Sì tosto come avvien ch'al grande Arturo le sollecite orecchie ripercuota del re Lago e de' suoi lo stato oscuro e l'aspra fuga di speranza vòta;
fa che 'l re Caradosso il bianco e puro bel vessillo reale al vento scuota, e le sonore trombe in quella parte sveglin dal nido suo l'invitto Marte:
e de' suoi cavalier l'ornate squadre che nell'aperto campo avea distese vien tutte rivedendo, e qual pio padre lor rinfresca d'onor le voglie accese,
dicendo: “Or vien dell'opere leggiadre, alle quei sempre aviam l'anime intese, la stagion convenevole, da poi ch'ogni estremo rimedio è posto in noi.
Ben potete veder ch'or sola giace la salute comune alla man vostra, che, se fia del valor ch'a lei conface, la vittoria e la gloria in tutto è nostra.
Ora a quel sommo onore e ben verace che la grazia di Dio n'alluma e mostra andiam con lieto cor, seguiam l'insegna che 'l celeste sentier con l'orme segna”.
Così detto a ciascun, posato e tardo ben fra lor agguagliato il passo muove, infin ch'all'avventar di lancia o dardo viene ove Seguran fa l'alte pruove.
Indi come cervier, leone o pardo che la preda affamato in selva truove, la polve infino al sol destando in alto, sprona il corso veloce al fero assalto.
Il romor de' destrier, dell'arme il suono nell'oscuro sentier che non appare sembra all'autunno il tempestoso tuono che sopra il fosco ciel si sente andare,
spaventando color che carchi sono di pensier crudi e d'atre colpe amare: poscia in ardente folgor si converte che le gelati nubi ha intorno aperte,
e con mortal fragor girando scende ov'han l'ombra maggior gli eccelsi monti, ch'or'Ossa o Pelio, or Appennino offende ove d'Arno e di Tebro escon le fonti:
Or l'alte torri or col furore incende de' sacri templi le famose fronti, or degli arbor più antichi abbatte e doma il piè, le braccia e la cangiata chioma.
Con sembiante furor di notte avvolta a ferir vien quest'animosa schiera, rïempiendo d'orror quel che l'ascolta ma più chi lei schivar, lasso, non spera:
giunge ove Seguran con gente folta l'attendeva orgoglioso e 'n vista fera, e s'ha d'aste e di scudi fatto schermo quanto può contro a lor sicuro e fermo.
Ma non ha il mondo forza che sostegna di tante lance, e tai l'estrema possa: tal ch'in un punto sol la regia insegna fa di mille guerrier la terra rossa,
che nessun resta in piè là dove segna d'esso colpo primier l'aspra percossa, né sol quei ch'ivi fur, ma molti poi dal medesimo urtar cadder fra' suoi.
Passano oltra i destrieri, e mille ancora premendo van sotto il ferrato corno: quasi simili a quei che traggon fuora della spoglia il frumento al caldo giorno,
quando il villan co i fren saldo dimora del loco in mezzo, e fa girarse intorno di giumente o di buoi l'elette torme che l'arido suo vel tritin con l'orme.
Rotta la lancia poi, si reca in mano ogni buon cavalier la grave spada, e con quella da presso e da lontano, ove spinga il caval, s'apre la strada:
tal che più d'un guerrier che sia sovrano convien per opra lor ch'a morte vada, oltre alla turba abbietta ed infinita che tra gli urti e 'l furor lassa la vita.
Uccise il gran re Arturo Cinofonte congiunto amato di Brunoro il Nero, nato in Usfalia alla gelata fronte ove al cimbrico mar volge Visero:
di sangue illustre e di ricchezze conte sopra molti vicin teneva impero, saggio nel consigliar, nell'oprar forte, e l'onore e 'l valor gli erano scorte;
le quali ad aspettar soletto a piede l'obbligaro un tal re di tanto nome: che d'alto allor sopra la fronte il fiede e di sangue gli empie l'elmo e le chiome;
e della sua virtù venne a mercede lo scarcar l'alma di terrestri some per la più chiara man che fosse allora dal mar d'Iberia a' liti dell'aurora.
Il nobile e famoso Childeberto, l'alto erede primier di Clodoveo, quantunque giovinetto e poco esperto diede aspra morte all'infelice Argeo:
che nacque ove più mostra il fianco aperto ver la Cantabria il salto Pireneo, che sposò di Verralto la sorella, nell'età sua ciascun fiorita e bella;
e 'l privaro in quel di le stelle infide dell'alma e della fiamma ond'egli ardea, che dalla destra spalla gli divide il braccio che la spada sostenea.
Cadde il miser chiamando le sue fide genti in aita, che ben lunge avea; e lo spirto che breve in lui dimora dal premer de' cavai fu tratto fuora.
