Il fero Seguran con ratto piede, poi che col suo Clodino era arrivato ove 'l famoso Arturo in larghe prede ha condotto Brunoro in basso stato,
al bisogno ch'avvien tosto provvede; riconforta e rispinge in ciascun lato quei ch'ei veda fuggirse, e 'n dolci modi a chi gli altri sostien dà larghe lodi.
Il medesmo Clodin di far non resta, rivolgendo il caval per ogni parte: questi innanzi ricaccia e quelli arresta, e che si spieghi egual l'ordin comparte.
Già rasserena il cor la gente mesta, e le riveste il sen desio di Marte; già il partito valor tornato addoppia al bramato arrivar di questa coppia:
né più dolce di quella apparir suole a i già lassi nocchier l'aura soave, ch'han co i nodosi remi, al caldo sole, lungamente sospinto il legno grave.
Già della fuga sua si scusa e duole questo e quel cavalier, che l'onta pave; ogn'uom purga se stesso e gli altri imbruna, poi tutti insieme al fin la ria fortuna.
Ma il chiaro Seguran tutto consente, ogni detto conferma e nullo ascolta: ché in altra parte l'occupata mente contra i crudi nemici avea rivolta.
Poi sprona il buon destrier dove la gente vede più in arme lucida e più folta, e tosto giunge ov' il suo fato reo gli fa incontra venire Itimoneo,
che Rifeo sacro della bella Acesta ebbe di Somma in su l'erbosa riva. Ferì l'asta al traverso della testa la destra tempia, e della vita il priva.
Clodin, poi ch'ei partì, saldo non resta, ma vicin quanto può sempre veniva, e quasi a un tempo stesso seco uccide, trapassandogli il cor, l'altero Ifide,
che di Alastore il biondo era figliuolo, ove il Belgico sen la Schelda bagna. e Brunor, che da i due va dietro al volo, di questa vita Andremone scompagna
d'Eficle uscito, e ch'ebbe il natio suolo ove 'l Neustrio terren vede Brettagna: e 'l passò con la lancia ove la gola dona vicin gli spirti alla parola.
Il gran Nero perduto, che non lunge segue i passi di quei, truova Ippione, e nella terza costa a destra il punge e qual ramo abbattuto a terra il pone
ch'accusava 'l destin ch'ivi il disgiunge dalla sua chiara e nobil regione della ricca Lutezia, ove la Sena d'antichi onori e di moderni è piena.
Il Selvaggio Rossan nel lato manco, ove il loco riman d'ogni osso ignudo, del possente Aretoo trapassò il fianco, che no 'l poté salvar l'eletto scudo.
Cadde ivi il miserel languido e bianco, né si mosse a pietà 'l suo fato crudo della sposa infelice Artenopea che 'ntra i Morini indarno l'attendea.
Doppo costui Grifon dell'Alto Passo incontrò 'l grande Armorico Falcete, nato non lunge all'Era, dove in basso al suo padre ocean tragge la sete:
e d'un colpo nel cor di vita casso nel legno il pose del nocchier di Lete. Così d'Avarco l'abbattuta schiera ritorna or più che mai feroce e 'ntera.
Ma non cede però dall'altra parte d'un passo indietro il glorioso Arturo, che col medesmo ardir, con l'istessa arte come al suo incominciar resta sicuro
sostenendo il furor del nuovo Marte come d'un picciol rio possente muro; e volge il suo potere in ciascun loco ove senta il bisogno o molto o poco.
Egli avea gran drappel sempre d'intorno de i più famosi duci e cavalieri, e disciolto da gli altri in ogni corno va calcando di fuor tutti i sentieri;
e d'onde veggia uscir dannaggio o scorno ivi addrizza spronando i colpi fieri: e poiché l'ha ridotto al primo stato torna il corso e la spada in nuovo lato;
sì che 'l sommo valor di Segurano, quantunque noccia pur, non troppo sforza, né d'Arturo e de' suoi la pronta mano può molto contra lui stender la forza.
L'uno e l'altro di lor sospinge in vano, ch'eguale è d'ambedue la poggia e l'orza: e ferendo di par ciascuna torma non si scorge ivi piè che cangi l'orma;
in guisa che talor cruccioso il mare veder si suol nell'orrida stagione che di contrarie parti oda soffiare l'austro piovoso e 'l frigido aquilone
in mezzo a i due furor saldo restare, che quanto ha tolto l'un l'altro ripone, ma pien di spuma al tempestoso assalto con feroce mugir levarse in alto.
Ma poi che Seguran più d'una volta d'oppressar l'avversario indarno tenta, di Clodasso al parlar l'animo volta e del pio Clitomede si rammenta:
e dove ei veggia men la schiera folta e più largo il cammin, ratto s'avventa, e 'n voce altera e di chiarezza piena traversando il destriero i suoi raffrena.
