il medesimo i guerrieri e i duci e i cavalier sopra i corsieri.
Chi getta sovra lor l'elmo o lo scudo ch'era d'alcun di lor lodata spoglia, chi la spada o lo stral ch'aguto e crudo d'aspra morte al vicin portò la doglia,
chi 'l suo più caro arnese, perché nudo miser non scenda alla tartarea soglia. In questo mezzo l'infinite trombe fan che l'aria, la terra e 'l ciel rimbombe.
I mesti sacerdoti d'ogn'intorno d'aspri porci setosi, tauri et agne, tutte d'atro colore il manto adorno, vittime fanno all'infere campagne,
alla pallida dea ch'al tristo giorno dal suo terrestre vel l'alma scompagne, all'ingordo Pluton che d'ora in ora tutto quel ch'è mortal laggiù divora.
Poi che già sono stanchi, e l'alto foco consumato il gran rogo in basso cade, ciascun sedendo del medesmo loco ingombra tutte a cerchio le contrade.
Raffrenata del cor la doglia un poco, portate intorno fur per varie strade per l'impero del re vino e vivande, il cui bramato odor dolcezza spande.
Ivi chi mensa avea l'ignuda terra, poi che d'ogni altro arnese era privato, chi 'l forte scudo suo dall'empia guerra rivolgea tosto in più gradito stato.
Chi le vicine pietre aggiunte serra e più alto il suo seggio ha fabbricato; altri larghe stendean co i propri velli di tori e di monton le nuove pelli.
Ma il famoso Clodasso, pur vicino sott'aureo padiglione al loco istesso, ivi spandendo prezioso vino chiama il gran Giove e gli altri dei con esso.
Al gran rettor dell'infero confino fece il medesmo riverente appresso; poi de' gran cavalier la mensa piena realissima feo funebre cena.
Né l'onorata Albina e Claudiana le più nobil matrone hanno in dispregio, ma con voce dolcissima et umana lor concessero al suo sembiante pregio:
e ciascuna ebbe par, nulla sovrana, delle pie donne il bel drappello egregio, che 'n tal guisa mischiata era ogni sede ch'ivi non apparia la fronte o 'l piede.
Or mentre si pascea di dolci note, più che d'esca o di vin, l'eletta schiera, già nascondendo il sol l'aurate rote con l'ali umide sue venia la sera.
L'ultime voci allor triste e devote disciogliendo ciascun che 'ntorno iv'era disse: “O turba onorata, al basso inferno viva del tuo valore il grido eterno”.
Così d'essi ciascun ritruova Avarco, e 'l passato dolor nel sonno avvolge. Il medesmo facea, quantunque carco d'alto stuol di pensier che 'l core involge,
il grande Arturo, e come truove il varco del disegnato fin seco rivolge. Così tutto interrotto si conduce di sonno in sonno all'apparita luce;
la quale essendo ancor con l'altre impresa nelle tregue funèbri, intorno spende a ricercar se intera ogni difesa sia del suo campo ancora: e l'un riprende,
lo scusa appresso, poi che meglio ha intesa la sua ragione, e l'altro al cielo stende con alte lodi e pregii e 'n tai soggiorni trapassar della tregua i dati giorni.
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