Skip to content
1495–1556

CANTO VI

Luigi Alamanni

In tai parole all'ordin suo primiero ricondotto ciascun, muove a battaglia. Ma in altra parte, vincitore altero, rompe affinato ferro e salda maglia

il famoso Boorte, e già l'impero di tutti ha in mano, ove i nemici assaglia: ché di lui sol l'aspetto e sol la voce più che 'l ferire altrui spaventa, e nuoce.

Il grave scudo d'ermellini adorno con tre purpuree bande che gli cinge adoprava il medesmo quasi, il giorno, che di Medusa il capo si dipinge:

ché per fuggir da lui la gente intorno l'un l'altro con timore urta e sospinge. Così trionfator per tutto giva, e nessun più di riguardarlo ardiva.

Il cimier, ch'una fiamma sostenea che di vivo piropo avea colore, la vaga stella e lucida parea che davanti all'aurora spunta fuore

nella secca stagion che, all'onde rea, n'apporta Febo al suo più grave ardore: che vien più sfavillante e più soave ch'altra luce che in mar le chiome lave.

Doppo il fuggir di molti, al fin ritruova ove per altra strada a i danni grevi Palamoro ha condotto aita nuova de' suoi cavai ch'al corso avea più levi:

così la crudel guerra si rinnuova, e chi cadeva pria par si rilevi, e tal riprenda ardire, e tal vigore, che già 'l vinto minaccia il vincitore.

Non turba ciò 'l magnanimo Boorte, anzi più lieto assai nel cor diviene, che gli sembra onorato per vie torte chi per l'altrui fuggir palma sostiene.

Or che sente i nemici avere scorte di maggior forze, e di virtù ripiene, spera, quelle abbattendo, dritta lode riportarne più chiara, e 'n sé ne gode,

e gli pare or trovarsi a guerra eguale che d'arme e di cavai sembiante fosse. Or qual rapace uccel che stenda l'ale alla preda affamato, il destrier mosse:

ratto Esclaborre tra i primier l'assale, e con l'asta durissima percosse lui che la spada ha sol, ma il curò poco, né per colpo cangiò pensiero o loco.

Né in altra guisa all'orrida tempesta dà in aspro scoglio tormentata nave, ch'ei non si crolla pur, ma quella resta rotta e sommersa, a se medesma grave;

cotal la lancia vien poco molesta a chi spunta ogni forza e nulla pave, ma si ruppe ella in vano, e lui passando Boorte nel cimier ferì col brando:

e fu il colpo cotal, ch'al greve peso non si può sostener dritto Esclaborre, che quantunque non sia di piaga offeso conviengli al suo destrier l'incarco tòrre,

e tosto cadde su 'l sentiero steso qual d'alto in basso fulminata torre. L'altro senza guardarlo a terra il lassa e sopra i suoi compagni innanzi passa.

Oltra i monti Navarri, ove a Palenza va irrigando il terren Linia e Duero, Fradmone avea, che fu d'alta eccellenza, in sacre leggi espor dritto e severo,

tal ch'a lui fu con somma riverenza d'ogni lite estricar dato l'impero: e 'n supreme ricchezze due figliuoli, Locasto e Gesileo, si trovò soli;

i quai semplici allor le paterne orme, come spesso adiviene, ebbero a sdegno, e di quei cavalier seguir le torme ch'Esclaborre tenea sotto il suo regno.

Or lui vedendo ch'abbattuto dorme, e più di morto che di vivo ha segno, si divison tra lor da ciascun lato e 'mprovisto il guerriero hanno scontrato.

e ben seco pensar di pia vendetta gloria portar sopra l'offeso duce; e 'l ferì Gesileo dove più stretta la cintura alla destra si conduce,

Locasto alla sinistra, ove d'eletta tempra sopra le spalle il ferro luce: ma gli fero ambedue sì lieve danno che 'n duol soverchio e meraviglia stanno.

Ma il cavalier di Gave al più vicino dentro al cavo del petto addrizza il brando, e delle chiuse coste apre il confino e 'l pon di vita e del destriero in bando.

Gesileo, ch'alla destra era in cammino e 'l fratel d'aiutar giva cercando, sopra la testa di traverso fere e non lunge al primiero il feo cadere.

Quei che 'ntorno seguiano i buon corsieri, ch'ivi de' lor signor ivan disciolti, porgono a i dolci amici e cavalieri fan gli stanchi pedestri, ch'eran molti.