Poi levata la man di pace in segno ove Arturo vedea torna lo sguardo, che già, per non si far di biasmo degno, in fermar i guerrier non fu più tardo;
indi comincia a lui: “Se non sia indegno il novel mio desire onde tutt'ardo, poi ch'all'intera guerra oggi la fine mostran negarne le virtù divine,
invittissimo Arturo, non vi spiaccia ch'un de' vostri migliori incontro sproni a quest'arme ch'io porto, e pruova faccia a cui Marte di noi vittoria doni;
e chi sia che de i due vinto soggiaccia con morte o con prigion, non si ragioni d'altro danno maggior che d'esser detto men del suo vincitor guerrier perfetto.
E chi la palma avrà, l'arme e lo scudo solo all'albergo suo lieto riporte, e che 'l resto tra i suoi si torni ignudo perché possan di lui pianger la morte,
ché non ben si convien l'animo crudo contr'a chi giunse al fin d'umana sorte: ma il desio di vendetta che ne preme aggia il termine suo co i giorni insieme.
Venga dunque chi vuol fra tanti e tali famosi cavalier d'invitto core cui di spiegare al ciel candide l'ali della vera virtude accende amore;
e chi desia con l'opere mortali d'immortale acquistar fra i degni onore non sprezze il mio chiamar, che raro è presta così bella cagion com'oggi è questa”.
Quando ascolta il gran re l'altero invito, con quei duci maggior che 'ntorno avea, del cavalier che non più il core ardito che poi pronta la mano aver sapea,
tacito resta, e sopra il verde lito senza altrove guardar gli occhi tenea; né gli preme il pensier nuova paura, ma di quel che dee far dubbiosa cura.
E mentre è in tale stato, e che ciascuno de i miglior cavalier sua voglia attende, surge Gaven dicendo: “Se nessuno di gir contro a costui l'impresa prende,
io, famoso mio re, sarò quell'uno che d'intero servar la voglia intende l'onor de' vostri, e non fia indegna mano d'ammorzare il furor di Segurano.
E per questa cagion forse la piaga ond'io fui punto allor d'ascosa parte m'ha il figliuol di Merlin con arte maga salda in un punto e con divine carte,
per due volte mostrar che non si smaga il valor che ministra il fero Marte; e s'altro nuovo stral non venga ascoso, farò il nome britanno oggi famoso”.
Poi ch'ha così parlato, altero chiede che gli apportin la lancia, e già s'invia; ma 'l saggio accorto re che l'ode e 'l vede in troppo alto corruccio ne salìa,
e gli dice: “Cugin, dov'oggi siede quel già lodato senno che solìa esser sì largo in voi, ch'al vostro oprare e vie più al vostro dir perduto appare?
Non v'accorgete voi, semplice, come gite al nostro disnor con vostra morte? Non è l'omero vostro a sì gran some, come saria mestier, possente e forte.
Altre armi ha rotte, altre fierezze ha dome l'invitto Segurano, e d'altra sorte che le vostre non son, sì come mostra con mille region la terra nostra.
Forse sperate in van che 'l crudo sdegno che v'arma contro a lui di Claudiana vi devesse portar con l'ira al segno dell'alta sua virtude, a noi sovrana?
Non lascia il basso amor l'animo pregno d'altro valor che di lascivia umana, né scalda il suo vapor l'altero loco in cui del quinto ciel s'accende il foco.
Pur devreste saver che Lancilotto, che tanto più di voi nell'arme vale, se mai seco a battaglia è stato indotto assai gloria stimò l'essergli eguale.
Ricercar ne convien guerrier più dotto e sostegno miglior d'un peso tale, perch'impero o tesoro o nobiltade non abbatte il furor di tali spade”.
Al verace parlar tosto Gaveno il volere e l'andar tacito acqueta, colmo di sdegno e di vergogna il seno che 'l disegnato onor chi può gli vieta.
Ma già intorno al gran re preme il terreno schiera di cavalier che 'n vista lieta chiede, e per sé ciascun, d'aver l'incarco contra 'l duce maggior di quei d'Avarco.
In tra i primi a venir fu Pelinoro, Boorte appresso e 'l caro suo fratello ch'avea d'ogni virtù largo tesoro, io dico l'onorato Lionello;
Baveno, il pio cugin d'ambedue loro, Florio il Toscan, de i Gotici flagello, Nestor di Gave e 'l saggio Maligante e quel del core ardito Gossemante.
Fu l'ultimo a venir pensoso e lento di Lionese il nobile Tristano, che quanto porta in cor più d'ardimento tanto più ne i sembianti appare umano,
dicendo: “A chi vorrà lieto consento che si vada a provar con Segurano; ma quando manchi ogni altro, s'al re aggrada, venga in rischio con lui la nostra spada”.
Quando sente il gran re la degna offerta di tai nove guerrier che 'ntorno stanno, de' quai tutti ciascun l'impresa merta senza molto timor di scorno o danno,
nella mente real dubbiosa e 'ncerta l'abbondanza de i buoni apporta affanno, che ben sa che d'un sol sì largo onore dee di sdegno ingombrar degli altri il core.