Clotario uscito dal medesmo Franco a Melanippo il rio la vita toglie, nato in Pomeria, ove le bagna il fianco con l'onda Ortelo che le nevi accoglie:
questi del padre suo canuto e bianco rendeo sanguigne le sacrate soglie, perché il fratel, che di lontana sede devea tosto tornar, non fesse erede.
Or per quell'empio cor, ch'a fabbricare il pensiero infernale era stat'oso, la giustissima spada oltra passare fé in fino al dorso il giovine famoso.
Né Clodamiro il frate vuol mostrare d'esser manco de' duoi d'onor bramoso, come il quarto con lui Tëodorico d'esser men di virtù che gli altri amico.
E così questi due congiunti in uno, non lunge molto all'onorato Arturo che qual padre provvede che ciascuno sia di lor ben guidato e ben sicuro,
truovano insieme Ifito e Cromio il Bruno, fratei borgondi, e non di sangue oscuro, ma cugin di Clotilda, che già feo questi quattro figliuoi di Clodoveo:
ma le parti seguian di Gunebaldo, che di lei il padre Chilperico uccise; né il legame fraterno intero e saldo al desio di regnar termine mise.
Or questo unico par sicuro e baldo gli incontrati nemici si divise: Clodamiro percosse in fronte Ifito, e 'n fin fuora la gola è il colpo gito;
ferito è Cromio nel sinistro lato dal buon Tëodorico, e posto a terra. Indi truova Agraveno il forte Acato, che tra' suoi pochi pari aveva in guerra,
nel natio regno intorno circondato, come invitta città muraglia serra, dalla frondosa Ercinia, e poco meno era in Praga onorato che Drumeno.
Gli trapassò la gola nel traverso, e di lei l'aspra fistula divide. L'ardito Gargantin, Dolone il Perso della patria medesma seco uccide:
che di sangue infinito il petto asperso, biasmando il ciel ch'a quella sorte il guide, rotando gìo come in sospesa piaggia suole il secco troncon che spinto caggia.
Il cavalier famoso di Norgalle che tra' miglior guerrieri il mondo stima, che quelli avea della Lomunda valle che 'l Grampio adombra con l'altera cima,
nel petto fere, e 'l passa oltra le spalle, Ofeleste, che tien la gloria prima nel possente luttare, e fu il più chiaro del terren, che contien Rodano e Varo;
ma non gli valse allor contra la spada del nobile e fortissimo Britanno, ch'abbattuto convien ch'a basso vada avendo de' mortai l'ultimo danno.
Segue costui per la medesma strada l'Iberno Cebrïon con meno affanno: perché nel cor da Ganesmoro aggiunto senza doglia sentir muore in un punto.
Malchino il grosso, ch'a i Giganti sembra, incontrò di Sassonia Polemone, che smisurata forza anch'egli assembra più d'altro assai di quella regïone:
per tutto ciò con le possenti membra d'un colpo nel cimiero a terra il pone, e sonò nel cader l'armata spoglia come d'eccelso pin rovina soglia.
Fece il medesmo il nobile Gerfletto a Reso il Provenzal, ferito al fianco; Polibo poi con larga piaga al petto resta battuto da Finasso il bianco.
Landone il destro, tra i miglior perfetto, il cui sommo valor non fu mai stanco, con la punta mortal del fero brando pose il miser Cisseo di vita in bando.
Non resta indietro il saggio Talamoro con la doppia virtù ch'ha in guerra, e 'n pace, ch'uccise Ileo, come il cugin Mandoro spento il miser Coon di spirto face;
e per man del ricchissimo Arganoro della testa privato Emonio giace, quel che nato tra' Gotti Orïentali, pochi al fero suo cor trovava eguali.
Doppo costor Bralleno ed Amillano, Taurino, i frati e Melïasso il bello, il Brun, quel senza gioia, ed Urïano con l'altro invitto e nobile drappello
ne i suoi nemici insanguinò la mano, e fece sopra lor largo flagello: né l'un mai più dell'altro apparia lasso e d'una riga egual moveano il passo;
come doppo l'april si pòn vedere gli accorti mietitor per gli ampi prati dipartirse fra loro in lunghe schiere e 'n drittissimo fil gire agguagliati,
poi nell'ordin medesmo far cadere gli arditi fien per terra riversati con l'adonche sue falci: e 'n cotal forma d'Arturo ivi apparia l'egregia torma.
Ma il fero Seguran però non manca di mostrar la virtude ond'è ripieno: sostien la gente spaventosa e stanca e raccende il valor ch'ha spento in seno;
or nella destra parte, or nella manca s'avventa, come il folgore o 'l baleno, or tra i nemici in mezzo si vedea or dietro a tutti i suoi, che gli spingea.