Sprona il prode Boorte ove più feri scorge in arme i nemici, ove più folti, e gli umilia in tal sorte, e gli dirada, ch'ovunqu'ei muove il piè truova ampia strada;

or atterra i cavalli, or quella gente ch'al suo sommo poter vuol contrastare. Come talvolta il rapido torrente, quando armato di piogge l'austro appare

allor che 'l sol doppo la bruma algente suol dell'Alpi canute il pel cangiare, ch'ei per doppio vigor leva la fronte scendendo ardito e minaccioso il monte,

e co i ponti sommersi a forza mena qualunque arbore incontra, argine o sasso; biade, armenti, pastor, la mandra piena degl'infelici agnei conduce in basso:

pur giunto alfin sopra l'antica arena ratto e vittorïoso allarga il passo, e quanto ivi la valle e 'l pian si stende al suo imero novel suggetto rende;

simil a lui 'l magnanimo Boorte quel giorno par fra le nemiche schiere: queste a fuga condanna e quelle a morte, or col ferro, or con l'urto abbatte e fere.

I miglior duci e le più altere scorte non ponno al greve caso provvedere, ché tale stringe ogn'uom timor di lui ch'ei non sente se stesso, e meno altrui;

e 'n van son le minacce e i preghi in vano, e i ricordi d'onor non han più loco. Non giova contro a lor muover la mano, perch'ogn'altro morir paventan poco:

ogni alto duce e cavaliero Ispano, ch'ivi erano i maggior, sembran di foco per lor privata e pubblica vergogna, e di quei ritener ciascuno agogna.

Ma come ogni fatica indarno spende chi vuol l'onda serrar ch'ha preso il corso, che può quella veder ch'a destra scende poi che nella sinistra avea soccorso,

o che da tergo il leve passo stende allor che nella fronte è posto il morso: poi ch'abbondata al fin cresce il furore, ogni freno sprezzando, esce di fuore:

a quei duci il medesmo avvenuto era che 'l timore affrenare ebbero speme. Ma il feroce Boorte or quella schiera or quest'altra, ch'ei truova, abbatte e preme;

or nella fronte lor che va primiera or con gli ultimi andar si vede insieme, e sì oltra talor passato ha il varco ch'ei non si discernea da quei d'Avarco;

e già tanto piegava al fero assalto che indietro si fuggia tutto quel corno; s'al gran bisogno subito Verralto non venia, con gli arcier ch'aveva intorno:

e seco era il possente Morassalto con quei della Granata al mezzo giorno, Druscheno e Loto, il duce d'Aragona, e Roderco co' suoi di Barzalona.

All'apparir de' quai, riprende ardire di quei che si fuggian la miglior parte: ivi altro nuovo modo han di ferire di lontan quelle genti, e 'n giro sparte.

Poco puote il valore incontra gire, ch'han più che di leon di volpe l'arte, e già più d'un famoso cavaliero è ferito da lor, più d'un destriero.

Non però di Boorte la virtude per novello accidente anco vien meno, ma con più sdegno e più furor si chiude dell'aperte ali nel profondo seno:

né gran ferro affocato sopra incude batté mai fabbro allor ch'al suo terreno vuol dare al pio cultor sementa nuova, ch'al vecchio aratro il vomero rinnuova;

com'ei senza arrestar, la grave spada sempre menendo a cerchio, gli percuote: quel pon morto riverso su la strada, quel della mano e quel del braccio scuote,

quell'urta col destrier, mentre ch'ei bada ove alcuno impiagar più dritto puote: tal che sol di lontan fallaci e lenti pon commettere i colpi in aria a i venti.

Ma il rio Druscheno, che in Valenza nato tra 'l fiume Goldamoro era e la Sema, poi che sente il suo popolo affannato di morte in preda e di soverchia tema,

quanto può ascoso si tirò dal lato ove Boorte allor la gente prema; poi tende l'arco, e di possente strale addrizza verso lui colpo mortale:

e nell'omero destro il prese a punto ove più la corazza in basso viene; passa tutto oltra, e gli ha quel lato punto da cui con molti rami escon le vene.

Lieto grida Druscheno: “A morte è giunto chi dava a i nostri inevitabil pene; non sia chi tema più, signor d'Avarco, ch'alla nostra vittoria aperto è il varco.

Di tutti quei d'Arturo oggi il migliore fia scarco per mia man di vita omai: rivestiam pure il solito valore per tosto vendicar gli avuti guai.