E poi che i suoi pensier seco rivolse senza risposta far tacito alquanto, con tai dolci parole al fine sciolse il buon voler sotto cortese manto:
“Famosi cavalieri a cui Dio volse d'infinite virtù donare il vanto, ma sì pari in tra voi ch'Ei sol porrìa per discerner il più trovar la via;
per non fare a nessun di tanti offesa e perché 'l giudicar sovente è torto, se la sentenza mia non vien contesa da chi veggia di me più dritto e scorto,
direi ch'a sì onorata e dubbia impresa fortuna sia che ne conduca al porto, e mischiando in chius'urna i nomi vostri chi deve esser di voi la sorte il mostri.
E 'n cotal guisa oprando, non ha loco il cordoglio d'alcun che sia schernito, né può l'alma scaldar d'orgoglio il foco a chi più il suo valor senta gradito;
né l'intelletto uman, che vede poco, dalla nebbia mortal viene impedito come in me può incontrar, quantunque a tutti mi stringa eguale amor, secondo i frutti”.
Quando ha il suo dir finito, il buon re Lago, ch'al principio dell'opra era arrivato, risponde: “Alto mio re, sì come vago degli onori e del ben del vostro stato,
dirò con umiltà ch'io non m'appago del moderato stil da voi lodato di porre in man di dea cieca e fallace quello in cui tal onor per noi si giace.
Or non direste voi di mente insana chi fabbricar cercando un regio tetto rimettesse al voler di sorte vana quel che dell'opra sua fosse architetto,
né si eleggesse alcun d'arte sovrana tra i migliori appellato il più perfetto? Quanto è poi più da dir, chi in lei ripone il pregio d'infinite e tai corone?
Affermo io sì che i nove cavalieri tengon d'alto valor sì ben la cima, che non porrian fallir d'essa i pensieri e rendesse a qual sia la voce prima:
tutti saggi al consiglio, all'arme feri, tutti di sommo ardir ciascuno estima; pur non si truovan mai fra noi mortali, come mostran di fuor, le cose eguali.
Ma perché a tanto re pesar devria un sì grave giudizio in mezzo porre, né gli saria sentenza utile o pia per donare ad un solo a molti tòrre,
ho pensato in mio cor quest'altra via ch'ogni ben ne dimostra, e non s'incorre ove invidia col tempo, ira o disdegno possa aperto in altrui stendere il regno.
Quest'è che nell'arbitrio si ripose de i duci e cavalier che quinci semo, i quai con voci a tutti gli altri ascose nell'orecchie di voi sacro e supremo
mostriam colui che l'orme valorose al lodato sentier d'onore estremo più degno di stampar dette il pensiero, e secondo il dever parlarne il vero.
E così non potrà l'avversa sorte con l'ingiusto giudizio farne oltraggio, né d'invidia o d'amor le luci torte discovrire o covrir l'altrui vantaggio.
Quel si può veramente appellar forte e senza dubbio aversi ardito e saggio ch'al pubblico stimar cotale appare, il qual rado o non mai si vede errare”.
Così disse il re Lago, e 'l sacro Arturo in dolcissime note gli risponde: “Il più fido nocchiero e 'l più sicuro che si truove al varcar le mortali onde,
solo è il consiglio d'ogni affetto puro che nell'antico senno il cielo infonde, e tanto è più, se in nobil alma viene, come al buon re dell'Orcadi n'avviene.
Or senza più indugiar si metta in opra, che non gravi al nemico la tardanza o ch'ei possa pensar che in noi s'adopra della palma acquistar breve speranza
perché 'l sol già inchinante si ricuopra, a cui poco cammin per oggi avanza, pria che 'n guerra mostrarsi, o a pena giunto il diparta del dì l'ultimo punto”.
Fatto adunque di lor cerchio onorato che cingeva al suo centro il re sovrano, si movea riverente d'ogni lato chi d'onor sta più in grado a mano a mano.
Fu 'l primiero il re Lago, e 'n non celato suon ma con alto dir chiama Tristano; né vi fu doppo lui del chiaro stuolo chi nominasse altrui che questo solo:
che non pure il valor, ch'era infinito assai più ch'in alcun ch'ivi si truove, ma il modesto suo cor tanto gradito ogni buon cavalier d'amarlo muove.
Or già d'alto romore il vicin lito si sente risonar lodando Giove che d'eleggersi un tale allumò i cori che difendesse solo i molti onori;
e fu il grido coltal che in un momento del fero Seguran venne all'orecchie, che fuor si dimostrò lieto e contento che incontra tal guerrier se gli apparecchie:
ma tale in lui la forza e l'ardimento per mille prove omai novelle e vecchie esser sapea, che non sicuro in tutto si tenea della palma in mano il frutto.
Già dell'Orcadi il re con lieta faccia, ove Arturo attendea, Tristano adduce, che quasi un pio figliuol dolce l'abbraccia, dicendo: “Ecco de i nostri il sommo duce.