Quale invitto nocchier, che da tempesta perigliosa sorpreso esser si vede, ch'or col fischio or col grido mai non resta e nel suo cominciar tosto provvede,
ch'allenta e tira or quella corda or questa com'or dritto o traverso il vento fiede, e secondo il furor che il legno assale cresce o tarpa di lui le candide ale:
ma poi che 'l suo sentier sente che sforza d'una sol parte l'Austro o l'Aquilone con bassissime vele alla sua forza, tutto romito in sé, la prora oppone,
volge il timon contrario e stringe l'orza e di non travïar la cura pone, che se 'l cammin che intende gli sia tolto d'avanzar per allor, no 'l perda molto;
tale il gran Seguran, poi ch'al furore che improviso sorvenne è in piè rimaso, rinforza il tutto poi dentro e di fuore, che possan contrastare ad ogni caso.
Con l'aste i suoi guerrier di più valore, che di Connacia avea verso l'occaso, pon nella fronte, e di lor duce feo il suo più chiaro amico, il forte Alceo;
quei dell'Ultonia pose alla man destra sotto il signor di Persa Banduino; gli altri, ch'ha di Laginia, alla sinestra, ove il fiume dell'Euro avea vicino:
questi alla guerra intrepido ammaestra Mogarto il biondo col fratel Sabrino; quei di Momonia stende alle sue spalle, e duci han Terrigano e Morrialle.
Come ha ben provveduto Segurano, e le forze addoppiate in ogni lato, già di tutto a Clodin la cura in mano ed a Brunoro il Nero avea lassato;
e col Nero perduto e con Rossano sopra un alto corsiero era montato, per gir con arme egual verso quel loco ove Arturo accendea l'ardente foco.
In questa ecco arrivar di sudor carco il più onorato araldo di Clodasso, il saggio Ideo, che lì venìa d'Avarco mandato a Seguran con ratto passo;
e gli dice: “Signor, se in alto varco vi sollevi oggi il cielo, e spinga in basso Arturo, il nostro re prega che vui lassando ogn'altro affar vegniate a lui,
per cosa appalesar che molto importa allo stato comune, e molto preme; e d'altro tanto il supplica e conforta la consorte real, la figlia insieme:
e meniate con voi la cara scorta del famoso Clodin, lor somma speme; e 'l vostro dimorar sì breve fia che danno indi nessuno uscir potria”.
Mentre ascolta il gerriero, il dubbio core sente in mille maniere entro cangiarse: muovelo il suo gran re, muovel l'amore della sposa gentile ond'arde ed arse;
d'altra parte il ritien l'ira e 'l furore e l'ardente desio di vendicarse. Pur dispon d'ubbidir, vedendo pure di lassar le sue schiere assai secure;
e chiamato Clodin gli dice: “Frate, ov'è 'l nostro gran re, gir ne conviene, come Ideo vi dirà: però lassate a Brunor, che di voi vece sostiene,
che con riguardo pio, fin che torniate, provveggia intorno, ove il bisogno viene”. Così fece egli, e mossero indi il piede inverso la real d'Avarco sede:
ove schiera infinita innanzi accorre di donne, vecchierei, di turba inerme, pregando il cielo e quei di fine imporre a i gran perigli di lor vite inferme.
Vanno oltra poscia, e sovra una alta torre di gran mura ricinta antiche e ferme, onde aperto veder si puote in basso ciò che 'l campo facea, trovan Clodasso:
che con Albina sua, l'antica sposa, e con l'amata figlia Claudïana stava a mirar con l'anima dogliosa de' suoi 'l valor contra la gente strana;
e perché avean già scorta la famosa coppia che per venir movea lontana, insperata non giunse, ma sì cara che lor fece addolcir la cura amara.
Stringe il tenero padre il giovin figlio, e 'l valoroso genero indi abbraccia; la madre pia con lagrimoso ciglio appellando ambedue stende le braccia;
la vaga sposa avea d'un bel vermiglio d'intorno ornata l'amorosa faccia, né sa che farse e 'n lei combatte insieme la vergogna e 'l desir, che punge e preme:
ma con tremante cor tacita attende, e del paterno amor si lagna omai che sì lunga ora in ritenere spende chi più degli occhi suoi tien caro assai.
Ma il suo buon Seguran, che solo intende di rivolger la vista a i dolci rai, sì tosto come puote indi si scioglie e l'onesta consorte lieto accoglie:
da cui di dolci lagrime bagnato, senza parola udir, tutto si sente, infin che di Clodin, ch'era da lato, la sveglia il ragionar s”avemente,
e le dice: “Sorella, in questo stato dimorar suol colei che sia dolente, non chi vede il consorte in somma gloria de' suoi feri nemici aver vittoria”.