Or risurge per me l'ispano onore che più che 'l chiaro sol dispieghe i rai ovunque arco si tenda o spada stringa e quanto l'oceàno intorno cinga”.

Così dicea vantando il fero Ispano, che lui morto credea che vive ancora. Boorte in atto di timor lontano chiama Baven, che presso a lui dimora:

“Or non vi pesi, o caro mio germano, di trarmi il ferro della spalla fuora, acciò ch'io possa i fatti o i detti almeno vendicar di mia man sopra Druscheno”.

Mosse il fido Baven tutto pietoso, e di tema ripien del colpo rio tirò lo stral, che intorno sanguinoso della piaga stillante fuori uscìo.

Boorte, schivo ancor d'ogni riposo, rivolto al Ciel diceva: “O lume pio ch'accendi ogni altro, e fida scorta sei de i migliori, abbagliando i crudi e' rei;

se ti fu a grado mai l'alta speranza che 'n te sol ebbi, e non altrove unquanco, vengami oggi da te forza e baldanza che la mia spada o 'l cor non rtesti stanco,

fin che Druschen, ch'ogni perfidia avanza, per questa mano offeso vegna manco, e ch'io dimostri al mondo che mal vada chi non segue de' tuoi la dritta strada”.

Cotal dicea, né pur finite a pena avea le divotissime parole che le membra leggier, salda la lena truova, e più fermo il cor di quel che suole.

Già sente asciutta la percossa vena, né l'omer l'impedisce, o 'l colpo duole: sprona lieto il cavallo, e si rimette ove non cura omai dardi o saette;

ché se pria tra' nemici ardito e forte fu più d'alcun, come mostrò l'effetto, or che gli sembra aver divine scorte in tre doppi valor gli crebbe in petto,

e con più gran desio dell'altrui morte entrò trai primi, ov'è lo stuol più stretto, avendo sempre la crudel ferita più nel cor che nell'omero scolpita.

In guisa di leon, che levemente fu ferito al principio dal pastore che difendea la greggia, e 'nmantenente s'ascose in parte di periglio fuore,

ch'ei dell'ira novella ha il core ardente, né ritrovando quel, doppia il furore sopra l'abbandonata e poverella che col morso e col piè strazia e flagella;

tal è il chiaro Boorte tra i nemici: ove uccise con molti il fero Ormeno, che già fu numerato un de i felici signor ch'avesse mai Valenza in seno,

ricco d'alti tesori, e più d'amici, che 'l facevan gratissimo a Druscheno; or per piaga ch'al petto s'attraversa lo spirto e 'l sangue doloroso versa.

Percuote appresso Ippenore, ch'adduce sotto Loto i cavai ch'avea l'Ibero, e 'l passò tutto dalla destra luce fin dove ha la memoria il seggio altero:

lo scudier di Roderco, il nobil duce che sopra il catalan reggeva impero, Astinoo detto, sopra l'erbe stese di mortal colpo che nel collo scese.

Uccise il giovin Polide ed Abante, che interprete di sogni ebbero il padre dentro a Tortosa, il saggio Eurimedante, che lor morti predisse acerbe ed adre,

e con sospiri e lagrime tremante gli pregò di schivar l'armate squadre; schernirlo allora, ed or morendo (ahi lassi) vorrian di lui seguir le voglie e i passi.

Truova altri due fratei che vanno insieme, Xanto e Sinon, di Fenopo figliuoli, che vecchio e colmo di ricchezze estreme nella sua lunga età questi ebbe soli.

Or per man di Boorte ogni suo seme convien che 'l fato su 'l fiorire involi, e che gli ampi palazzi ch'ei possiede albergo sien di peregrino erede.

Incontra poi, ch'a lui drizzano il passo, Assilo e gelio l'uno e l'altro nato della leggiadra Egeria e di Clodasso, ma di parto illeggittimo e celato,

allor che 'l fero orgoglio pose in basso dell'infedele Insúbro e dispietato: che 'n sorte della preda ebbe costei, che non vide in quei tempi eguale a lei.

Non altrimenti il lupo al collo afferra due giovenchi smarriti dall'armento, che Boorte quei due, che morti in terra con due colpi gli abbatte in un momento:

quel di punta passò dove si serra alla corazza l'elmo intorno al mento, a questo ripiegò più bassa un poco la gola, ov'è mortal più d'altro il loco.