Quanto ringrazio il ciel ch'oggi gli piaccia di raccender per voi l'antica luce del gran nome britanno e gallo insieme, e di quanti son qui d'ogni altro seme!
Non si porrìa pensar parola degna d'esser detta a Tristan per nuovo sprone, se non che d'esser voi vi risovvegna e del gran vostro Armorico leone,
e che di tai guerrier l'altera insegna tutto il pregio e l'onore in voi ripone, come in più di tutti altri ardito e forte, per propria elezzione, e non per sorte”.
Qui finì 'l suo parlar, quando il re Lago gli dice: “Oprate pur, caro figliuolo, ch'ogni uom vi stimi desioso e vago di seguir con la gloria il patrio volo,
come m'afferma il cor di voi presago e ch'al voi nominar m'indusse solo. Né ponete in oblio qual sempre fusse il vostro genitor Meliadusse,
cui mille volte e mille in pruova ho visto in battaglia di molti e 'n singulare, e di ciascuna trar lodato acquisto di fregiate ghirlande e spoglie rare:
sì come allor ch'ei fé doglioso e tristo sentir di morte le punture amare al gigante crudel della Montagna che 'n perpetuo timor tenea Brettagna,
e quando egli scampò, ch'er'io presente, i dieci cavalier già prigionieri ch'eran di Pendragon la miglior gente, presi contra il dever sopra i sentieri
da Cordipietra, che sì amaramente ne pianse al fin con tutti i suoi guerrieri, che fu quaranta: e tutto quello stuolo; vietandomi il ferire, uccise solo.
Or d'un tanto troncon sì chiaro germe devrà simile a quel producer frutto: onde avem di veder speranze ferme i nostri in gioia e gli avversari in lutto;
e pria ch'io senta queste membra inferme, come fur, ritornar cenere in tutto, potrò pur meco dir ch'anco non langue degli antichi guerrieri il nobil sangue”.
Qui si tace abbracciandolo, e Tristano in sembianza umilissima risponde: “Grazie infinite al sommo Dio sovrano rendo che 'n voi di me tal speme infonde,
invitto Arturo; e 'l prego poi che 'n vano non la faccia cader qual secca fronde, ma simile al desir ch'io porto in core a questa armata man presti valore.
A voi gran re dell'Orcadi, prometto ch'a tutto 'l mio poter del chiaro padre seguirò l'orme ognor, con caldo affetto d'egual mostrarmi all'opre sue leggiadre:
ma non si puote andar contro al disdetto di Chi ne invia le sorti o illustri od atre, tal che fia com'a lui più vegna a grado lo smarrir o 'l trovar di quelle il guado.
Basta, che mentre avrò l'arme e la vita in ricercare onor non sarò lasso; e perch'io scorgo alquanto scolorita già la luce del sol che scende in basso,
ne sforza il tempo ch'ove altero invita il fero Seguran rivolga il passo, senza timore aver di tal battaglia, se 'l cielo al buon voler le forze agguaglia”.
Mentre così diceva, uno scudiero del magnanim'Arturo, Alcandro detto, gli presenta un fortissimo corsiero, tra mille ch'ei ne pasce il più perfetto:
ben membruto a ragione, alto e leggiero, d'animo invitto e fero nell'aspetto, di candido colore, e tutto intorno di vaghissime ruote il manto adorno.
Giunto ov'è il buon Tristano a terra scende, et a lui reca in man l'aurata briglia: ridente in vista il cavalier la prende, tutto ripien di dolce meraviglia,
e grazie al suo gran re larghe ne rende con voce umile ed inchinate ciglia; indi al montar non mette staffa in opra, ma d'un salto leggier gli salta sopra.
Il medesimo Alcandro gli presenta il suo scudo maggior di sette scorze, di così saldo acciar ch'ei non paventa ostinato furor di umane forze:
ove il leone aurato s'argomenta con l'unghie di mostrar ch'abbatta e sforze ciascuno altro animal che con lui perde, posto in seggio real di color verde.
Il fino elmo da poi sì duro e greve ch'era troppo a ciascun, gli pone in fronte, per la forza e per l'uso a lui sì leve che di men non avea le membra pronte.
Sopra l'alto cimier, carco di neve d'argentato color surgeva un monte, nella cima del quale in più d'un loco si vedean fiamme uscir d'ardente foco.
Porgeli i guanti, e l'asta poi sì grossa che nullo altro dell'oste la sostiene, fuor che sol Lancilotto, che di possa de i miglior cavalier la palma tiene.
Prendela il buon Tristano, e poi che scossa l'ha in giro alquanto per veder se bene corrisponde a ragion la cima al basso, rivolse al suo gran re la vista e 'l passo,
dicendo: “Alto signor, col voler vostro all'impresa onorata addrizzo il piede, in cui spero adeguar col valor nostro quella avuta di me sì larga fede;
e s'altro non potrò, l'erboso chiostro fia del mio sangue sì famoso erede che non potrà mai dir che indegno fusse il core almen del buon Meliadusse.