A cui risponde allor: “Fratel diletto, del presente esser suo già non mi doglio, anzi ringrazio il ciel che l'abbia eletto per domar a i nemici il crudo orgoglio.
Ma chi può navigar senza sospetto di tempo avverso o di nascoso scoglio, e sia pur queto il mar, sereno il cielo, e la stagion miglior che ancide il gielo?
Chi può securo star sotto la luna, ove si cangia il tutto in un momento? Sono i doni e gli onor della fortuna sì come arida fronda o paglia al vento:
a cui staman fu chiara, oggi s'imbruna e 'l passato dolzor volge in tormento; tal ch'ogni uomo a ragion vive in timore, e per un mille un amoroso core”.
Qui finio 'l suo parlar, che 'l regio veglio il gran genero appella e 'l pio figliuolo, e dice ad ambedue: “Però che il meglio fu di ricorrer sempre a colui solo
ch'è d'arme e di valor l'altero speglio e che del quinto ciel corregge il volo, dico il possente ed onorato Marte che n'ha graditi ogn'ora e in ogni parte
perché venner di lui l'antiche genti onde 'l sangue vandalico discese; mi par ch'a lui deviam drizzar le menti in tai perigli e 'n sì mortali imprese,
e supplicarlo umil che uccisi e spenti renda i nemici, e libero il paese che col favor di lui, di ferro cinto, ho in sommo mio sudor conquiso e vinto.
E di ciò ragionando a Clitomede che del suo sommo tempio e sacerdote e le cose future aperte vede come noi le passate e le più note:
doppo alquanto mirar d'un'alta sede in quai voci presaghe l'ali scuote ogni rapace uccel, guardò nel foco, ch'è l'elemento suo, pur in quel loco;
indi a me ritornando in lieto volto mi disse: “Alto mio re, securo spero che 'n sangue e morte l'avversario avvolto tosto vedrete, e vincitore intero
Seguran fia, se di quantunque tolto avrà di preda al suo nemico fero la quinta parte almen promette in voto al nostro altero Dio piano e devoto;
e non lasse passar l'ora fugace mentre che Lancilotto sta lontano: il qual se con Arturo avrà mai pace, ogni nostro sperar sarebbe vano,
ché morte acerba o gran periglio giace in quella cruda man per Segurano; ma se vorrà di lui schivar la spada, sicurissima avrà tutt'altra strada.
Soggiunse poi che vi consiglia ancora ch'a singular battaglia oggi chiamiate fra ciascun cavalier ch'ivi dimora il miglior di valore e di bontate:
certo che sovra ogn'uom quaggiù v'onora il fero Marte, che voi solo amate; per cui sarete a somma gloria indotto se schivate il furor di Lancilotto.
Né ciò sembri viltà, ch'avvenir puote che sovente in alcun minor virtude sia dal girar delle superne rote, ond'ogni bene e mal quaggiù si chiude,
guardata sì ch'ogni sua forza scuote a qual truovi maggiore, e 'ndarno sude ogni altra al contrastar, ch'al fin conviene vincitrice esser lei che 'l ciel sostiene.
Non si deve onorar per saggio o forte chi spera il suo valor tòrre alle stelle, e chi fuor di ragion disprezza morte via più ch'ardito e buon crudo s'appelle:
ceda il mortale alla mortal sua sorte, né stenda le sue voglie empie e rubelle oltra l'ordin lassù, ma per la strada che glie mostra miglior contento vada.
S'egli è dato dal ciel che Segurano, il cui chiaro valor l'umano ecceda, aggia intrepido core, invitta mano sì che d'ogni guerrier riporti preda,
ma la sua sorte al figlio del re Bano, ben che di men virtù la palma ceda, soffrir conviensi, e ringraziarlo appresso che 'l poterla schivar ne sia concesso”.
Qui tacque il re antico; e 'l fero Iberno che stima il suo poter sovr'ogni fato gli amorosi ricordi prende a scherno, e risponde in sermon d'ira infiammato:
“Or non sapete voi che 'l proprio inferno, con quanti ha mostri e furie in ogni lato, non desteriano in me tanta paura che di forza qual sia tenessi cura?
Né sète voi 'l primier, né Cliotomede, che di lui m'ha narrate aspre novelle: perché la fata che nel lago assiede mentre il nutria per le stagion novelle
sovente mi narrò ch'aperto vede, per quanto al nascer suo mostrin le stelle e per quel che Merlin gli solea dire, ch'io per la spada sua devea morire.