Poi per l'odio ch'ei porta, e per mostrare di chi 'l regno gli tien ricco trofeo, l'arme che 'ntorno ave han pregiate e care insieme co i cavalli adducer feo

dentro al suo padiglion, trall'altre rare spoglie che di nemici ivi entro aveo; indi spinge più innanzi, e in ogni forma cerca pur di Druschen ritrovar orma.

Or ciò vedendo il cantabro Verralto, che la fuga de' suoi quivi sostiene, Druscheno appella e dice: “Or dov'è l'alto valor, che 'l pregio sovra ogni altro tiene,

del vostro strale, a cui 'l più forte smalto qual frale scorza contrastando viene, e 'n più dritto tenor ch'al chiaro cielo non saetta i suoi raggi il re di Delo?

A che 'l serbate voi, ch'or no 'l movete in chi tutto distrugge il popol nostro? Cui di spegner già mai vi verrà sete se non vi vien di così orribil mostro?

E quando mai cagion più bella avrete, com'or, d'alzare al cielo il nome vostro? Or v'addrizzate a lui, poi che in quest'ora la salute di molti in voi dimora”.

Druschen tutto turbato gli risponde: “O de cantabri liti duce altero, costui Boorte appar, che non l'asconde il bianco scudo e 'l lucido cimiero

e 'l membruto corsier, che quanto inonde intorno il mar non ha di lui più fero; ma l'ho visto poi tal, ch'al parer mio s'e' non è Marte istesso, è qualche dio:

ché pur ora al destro omero il percosse, uscito di mia man, possente strale, e ben meco pensai che morto fosse, perché 'l colpo venia più che mortale;

ma non fé l'arme pur di sangue rosse né mostrò di sentir pur breve male, ché 'nmantenente con più acerba guerra il vid'io più che mai por gente a terra.

Perché fatto ho da poi perpetuo voto di non tirar più stral né tender arco, che due volte oggi l'ho tentato a vòto, e d'ogni effetto il ciel gli è stato parco:

in Gaven prima, ch'a non molti è noto perché 'l colpo avventai d'ascoso varco, come novellamente ora in Boorte, con eguale in ciascun maligna sorte.

E ben fu a me nemica e fera stella sotto cui presi l'arco al dipartire, quand'io sentì con semplice favella al vecchio Licaon mio padre dire:

'Monta, caro figliuol, sopra la sella poi che pur hai di guerra alto desire, ché 'l cavalier più gloria ha per un cento di quel che i colpi suoi commette al vento.

Poi sì gran torme di destrieri avemo di più illustre prosapia ch'oggi viva, ch'or lungo il Galdamoro, or lungo il Semo pascono in ozio l'una e l'altra riva,

che d'ogni assalto e di periglio estremo ti porrian sempre trar sicuro a riva'. Io non gli déi credenza: or mi ripento, e d'aver un cavallo avrei talento”.

Verralto allor, perch'a caval si truova e d'aver tal compagno anco desia, chiama Alan suo scudier, ch'a tutta pruova un de' miglior gli doni ch'ivi avia.

Lo scudo e l'armadura indi ritruova, che s'adattò ben tosto, e poi s'invia con molti oltre e Druschen contro a Boorte, congiurati fra lor nella sua morte.

Ma Beven, che già scorge di lontano spronar verso il cugin la stretta schiera, dicea: “Boorte, or si vedrà se 'n vano v'ha lassata oggi il ciel la forza intera,

o se vi ritornò possente e sano per coronarvi ancor di palma vera sopra ogn'altro guerrier che d'arme carco brami a fin por l'affaticato Avarco”.

Risponde a lui Boorte: “A quel che s'abbia di me disposto il ciel m'acqueto in pace: sì sper'io pur con lui l'iniqua rabbia oggi domar del popolo rapace,

e 'nsanguinar le dispietate labbia di Druscheno infedel, vano e fallace; e 'l penso ritrovar ben tosto forse, se dentro Avarco per timor non corse”.

Così mentre dicea, spronando giunge il drappell'empio alla sua morte inteso, e con dodici lance intorno il punge, l'un doppo l'altro, con orribil peso.

Chi nello scudo, chi nell'elmo aggiunge, chi l'ha nel petto, chi nel fianco offeso; ei, qual robusta quercia resta in piede, ne' primi colpi che 'l pastor le diede,

che ben crolla le frondi e i rami scuote, ma il sostegno maggior saldo dimora; il famoso guerriero a chi 'l percuote nella guisa medesma parve allora.