Così detto altamente, al gran nemico colmo di bel desio la fronte volge. ciascun ch'è 'ntorno dello stuolo amico tra speranza e timor l'animo involge:
qual uom sia più tra lor nell'arme antico e ch'ha veduto più seco rivolge del fero Seguran, tacito in seno, il sapere e 'l valore ond'è ripieno.
L'esperienza poi, che 'l tutto insegna, più che nell'avversario era in lui molta, e cangiato avea 'l core in cui più regna il voler giovinil ch'al furor volta;
né tale era però che 'n lei si spegna de' verdi anni miglior la forza accolta, ma del cerchio mortal premea quel punto ove 'l senno e 'l vigor va insieme aggiunto.
Fu d'infinito ardir, come il mostraro le palme innumerabili e i trofei; orgoglioso il faceva il sangue chiaro ch'ei pensava venir da i primi dei:
perché l'unico Febo, non pur raro, onde il sommo Giron discese e quei che fer poi lui, pensavan della prole esser nati quaggiù del proprio sole.
Era il giovin Tristan dall'altra parte, non pervenuto ancor ne i cinque lustri, spronato da i desir che 'nfonde Marte, e dal volere eguar gli antichi illustri.
Ben tutta conoscea la forma e l'arte qual più deggian seguire i duci industri, mai d'usarle sdegnava, e la virtude sol nell'invitta spada esser conchiude.
Ma l'intrepida forza era in lui tale che d'altrui sormontava ogni altra cura, tanto ch'a Seguran per quella eguale il poteva stimar, chi ben misura;
ma come sempre avvien ch'or scende or sale in chi brama or la speme or la paura, il britannico stuol, che 'l vede accinto, or dell'una or dell'altra era dipinto;
e riguardando il ciel dicea: “Signore ch'addrizzi con ragion sempre ogni torto, rendici il pio Tristan con lieto onore, e resti Seguran prigione o morto.
Se pur di lui pietà ti stringa il core, non sia con onta nostra e disconforto, e 'l devoto pregar tanto ne vaglia che sia pari tra lor l'aspra battaglia”.
E non men di costor l'oste d'Avarco di contrarie preghiere il ciel percuote: pur d'assai men timor l'animo ha carco, ché sa quanto l'Iberno in guerra puote.
Ma perché quel dell'arme è dubbio varco troppo suggetto alle volubil ruote della cieca fortuna e disleale, il timor della speme aggrava l'ale;
e tanto più , che la rovina importa di tutto insieme il perder Segurano, perché solo è di lor sostegno e scorta il suo lunge vedere e la sua mano:
senza le quali ogni fidanza è morta, e lo scampo di poi s'aspetta in vano. Così 'l soperchio pubblico periglio no 'l lassa rimirar con lieto ciglio.
Or già in mezzo a lo spazio s'appresenta Tristan che tra' due campi era lassato, ch'a Marte sembra ov'ha più l'alma intenta d'insanguinare il braccio a guerra armato;
indi al nemico suo che no 'l paventa appellando dicea: “Benché invitato abbiate oggi il miglior, viene il più rio che sia fra tutti i nostri, e son quell'io.
Ma pur, qual'io mi sia, più danno assai che timor, Seguran potrete farmi; e quantunque mai sempre vi pregiai sovr'ogni altro guerrier che cinga l'armi,
non però mai formato vi stimai oltra 'l corso mortal di saldi marmi o d'altra tempra inusitata e nuova, e mi fia gran piacer di farne pruova.
Or vi movete adunque, né sdegnate un giovin cavalier tra i molti eletto: ch'anco producer può la verde etate, pur che non spiaccia al ciel, maturo effetto”.
Il forte Seguran, ch'altre fiate l'avea veduto altrove giovinetto e del padre sapea l'alta prodezza, come il merito appar, molto l'apprezza,
e risponde: “Tristan, troppo m'aggrada contra un tal cavalier di tal valore e di tal nobiltà muover la spada, e 'n nuovo rischio por l'antico onore:
però ch'anch'io per la medesma strada, degli anni giovinetti al primo fiore, col gran re vostro padre in pruova fui, e qual proprio figliuol parti' da lui.
Debb'or dunque gradir ch'avvegna sorte ch'oggi a quella d'allor fra noi s'agguaglie: ch'io non cerco di voi né d'altrui morte, ma pregiato lodar delle battaglie.
Or vegniamo a veder chi sia più forte e più salde le piastre aggia e le maglie; e se qui dee finir la gloria nostra o rivestirse ancor la spoglia vostra”.
Così detto, il caval pronto e leggiero per lo spazio acquistarse indietro volta; fa 'l medesmo Tristano, e del sentiero poi che parte dicevole s'han tolta,
si volge l'uno e l'altro cavaliero, e fermato lontano intento ascolta in fin che 'ntra le orecchie gli rimbombe desiato fremir di chiare trombe:
il qual poi che tre volte i colli e 'l cielo di spaventoso grido avea percosso, l'uno e l'altro di lor con sommo zelo di sì chiara vittoria il corso ha mosso;
e féro al sol con polveroso velo de' bei raggi splendenti il lume scosso, e la frondosa fronte e l'ampie spalle mugir d'intorno alla famosa valle.