E mentre m'accogliea con quello affetto che far si possa un più leale amico, quante fiate m'ha piangendo detto che si dolea del fato empio nemico,
cagion che per suo figlio avesse eletto chi sormontando il vero onore antico farebbe il nome eterno esser di lei, ma la fin recherebbe a i giorni miei?
E così spesso al mio cospetto poi chiamando lui, che fanciullo era ancora, giurare il fé sovra i parenti suoi e per la deïtà che più s'adora
di non cinger mai spada contro a noi per qualunque cagïon portasse l'ora: quel ch'ei sempre servò, ché in ogni parte, ond'io non sia co' suoi, da me si parte;
ché mille volte e più, quant'aggio udito delle prove ch'ei fa l'altero grido, bramoso di veder se sia mentito ho cangiato cercandolo arme e lido:
ma doppo a i primi colpi, ov'ha sentito dell'occulto mio gir l'abito infido, ripon la spada allor, volge il destriero e sdegnoso da me torce il sentiero;
ond'ho sempre portata e porto doglia, che da lui vilipeso esser mi sembra: e certo son di riportarne spoglia, se d'adamante ancora avesse membra.
Minaccie pure il ciel, dica che voglia tutto il concilio ch'a predir s'assembra, che Lancilotto solo in guerra chiamo e con sommo desio sol esso bramo.
Ed a voi, caro suocero e signore, dolce padre onorato e re sovrano, avrò per obbedir con sommo amore in ogni stato il cor presto e la mano:
ma che mai di costui tema il furore il vostro affaticar del tutto è vano, ché più caro il morir per lui mi fia ch'allungar gli anni miei per questa via.
Sia del terrestre quanto al fato aggrada, che gli può poco tòr, send'ei mortale: pur che lo spirto mio per dritta strada addrizze sempre al ciel candide l'ale,
né si possa mai dir che questa spada, a cui di sommo onor, non d'altro cale, se ben fusse conversa in ghiaccio e 'n vetro, per temenza d'altrui tornasse indietro.
Di fare al quinto ciel solenne voto d'ogni spoglia donar la miglior parte, consent'io col pensier piano e devoto, né fien le mie promesse al vento sparte:
ché d'orgoglio è ripien, di senno vòto l'armato cavalier che sprezzi Marte, e che d'esse adempir contento fui voi quinci testimon ne appello e lui.
D'esser io poscia a singular battaglia con quel duce miglior che segua Arturo, se 'l provocargli e l'invitar mi vaglia, d'obbedir Clitomede andrò sicuro:
benché pochi vi sien di cui mi caglia, se i medesmi son qui ch'altrove furo; se non forse Tristan, che pure è certo ardito cavalier, prode ed esperto.
Or questa sia la fin del parlar nostro, riponendo nel ciel ciò ch'esser deve, ch'io men vada volando al campo vostro a cui di ritornar promisi in breve.
Vivete lieto or voi, né augurio o mostro o falso antiveder di spirto leve vi faccia non sperar vita e vittoria, lunga pace tranquilla e somma gloria”.
Il buon vecchio real, ch'intento ascolta del gran genero suo l'alte parole, ha di doppio timor l'anima avvolta e del suo troppo ardir seco si duole:
non risponde altro a lui, ma gli occhi volta piangendo al cielo e dice: “O vivo sole, se l'umana virtù ti fu mai cara difendi questa in lui più d'altra chiara;
e le mostra il cammin dritto e verace che la conduca al fin de' bei desiri: opra col tuo poter che nulla face di sguardo micidial lassù la miri,
e 'l disegnar quaggiù torni fallace di chi più a i danni suoi spietato aspiri; e tal dell'ali sue sostieni il volo ch'al sacrato arbor tuo pervegna solo”.
Poi ch'ebbe così detto, a lui si volse, e con tal ragionar lieto l'abbraccia: “Chi crederrà che l'uomo in cui raccolse tanta bontade il ciel già mai gli spiaccia?
E cui di tanto onor la vita avvolse consenta in morte che negletto giaccia, che 'l passato valor pietà non muova? E di così sperar mi piace e giova.
Gite or con buono agurio, e vi sovvegna che non sempre è lodato il troppo ardire: ma solamente in loco ove convegna gli aspri nemici abbattere o morire.
Poi sopr'ogni altro chi comanda e regna non si lasse portar dal van desire d'acquistar poca gloria in gran periglio, ma via più che la mano use il consiglio”.
Qui alfin si tacque, e dal suo sen disciolto il gran genero poi da sé diparte; indi a Clodin con lagrimoso volto dice: “Figliuol, però che il senno e l'arte,
che distinguon l'uom saggio dallo stolto e ch'han del bene oprar la miglior parte, son dell'uso e del tempo il parto chiaro, truovano in giovin cor l'albergo raro.