Chiamal Druscheno, e 'n minacciose note gli dice: “Or si vedrà se 'l cielo ancora, come già vi scampò dal forte strale, or dalla lancia mia salvar vi vale;

o s'ordinato ha pur ch'oggi Boorte, che tra 'l più basso stuol sì ardito viene, debba in man di Druschen giugnere a morte e dell'Euro arrossir le bianche arene:

sì che 'l suo scudo e l'arme riporte là dove Licaòn lo scettro tiene, per appenderlo al tempio a gran memoria dell'avuta di lui chiara vittoria”.

Quando sente Boorte che Druscheno era in fra quelli, e contro a lui si vanta, divien qual serpe che del prato in seno al caldo tempo de' suoi fior s'ammanta,

ch'alzando il capo accoglie ogni veleno poi che fu pressa dall'incauta pianta del pastor pio che 'n quella parte piega mentre a i piccioli agnei nuova esca sega,

e con tre lingue sibilando volge tutta l'ira ver lui che 'l cor gli avvampa, e 'ntorno al piè nemico si ravvolge e 'l dispietato dente in esso stampa;

tale il guerrier da gli altri si disvolge né cura tien di chi ver lui s'accampa, ma sol cerca Druschen, lui segue solo e sol contra di lui distende il volo.

L'altro, che teme, di scampar procaccia, e si nasconde pur fra gente e gente, qual cervo suol che perseguito in caccia si mischia e 'nvola ove i compagni sente;

ma Boorte di lui non perde traccia e dove volga il piè sempre ha la mente, qual bene appreso can, che la primiera non vuol già mai lassar per altra fera.

Giungelo al fin, che molti cavalieri che stretti con Verralto erano insieme l'han cinto intorno, e d'aspri colpi e feri ciascuno il Gallo duramente preme:

ed ei, come intra i debili levrieri, forte cignal che i morsi lor non teme, trapassò dentro a forza, e Druschen truova rivolto a lui, poi che 'l fuggir non giova;

e d'offenderlo tenta, ma la mano trema di tanto duce al grave aspetto, usa in secura parte e di lontano ferir, nascosa tra lo stuol negletto.

Ma il feroce guerrier no 'l coglie in vano, che gli posa la spada in mezzo il petto e tutto oltra il trapassa, e d'urto poi gettò il cavallo e lui steso fra' suoi,

dicendo: “Or vedi ben quanto oggi sia la lancia che lo stral, di maggior peso, fallace Ispano, e gloria non ti fia d'aver Boorte in tradigione offeso”.

Indi verso la schiera il passo invia ch'ave il fugace arcier sì mal difeso, minacciando: “Or drizzato il torto altrui darò, chiari signor, risposta a vui”.

Verralto il primo nel voltarsi occorse, che co i cantabri suoi vicino il serra: cui la pesante spada all'elmo porse, e l'ornato cimier gli manda a terra;

né gli nocque oltra più, perch'ella scorse torta più in basso, e lo spallaccio afferra, il qual tutto fiaccato tanto scende ch'ove ha il braccio confin l'omero offende,

e gli fece di man la spada uscire, tal gli ha tutto impedito il destro lato. Sopra la testa ancor torna a ferire, che di condurlo a fine ha destinato:

ma quegli ha con due man, per ricoprire il colpo che venia, lo scudo alzato, in cui l'aureo leon che in ostro assiede in due parti diviso a terra vede;

e scampato gli ha bene acerba morte e 'ndugiato il sepolcro in altro lito, ché 'l colpo micidial fu di tal sorte che 'n fin sopra l'arcion l'aria partito.

La terza volta ancor l'aspro Boorte il brando abbassa, e nel medesmo sito ritornando più volte ha ferma speme di condurlo in tal guisa all'ore estreme.

Come il saggio cultor che troncar vuole inutil pianta che le biade addugge, che nell'istesso loco addrizzar suole mai sempre il ferro, e tutti gli altri fugge,

per render tosto al chiuso campo il sole che 'l suo nocente giel riscalda e sugge; così fece il buon Gallo, il cui pensiero non fu molto lontano allor dal vero:

perché non giunta sopra l'elmo apena fu l'ultima percossa, che Verralto n'andò riverso su la secca arena come svelto troncon che caggia d'alto.

smarriti ha i sensi, e non può trar la lena, non però morte ancor l'ultimo assalto gli ha dato al tutto; ma Boorte il lassa come s'ei fusse estinto, ed oltra passa.