Al mezzo del cammin l'incontro duro quanto fosse null'altro si ritruova, e nessun è che più d'un saldo muro pur il piede o la staffa cange o muova.
Il possente corsier che donò Arturo al suo caro Tristan d'ottima pruova ben parve allor, ch'e' non si abbassa o piega ma doppo il greve urtar più il corso spiega;
ma quel di Seguran, ch'al fiero intoppo ha 'l vigore smarrito, il passo arresta: e perch'al suo poter fu l'altro troppo, nell'arenoso suol batte la testa.
Ma 'l suo signor, com'era avvinto e zoppo, col freno e con gli spron tanto il molesta, tanto il batte, l'affligge, punge e serra che, mal grado di lui, l'alza da terra,
e gli grida: “O famoso mio Podargo che di sì altere palme ho spesso cinto quando del sangue tuo prodigo e largo senza mai soggiacere eri dipinto,
quale or t'assal mortifero letargo che fuor d'ogni uso tuo t'ha in basso spinto, se allor reggesti a più feroci mani che non porriano aver mille Tristani?”
E con tal rampognare il torna in piede, più che mai pien d'ardir, veloce e forte; rivolgel poscia ove il nemico vede già pronto a ritentar novella sorte:
che poi che d'aquilon famose prede rotte in mille tronconi in giro attorte le due lance saliro al ciel volando, fan l'aria lampeggiar col terso brando;
e spingendo i destrier, l'un l'altro dona nel punto istesso e nel medesmo loco sopra il forte elmo, ch'aggravato suona di faville ripien di vivo foco:
e per modo a ciascun la testa intuona di stordimento egual, che furo un poco senza noiarse in pace, e tosto poi ritornaro i suoi spirti ad ambeduoi,
e vergognosa in sé la coppia sente più d'ogni creder suo forte il nemico. Ma il fero Seguran troppo è dolente che 'l giovine valor regga all'antico,
e diceva in suo cor: “Veracemente, che questi il quinto cielo ebbe più amico al primo nascer suo che 'l chiaro padre, che pur solo abbattea le molte squadre”.
E con questo pensier più mosso ad ira e di vittoria aver con più desio, sopra il loco medesmo in alto tira colpo che ben venìa spietato e rio;
ma 'l pio Tristan, ch'al suo cader rimira, col dorato lion si ricoprìo, sopra cui vien la spada di tal forza ch'offese dell'acciar la quarta scorza.
Né rimase al suo scudo il resto sano, ch'anco l'ultime tre tutte piegaro, e sentì dentro al braccio e nella mano l'armorico guerrier dolore amaro;
e dubita in fra sé ch'al sovrumano poder di Seguran non fia riparo s'altra percossa ancor simile attenda pria che lui gravemente non offenda:
e con forza maggior che mai battesse la siciliana incude aspro ciclopo l'elmo di nuovo al fero Iberno presse sì ch'averlo sì buon gli venne ad uopo;
però ch'allor senza suo danno resse al più grave furor che prima o dopo potesse sostenere, e mostrò in parte quanto sia da pregiar l'incantat'arte,
che per ordin sacrato di Merlino, col favor delle stelle, fabbricato fu da i più dotti spiriti, e 'l ferro fino nelle stigie riviere era temprato:
ché mentre Seguran caro vicino della Fata del Lago in dolce stato seco si ritrovò, quest'elmo tale fu di lei don che mai non ebbe eguale.
Fu lo scampo di lui dunque in quell'ora, che 'n fin sopra la sella in due diviso il fero busto dell'Iberno fora, ch'esser per altra man deveva anciso.
Riman tutto smarrito, e cade fuora dell'alta sede il naturale avviso: ma non lunga stagion, ché l'alma chiara sforzò se stessa, di vendetta avara;
e qual nodoso ramo, uscendo fuore dal tronco estremo e che 'l cammino ingombra, che con ambe le mani il viatore torce in traverso, e 'l suo passaggio sgombra,
che poi ch'è rilassato in tal furore al seggio torna ove solea far ombra che chi a dietro riman sì ben percuote che mal reggersi in piè sovente puote:
tal lo spirto di lui sì basso spinto dal possente ferir sopra il cimiero più che fosse ancor mai d'orgoglio cinto disdegnando risurge ardito e fero;
e ritruova Tristan che s'era accinto, per ritrar della palma il frutto intero, ad un colpo novel, che se 'l giungea nel disegnato fin posto l'avea.