Vi ricordo e vi prego per questi anni così debili omai, canuti e bianchi che 'n dolor lunghi e 'n travagliosi affanni son di piangere i suoi pur troppo stanchi,
che dall'odio mortal de' re Britanni e dall'aspro furor de' guerrier Franchi con accorto riguardo e con misura, quanto importa l'onor v'aggiate cura;
e di quei cavalier seguiate l'orme i quai sien più di voi nell'arme esperti: né l'ardor giovinil l'animo informe d'impossibili a lui ricercar merti,
né vi muovan di quei le vulgar torme che del vero valor vivono incerti, e non san che l'ardir di senno scarco di vergogna e di morte è il proprio varco”.
Già cerca Seguran dall'alma sposa in breve ragionar congedo avere, quando lei sente afflitta e lagrimosa tra le sue braccia misera cadere,
e 'n sembiante apparir qual bianca rosa, poi che 'l raggio del sol la scalda e fere, che 'l leggiadro splendore ond'era adorna in pallido color languendo torna.
Doppo alquanto vagar, poi ch'al suo loco il travïato spirto era tornato, le due languide luci alzate un poco nel volto affisa del cosorte amato:
poscia in greve sospir ripien di foco dicea tutta tremante: “In quale stato sol mi rechi il timor de i danni nostri ben potete or veder con gli occhi vostri.
Però prego piangendo, o signor mio, di mirar col pensier qual esso fora se mi ferisse il cor qualch'aspro e rio caso di voi, come n'avvien talora.
Ma pria quel gran Motor, quel sommo Dio che per pedre comun ciascuno adora, del suo terrestre vel quest'alma spoglie che rivestirla, oimé, di simil doglie.
Ma se m'amaste mai, come sovente ch'io mel credessi pur desio mostraste, e s'è di merto alcun l'amore ardente che 'nfiammi di Giunon le voglie caste:
allor che 'n mezzo alla nemica gente in tra spade pungenti e rigide aste spronerete il corsier, vi risovvegna del mio pregare umìl, s'io ne son degna;
e dite in voi medesmo: - Claudïana che 'n sì angosciose pene oggi lasciai, se per temenza immaginata e vana se le oscurar così del sole i rai,
che faria, miserella, se lontana d'ogni conforto e tra infiniti guai si trovasse al più rio del corso umano senza la scorta aver di Segurano,
che non è sposo sol, ma padre e frate e mille dolci nomi aggiunti insieme? L'orme omai calca all'ultime giornate l'onorato Clodasso, e morte il preme:
de' suoi tanti german di salda etate solamente in Clodin chiude ogni speme; giovine incauto, e ben che d'alto core non forte a sostener sì gran furore.
E chi sarà il suo scampo, poi che 'n seno fia de' Franchi e Britanni il nudo Avarco, che non la prenda allor l'empio Gaveno, da lei per mia cagion d'ingiurie carco,
e sfoghi tutto in lei l'aspro veleno del qual mentre vivrà non fia mai scarco, e tra le serve sue mattino e sera oprando l'ago e 'l fil la tenga a schiera? -
E 'l misero figliuol, ch'al terzo mese port'io, del nostro amor gradito pegno, cerchi a nascer lontan l'altrui paese per restar servo fra i nemici indegno,
e dell'alte rovine in noi discese e delle lor vittorie eterno segno? E dir possa il più vil con fero ciglio: - Quei son di Seguran la sposa e 'l figlio? -
Non sempre troverrà cortese affetto come già in Lancilotto in altri tempi, che al padre la rendeo, contro al disdetto di quei che la voleano avari ed empi:
ma trovandola ancor, se 'l patrio tetto, se le pubbliche mura e i sacri tempi saran destrutti, e tutti ancisi i sui, ove la tornerebbe, e 'n man di cui?
Deh, consorte onorato, aprite alquanto alla preghiera umìl l'orecchie e 'l core, e tempre in voi l'umor del nostro pianto qualche favilla al marzïale ardore:
né vogliate spregiar del sacro e santo vate le voci pie scarche d'errore; perché veduto avem per prove antiche che le stelle al predir sempr'ebbe amiche.
Riducete qui presso i guerrier vostri, ch'a quest'alma città guardin le mura ove d'Euro e d'Oron gli ondosi chiostri men la parte di lor rendon sicura,
infin che 'l ciel con miglior segni mostri della vostra virtù tener più cura: ché non sempre ha lassù le voglie eguali, ch'or minaccioso or pio volge a i mortali.
E 'n questo tempo tutte a i santi altari sacrifici porgendo, doni e preghi, con meste voci e con sospiri amari supplicherem che 'n voi la vista pieghi
e le notti felici e i giorni chiari per le nostre vittorie amico spieghi; e doni a voi ghirlanda in questa riva di trïonfante lauro, a noi d'uliva.