Poi che veggion Verralto quei d'Avarco, un de i duci maggior, condotto a tale, con la schiera di quei che suol con l'arco contro a i ferri nemici esser fatale:

Druscheno ancor, ch'assicurava il varco a tutti lor col suo famoso strale esser disteso sanguinoso a terra, ciascun pien di timor lassa la guerra;

e rifugge volando ove le mura ha per sua sola speme e per difesa. Nessun più dell'onor né d'altro cura che di scampar dalla presente offesa,

e con sì freddo ghiaccio ha la paura di ciascun l'alma strettamente impresa, che l'un l'altro in cammin preme e conquide e per morte fuggir l'un l'altro ancide.

Non val di capitan prego o conforto né altero minacciar né forza usare, ch'ivi non si discerne il dritto o 'l torto né 'l maggior o 'l minor, ch'ogni uomo è pare;

quel che truova cammin più ascoso e corto e può gli altri fuggendo oltra varcare è tenuto da lor la scorta e 'l duce ch'al desïato fin gli riconduce.

Sì come adivenir tal volta suole al combattuto legno presso al lito, che si veggia affoscar di sopra il sole e 'l mar col cielo a gran tempesta unito,

ché 'l nocchiero avveduto in alto vuole rivoltarse a cammin largo e spedito per gli scogli schifar, ma il vento sforza e 'l fa rompere a terra a viva forza;

in tal guisa il miglior venia portato dal furor popolare al proprio danno: e Boorte col ferro insanguinato va doppiando al primier novello affanno,

e nel mezzo di lor ferendo entrato ove più per timor congiunti vanno tanti ha sospinti alle Tartaree strade che del suo crudo oprar quasi ha pietade.

Ma l'accorto Brunoro, ch'al fin vede d'assicurar più i suoi chiusa ogni via, e 'l soccorso cercar da Palamede, con Tristano occupato, in van saria,

e distrutto sarà, se non provvede, inverso Seguran tosto s'invia, e ritruoval che 'n man la briglia tiene per muover poscia ove il bisogno viene;

e che presso di lui Clodino avea ch'è fuor d'impedimento e di periglio della spalla impiagata, e già tenea di tornare alla guerra ivi consiglio.

Brunoro irato allora alto dicea: “Or che attendete, o generoso figlio del famoso e magnanimo Clodasso, che tutto il popol suo sia vinto e lasso?

E che 'ntorno alle porte omai d'Avarco o che dentro di lor pur sia la guerra? Or non sapete voi che d'alma scarco con Verralto Druschen si giace a terra?

E che Boorte di vittorie carco qual le gregge il leone i nostri atterra? Posti ha in fuga i cavalli e i levi arcieri e i pedestri più gravi miei guerrieri.

Non offendon costor le mie contrade, né cercan posseder quel che contiene Emso e Visera, ove l'algenti strade il germanico mar bagnate tiene:

contra il vostro terren cingon le spade, per vendicar le ricevute pene de i vecchi padri lor, ch'ebber da voi, e i regni racquistar che fur de' suoi.

E voi gloria d'Ibernia, o Segurano, che restate a veder co i vostri intorno? In fin ch'ogni soccorso venga in vano poi che fiaccato l'uno e l'altro corno

avrà de' nostri il popol gallicano e 'l britannico stuol con tanto scorno? Ove dorme il valor del sangue Bruno che fu sempre onorato da ciascuno?

Non vi sovvien che la reale sposa nell'assediate mura oggi si giace, e nella vostra man sola riposa le presenti arme e la futura pace?

La mia dimora in altra parte ascosa né teme di costor l'unghia rapace; e pur con tutto ciò veder potete quanto adopro per voi, che 'n posa sete.

Né per voi mancherò, signor, già mai fin ch'io sostenga in man lo scudo e 'l brando. Ma gli afflitti guerrier non ponno omai contrastare al furor che va montando,

ch'è giunto a tal che maggior forza assai conviensi opporgli, o di speranza in bando porre i chiari disegni e gli alti onori, le desïate palme e i sacri allori.

Or non soffrite più ch'un ferro solo tutti i vostri miglior conduca a morte, e che si possa dir ch'un tanto stuolo fugga davanti al giovine Boorte:

e vi movete omai, signore, a volo con le vostre onorate e chiare scorte. Faccia il vostro valor nel mondo segno che di regia beltà non foste indegno”.