Ma il forte Seguran nel destro braccio, mentre ch'alza la spada, il colpo stese, e 'l finissimo acciar qual vetro o ghiaccio dal taglio micidial poco il difese,
che 'ntorno si schiantò: pur tanto impaccio diede al furor che molto non l'offese, quantunque pur del sangue ch'indi uscìo sopra l'arme apparisse un picciol rìo;
e la spada e la man si china a forza, che non può contrastar, sopra la coscia: e se non che 'l buon cor troppo si sforza la natura cedea forse all'angoscia.
Ma il vivo spirto ogni dolore ammorza che 'l corpo offenda, e si può creder, poscia che rilevato il brando si riserra verso il crudo nemico a maggior guerra;
il qual rivolto a lui: “Chiaro Tristano, ben devreste apparar”, dicea, “per pruova ch'al maturo valor s'oppone in vano l'ancor giovine forza e l'età nuova;
e quanto e come alla possente mano la lunga esperienza in arme giova, e non basta l'ardir, s'e' non si mesce col senno poi, che 'l suo migliore accresce”.
Non risponde Tristan, ma d'una punta, quanto più salda può, truova lo scudo ove il nero dragon la lingua spunta, tinta di verde tosco e 'n vista crudo:
passal tutt'oltra, e sopra 'l braccio giunta trapassa il ferro come fosse nudo, e di sangue irrigò tutto il sinestro non men ch'ei prima a lui facesse il destro;
poi disse altero: “E Seguran comprenda quanto al giovin poter sia il senno frale, per saldo contrastar, ch'ei non l'offenda ove più del saper la forza vale”.
Qual vipera mortal che 'l sole accenda quando del suo cammin più in alto sale si fece il cavalier mentr'ode e sente non più il braccio impiagarse che la mente;
e con sì gran furor muove il destriero e 'n così angusto giro l'ha rivolto, che 'ntricandosi i piè sopra il sentiero si truova steso, e 'n fra l'arene avvolto:
e quantunque il cadere al gran guerriero tutto il suo destro lato offese molto, pur l'industria e 'l valor sì ben raccoglie che del peso ch'avea tosto si scioglie.
Ritorna in alto, e più che mai s'accinge, richiamando il nemico, a nuova guerra: né il cor tema gli agghiaccia o 'l volto pinge, di gir contra un corsier soletto in terra.
Alza il percosso scudo e 'l ferro stringe, e per la sua vendetta il passo serra; ma il pio Tristan, come levato il vede, con un salto leggier si mise a piede,
dicendo: “Io non so ben se 'l senno antico mi devesse insegnar tòrre il vantaggio, e se chi sia cortese al suo nemico è da i vostri dottor chiamato saggio;
ma sia che vuol, che per fidato amico più l'onor sempre che 'l profitto avraggio”. A cui l'altro risponde: “E ben si deve, che quel vive immortale, e questo è breve;
non intend'io, Tristan, che 'l senno mostre altra via che di lui, ch'è 'l sommo bene: ma che regga col fren le voglie nostre, che non passino il fin ch'altrui conviene;
e più al giovine cor, che indarno giostre sovente contra il cielo, e che si tiene di sormontar cotal sotto al cui regno non pur l'arme portar sarebbe degno;
qual v'avverrìa se 'l vostro cor credesse potere or contr'a me gran tempo stare”. Così dicendo, sì vicin gli presse l'orme, che 'l può col brando ritrovare,
e con forza cotal poi l'elmo oppresse, in cui tutto il furor volea sfogare, che tardando lo scudo a ricoprirlo, come il disegno fu, venne a ferirlo;
tal che, se la sua tempra era men fina, fòra la guerra lor condotta a riva. Squarciollo al mezzo, ma non tanto inchina ch'offesa entro ne sia la parte viva.
Come al robusto pin la neve alpina fa la cima avvallar di forza priva piegò la fronte il cavaliero allora, ma le rileva poi senza dimora;
e col proprio furor ch'orso impiagato che addosso al cacciator rabbioso vada, in fronte a Seguran l'istesso lato ov'ei percosse lui drizza la spada:
ma l'altro, che 'l sentia d'ira infiammato, ratto al greve calar chiude la strada, l'aurato scudo suo levando in alto contr'a chi romperia marmoreo smalto.
Ma lo spietato colpo tal discese che per mezzo il dragon proprio ha partito, che 'n diverse maniere, ad ali stese, ingombrò il seno all'arenoso lito:
e 'l braccio, che di punta prima offese, novellamente ancor restò ferito, ma non tanto però, che le sue forze la percossa ch'avea di nulla ammorze.
No 'l curò Seguran, ma lieto grida: “Or sarò più leggier senz'esso incarco, e mi basta la spada amica e fida al securo passar per ogni varco”.
Così dicendo, il gran valor ch'annida men che mai d'adoprar si mostra parco; ma quanto fosse ancor più ardito e fero verso il suo percussor calca il sentiero.
E 'l buon Tristan nell'arme si riserra, e col cor alto alla sua gloria intende: onde ardea più che mai cruda la guerra, cotal l'ira e l'onor ciascuno incende.