E se avrem le battaglie a noi vicine potrò il vostro valor vedere almeno, e contar meco l'anime meschine che del fero Pluton porrete in seno:
pregando allor che le virtù divine al vostro troppo ardir reggano il freno, né l'ostinato cor vi porte in loco ch'ogni sforzo al tornar poi fusse poco;
e non sempre udirò fra doglia e tema di messaggier fallace le parole che 'l ver come gli aggrada accresce e scema e sempre oltra il dever s'allegra e duole:
e 'l mio misero cor ch'or arde or trema più sovente il peggior creder ne vuole. In questo loco almen gli occhi vedranno il lor proprio contento e 'l proprio danno.
Poi tutti i nostri duci e cavalieri, che si vedran de' suoi le luci sopra, si mostreranno in arme assai più feri ch'ove l'altrui viltà s'asconda e copra:
però che in uom che bassi aggia i pensieri la vergogna e 'l punir più d'altro adopra, e tal qui con Tristan si farà ardito che là del suo scudier saria fuggito”.
Qui si tacque piangendo, e Segurano, nel cui feroce cor dolce pietade pur desto avea l'umil sembiante umano e le lagrime pie di tal beltade,
risponde: “Il contrastare in tutto è vano ai voler di lassù, né truova strade secure il piè mortal che 'l meni dove non si stenda il poter del sommo Giove;
sì che 'ndarno oprerem, se fia pur vero quanto n'ha ragionato Clitomede. Ma non vola tant'alto uman pensiero, né la vista dell'uom sì adentro vede:
però ch'aggia mentito affermo, e spero di lui veder di tutto il danno erede che per voi lusingare a me predice, e me più ch'ancor mai con voi felice.
Or, dolcissima sposa, a me più cara che le medesme luci e questa vita o s'altra cosa mai più amica e rara mi può in sorte venire, o più gradita,
spogliate il cor di questa doglia amara ch'a temer troppo e lagrimar v'invita, e 'l rivestite omai di quella spene ch'allo spirto real di voi conviene:
ché chi nata è di sangue così altero il pensier femminil da sé divida di quanto possa mai sotto al suo impero recar fortuna instabile ed infida,
sì che l'animo resti invitto e 'ntero, difeso dal valor che 'n lui s'annida; e morte o servitù che da lei vegna non oscure il candor che in esso regna.
E chi tutto al pensier si pone avanti ciò che puote avvenir nell'alte imprese, di sé il morir, de' suoi più cari i pianti e de' nemici poi le crude offese,
degno non è tra' cavalieri erranti vestir di Marte l'onorato arnese, ma di riposo inerme e d'ozio vago tra le femmine usar la rocca e l'ago.
Conviensi all'alto cor, da poi che scorga che non senza ragion segue una strada, per quantunque ella scenda o in alto sorga col cominciato passo innanzi vada;
solo alfin destinato gli occhi porga, ché mal si può avanzar chi altrove bada: sia lontan d'ogni tema, e 'l meglio attenda; poi quanto ha 'l ciel disposto in grado prenda.
Ben vi giur'io, carissima consorte, per le fiamme d'amor ch'io porto in core, che men grave mi fia l'istessa morte che il lassarvi lontana in tal dolore;
e che per non recarvi a peggior sorte, pur ch'io non squarci il marzïale onore, guarderò dalle insidie questa vita ch'io prezzo sol perch'è da voi gradita.
Ma di qui rimenar le genti indietro impossibil saria, senz'onta avere: ché più frali assai son che ghiaccio o vetro per chi cerchi cangiar le assise schiere,
che ingombrate talor da incerto e tetro timor, non le può a fren poi ritenere duce né cavaliero, e meno ancora se 'l passo ritirar convegna allora.
Ma bastivi che 'l loco ove noi semo non men che 'ntorno a qui ne dia vantaggio: e se 'l ciel non ne sia nemico estremo, dello avversario uman tema non aggio.
Vivete lieta pur, che poi ch'avremo vendicato di noi l'antico oltraggio, fia dolce il rimembrar del tempo rio; e se 'l contrario avvien, sia posto in Dio”.
Rivolto appresso alla famosa Albina, l'alma suocera sua, così dicea: “Ovunque intenda la virtù divina di condurmi a fortuna o dolce o rea,
madre onorata, con la mente inchina vi prego umìl che la mia sposa e dea che di voi nacque, in tanta cura aggiate che non sia cruda in sé la sua pietate”.
Qui si tace e l'abbraccia, e l'asta presa, che 'n terra al suo venire avea confitta, rivolge il passo alla lassata impresa ove ancor l'attendea la schiera invitta.