Punse l'aspro parlar l'invitto core d'ambe i due cavalier ch'erano insieme; ma tinto il volto in giovinil rossore, che 'l nome di viltà più d'altro teme,

dicea Clodino: “Il debito e l'onore che intègri confermare ho ferma speme m'han qui tenuto, e 'l sacro giuramento che di rompere al ciel troppo pavento:

perché fuor di ragion sendo impiagato Gaven, contro a cui sol la guerra avea, di far torto alla fede avrei pensato se innanzi a questo tempo arme cingea.

Or ch'io veggio gli amici in tale stato, e condotti da quelli a sorte rea, fo voto al Ciel che non per fare offesa, ma per difender noi, torno all'impresa”.

Così parlando, a Seguran rivolto segue: “Onorato mio cognato e caro, io vi prego oggi che tra 'l popol molto che 'ntorno avete sì gradito e chiaro

d'alcun buon cavalier più ardito e sciolto non vi mostriate in tal bisogno avaro a chi tanto v'onora, acciò ch'io vada a i miei ripor nella smarrita strada;

e 'n questo mezzo voi con greve passo verrete a sostenerne e darne aita, e 'l nemico ridur sì frale e basso che la via di vittoria sia spedita”.

Il prode Seguran risponde: “Lasso mai non sarò, fin della propria vita, di far quanto v'aggrada, e in voler vostro sia d'avere i miglior del corno nostro”.

E con Brunoro poi dolce ragiona: “Vi ringrazio, signor, de i gran ricordi, che scendendo di mente amica e buona non troverranno in me gli orecchi sordi:

che quei ch'ad un sol fia virtude sprona deven gli animi sempre aver concordi, e soffrir pianamente le rampogne di chi 'l suo ben, com'ei medesmo s'agogne.

Or, per darvi ragione del mio consiglio, dico che stato son sempre in disparte con disegno di gir dove il periglio si scorgesse maggior che in altra parte,

col piè pronto e la mano a far vermiglio ove più mi chiamasser Palla e Marte; ché l'ultimo soccorso è quel che spesso l'incauto vincitore ha in fuga messo.

Io scorgea da man destra Palamede da Tristan risospinto alcuna volta, che lassar convenia la prima sede e 'nsieme rannodar la schiera sciolta,

che mi fea dubbio star: ma chi non vede se non la parte sua che 'n guardia ha tolta, non può ben giudicar come colui che scerne il suo bisogno e quel d'altrui.

Or non vi spiaccia dunque avermi udito e pensar poi di me qual sempre feste; e con questo drappel forte e spedito con Clodin gite ove le genti ha preste.

Io vengo appresso, e nel medesmo lito ove le schiere avverse avem moleste sarò ben tosto, e spero allor che 'n voi fia maggior lo sperar ch'or qui di noi”.

Con più queto parlar Brunoro allora risponde: “E chi fia mai che 'n tal fortuna non sia vinto dall'ira, ond'esca fuora de' suoi primi pensier che in core aduna?

Tutto il mondo sa ben se innanzi ch'ora io conosco il valor dell'arme Bruna, e se già mille volte al paragone ho posto Seguran col suo Girone”.

Così risposto, col real Clodino tra molti cavalier ratto s'invia, ove Boorte al fiume assai vicino empiea di sangue l'arenosa via:

e ch'ha incontrato il misero Erogino, che 'n sul vago corsiero ivi apparia col ricco scudo e l'arme tutte aurate che dalla donna sua gli furon date;

ch'una figlia sposò di Morassalto, re della Cartagenia e d'Alicante, Androfila appellata, di core alto e di pensier magnanimo e costante:

e che 'l marito di porfireo smalto tenea fisso nell'alma o d'adamante; la qual, giunto al partir l'ultimo sole, glie le donò piangendo, in tai parole:

“S'io potessi piegar gli uomini, e i dei, e 'l destin delle donne troppo avaro, beatissima al mondo mi terrei sopra ogni lume in ciel più altero e chiaro,

né di grazia maggior gli pregherei che di voi seguitar, signor mio caro, sì come ho sempre in pace, ancora in guerra, e non vi abbandonar viva e sotterra.

E se ciò m'avvenisse, uopo non fora di procacciar per voi più sicur'arme: ch'io 'l vostro scudo e la lorica allora contr'ogni offesa altrui penserei farme,

sperando o che Giunone, o s'altra onora casto amor marital, devesse aitarme e con voi mantener, per sommo essempio di chi più aggrade al suo famoso tempio.