Questi il possente scudo avea per terra, il rotto elmo di quel poco il difende: così tanto agguagliata era la sorte ch'ogni uom forse di lor correva a morte.
Ma gli araldi reali, il saggio Amaso ch'è di sangue britanno, e 'l pronto Attoro che per Clodasso er'ivi, al duro caso gli scettri ch'hanno in man gettan fra loro,
dicendo: “Cavalier, già nell'occaso ha rattuffate il sol le chiome d'oro, né conviensi a guerrier por l'arme in opra come il notturno vel l'aria ricuopra.
Ciascuno è cavalier d'alta virtude, l'uno e l'altro è dal ciel di pari amato: e non vuol che 'l valor che 'n voi si chiude sia di sì nibili alme oggi privato.
Noi comandiam ch'alle percosse crude sia posto ultimo fin per ogni lato con quel poter ch'avem, cui chi disdice chiamarse disleale in guerra lice”.
A quel grave parlare il piè ritiene e raffrena ciascun l'ira e la mano, che san quale ha disnor chi contraviene al pubblico vietar del re sovrano.
Or tosto d'ambedue quete e serene si fér le menti, e 'n parlar dolce umano l'un l'altro loda, e con amica gloria sopra il nemico suo pon la vittoria.
Ma il chiaro Seguran seguendo poi dicea: “Tropp'oggi ho il cor lieto e contento, onorato Tristan, vedendo in voi che pur non sia scemato non che spento
l'onor paterno, che tutti altri eroi si lasciò indietro, e ch'io col piede intento segui' qual duce e padre, e poi col core gli fui sempre vicin col sommo amore:
il qual vogl'io per sempre che si stenda in voi mentre vivrò, se non vi spiace, quantunque questa mano oggi difenda colui che contro a i vostri guerra face.
Ma il ciel sa ben con quanta doglia offenda il grande Arturo, e detto sia con pace d'ogni altro re, che tutti solo eccede di quanto al sol la pia sorella cede.
Ma seguir mi conviene ove il destino m'ha mostrato 'l cammino e 'l troppo amore, a cui per contrastar più che divino valor convienne, e d'adamante il core.
Or sia che può, che nella mano inchino lui sempre e tutti voi con sommo onore, pregando il ciel ch'altra cagion mi vegna di far guerra per lui di lui più degna.
E perché 'l mondo sappia ch'a battaglia non ho per odio alcun fatto l'invito, ma bramando provar di quanto vaglia il guerrier ch'è tra' vostri il più gradito,
questo aguto pugnal che rompe e smaglia qual sia ferro più duro in alcun lito vi prego in nome mio prendiate in dono, con memoria immortal che vostro sono”.
Così detto gliel porge, ch'avea intorno il ricchissimo albergo di fin oro, di rubin tutto e di smeraldi adorno e d'altre gemme con sottil lavoro.
Quel sembra attorto della Copia il corno, queste i frutti ch'avea mostran fra loro; in cui di lettre aurate scritto appare: “Tal abbonde il guerrier di virtù rare”.
Il cortese Tristano allegro il prende, il bel dono e 'l suo cor lodando molto; poi la larga cintura onde gli pende la fortissima spada s'ha disciolto,
la qual non men di quel tutta risplende di lucente tesoro in essa avvolto, e quanto in atto può soave e piano all'avversario suo la pose in mano,
dicendo: “E 'n nome mio portando questa vi potrà sovvenir che la semenza del buon Meliadusse avrete presta in ogni vostra altissima occorrenza
non men ch'aveste lui, se ben non resta della infinita sua chiara eccellenza minima dramma in lei; pur, come sia, di potervi onorar brama ogni via”.
Così detto, si torna ove aspettato con sommo desiderio era da tutti, ma più dal grande Arturo, ch'abbracciato l'ha dolcemente, e non con gli occhi asciutti,
e dice in alta voce: “O dì beato che dell'arbor gentil sì chiari frutti e di sì gran virtù sì raro mostro producesti in onor del secol nostro”.
I duci, i cavalier, la plebe ignota come a cosa immortal gli stanno intorno: ivi s'accoglie ogni uom, lassando vòta la piazza star tra l'uno e l'altro corno;
ogni atto, ogni suo detto ascolta e nota e come da Pluton faccia ritorno il miran tutti poi che dalla mano scampato il pòn veder da Segurano.
Nella tenda real cortese il mena Arturo, ove il dì chiaro si vedea. Chiama Serbin, che gli saldò la vena dal sangue che nel braccio discendea;
indi alla mensa di vivande piena il suo caro Tristan, che non volea, sopra la stessa sua dorata sede con dolce forza e 'n belle lodi assiede.
Cercan gli altri poi tutti il proprio albergo, e 'l sofferto del dì passato affanno già con soave oblio lassansi a tergo, poi che l'esca gioconda gustat'hanno;
indi d'arida paglia al lasso tergo quanto più dolce pon, riposo fanno. Il medesmo adivien dentro in Avarco al popol d'arme e di sudore scarco.
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