Della vecchia infelice, che compresa dal primiero languir rimane afflitta, al soverchio ch'avea, s'aggiugne il duolo quando vede il partir del suo figliuolo,
Il partir di Clodin, che già seguia del caro Seguran gli alteri passi: il qual rappella sconsolata e pia, dicendo: “Or fate almen che gli occhi lassi
possan di voi saziarsi alquanto, pria che ritorniate ove crudele stassi, di voi, di tutti noi bramando morte, il fero inessorabile Boorte.
Né poss'io ben saper, che 'n Dio sol giace, lassa, s'io debba mai rivederv'anco, o s'ancor aggia meco tregua o pace il ciel, ch'a i danni miei non veggio stanco:
che 'n dodici figliuoi breve e fallace piacer mi diè, poi che venuta è manco già la parte maggior di tutti, ed io in vita resto ancor per danno mio.
Fu nel passare il mar da Lancilotto, che in tormento di me nel mondo è nato, in un punto medesmo a fin condotto Ercole il forte e 'l caro mio Dentato.
Poscia, allor che Grifon fugato e rotto fu presso all'Era al suo sinistro lato, lassò il verde terren di rosso tinto per l'istessa sua man Decimo e Quinto;
ch'or volge il Sesto sole allor ch'avea di nuovo aurato pel fiorito il volto l'uno e l'altro di lor, sì che parea nel più cortese april germe ben colto.
L'altr'anno appresso per fortuna rea il mio dolce Settimio mi fu tolto dall'arme di Baven crudele e fera sopra il lito fatal dell'empia Cera.
Nonio non molto poi da Lïonello, del maladetto seme anch'ei di Gave, pur qui vicino al suo paterno ostello restò impiagato da percossa grave
nell'osso della fronte ch'al cervello fa di sopra e di fuor coperchio e chiave: e senza il gran valor di Palamede gli dimorava in man tra l'altre prede.
Ma difeso da lui, di polve e sangue le giovinette chiome e 'l volto pieno, mi fu portato, oimè, pallido essangue, ch'omai poco di spirto aveva in seno.
Poi, qual vermiglio fior che colto langue, fra queste braccia misere vien meno, e mi tenn'io crudel, che 'n quella vista non andai innanzi a lui dogliosa e trista.
Ma son rimasa ancor, per quel ch'io temo e già vidi per prova, a peggior sorte, però che acerbo allor di vita scemo il poverello Albin fece Boorte:
ché, perch'ei fu di tutti il parto estremo, troppo il cielo accusai della sua morte, e perch'oltre al voler del pio marito del medesmo mio latte era nutrito.
Così l'unica figlia Claudïana e cinque altri di voi mi restan soli, che mi parea d'ogn'altra esser sovrana in numero e beltà di tai figliuoli.
E ch'io sia di timor venuta insana che 'l mio fero destin voi non m'involi, mi riprenda colei che se ne truova sette volte, com'io, già stata in pruova.
Io non veggio arrivar mai messaggiero inviato dal campo in questa parte ch'io non senta agghiacciar l'alma e 'l pensiero e 'l core sbigottirse, e batter parte:
ché mi par sempre udir che 'l destin fero, congiurato al mio mal con l'empio Marte, per aggiungermi ogn'or tormenti a doglie voi, che primier portai, del mondo spoglie.
Però, dolce figliuol, per gli ultim'anni ch'a squarciare il mio vel son presti omai, per quelli antichi già sofferti affanni che del peso di voi gravosa andai:
il simulato oprar, gli ascosi inganni che i Britannici e i Franchi a i nostri guai tesson la notte e 'l dì saggio schivate, né vi dia troppo ardir la verde etate”.
Con tai parole alfin gli occhi e la fronte d'amarissime lagrime gli inonda, come suol sotto speco ombrosa fonte che larga stille dall'erbosa sponda.
L'affannato Clodin con le più pronte parole ch'al dolor la lingua infonda dice: “Omai son finite, o dolce madre, l'ore de i vostri ben rapaci e ladre.
Sperate pur, che doppo oscura pioggia si suol vago e seren vedere il cielo, che non serva ad ognor l'usata foggia come non sempre è caldo o sempre è gielo.
Ora il nome d'Avarco illustre poggia cui gran tempo oscurò gravoso velo, e chi vive de i vostri in gloria, e 'n pace vedrete e 'n sommo onor chi morto giace.
E vi prometto poi, per quello amore che 'n verso madre tal conviene a figlio, che i veraci ricordi in mezzo il core mi staran sempre, e 'l vostro pio consiglio”.
Qui baciando la man con dritto onore e mostrando ver lei pietoso il ciglio, altresì poscia alla sorella pia, dietro al suo Seguran ratto s'invia.
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