Ma poi ch'esser non può, vi piaccia almeno di queste arme portar ch'hanno il mio nome, e da i perigli riguardar non meno che si soglian le dolci amate some;

e qualor crollerete all'aure in seno sopra il cimier queste dorate chiome che riconverser già, lasse, la testa ch'or di loro e di voi vedova resta;

vi risovvegna, oimé, con quanta doglia, lunge han da lor la misera nutrice, temendo sol di non sentirle spoglia della nemica schiera vincitrice.

Ma segua pur di lor quanto 'l ciel voglia, pur che torniate voi lieto e felice da potermi narrare a parte a parte i gran pregi e gli onor del nostro Marte”.

Così dicea la pallida consorte, di doloroso umor bagnando il volto. Ma il vago giovinetto in dura sorte dal prezïoso don fu intorno avvolto,

poi ch'or contro alla spada di Boorte e dal fero destin soletto accolto, e gli fa in ver di lui muovere assalto per pietà di Druscheno e di Verralto;

e con tutto il poter sovr'esso sprona con la lancia ch'avea pesante e dura, e 'n mezzo al doppio scudo il ferro dona sì che i suoi più vicin n'ebber paura.

Ma il franco cavalier con la persona non si vede crollare, e tanto il cura quanto il robusto pin di Borea il fiato, che già il decimo lustro avea contato.

Poi ch'ha l'asta troncata, il lassò in prima senza impedirlo pur prender la spada; indi il fere altamente su la cima, ov'è 'l dono amoroso che gli aggrada:

e la chioma di lei, che troppo stima, intricata convien ch'a terra vada, ma la fronte non fu dal colpo offesa, che dall'ottima tempra era difesa.

Poi che s'è accorto l'amoroso Ispano del prezïoso e caro suo cimiero, e che in mezzo alla polve era lontano l'almo splendor del suo terreno Ibero;

qual tigre acerba lungo il lito Ircano priva de' figli suoi, divenne fero: spronò verso Boorte il suo cavallo gridando in alto suono: “O crudo Gallo,

già non ti vanterai d'offeso avere il più onorato crin che fosse mai, che la luce vincea dell'altre spere e dello istesso sol gli ardenti rai:

il quale alla sua donna mantenere e 'ntero riportar certo giurai; e 'l farò veramente o ch'oggi il cielo sciorrà il mio spirto dal terrestre velo”.

E dicendo così, fere alla testa pendente alquanto dal sinistro lato, ch'orribil suon dentro all'orecchie desta del pio Boorte, ma non l'ha impiagato:

poi di nuovo il percuote, e non s'arresta in fin che 'l terzo colpo è raddoppiato, su 'l braccio questo, e quel sopra la spalla; pur di fargli assai danno in tutto falla.

Ma l'invitto guerrier, da poi che vede chi fuor del creder suo troppo l'offende, qual sopra lepre timida che siede nell'erboso suo nido aquila scende,

a lui s'avventa, e dispietato il fiede col ferro micidial, che sotto il prende ove il ventre allo stomaco s'aggiunge, e quando ivi trovò trapassa e punge.

L'infelici armi allor del regio sangue fur di fuori oscurate e dentro piene, e 'l giovin miserel pallido esangue sopra il forte corsier non si sostiene:

e mentre così ancor morendo langue della sposa fedel si risovviene, e col vigor che in quello stato puote si rivolge a Boorte in queste note:

“Alto signor, che così amico il cielo al gran vostro valore e largo aveste; se mai vi svegliò al cor pietoso zelo pregar divoto di persone meste,

o se mai vi scaldar sotto un bel velo d'onorata consorte fiamme oneste, consolate, al posar di questa salma, d'una promessa almen la misera alma:

e questa fia, di far di terra accòrre le bionde chiome ch'io nel mondo adoro, e meco insieme in chiuso albergo porre coperto, com'io son, dell'arme d'oro;

e 'l tutto appresso nelle mani esporre di Morassalto, al corno di Brunoro, che mi deggia mandare alla mia dea sì come al dipartir promesso avea”.

Il pio Boorte, che in più amaro pianto che l'altro non diceva, intento ascolta, risponde: “Or potess'io con nuovo incanto render così la vita ch'io v'ho tolta

e felice tornarvi e lieto, quanto già mai d'esser bramaste alcuna volta; sì come adempierò vostro desio, e di ciò testimon n'appello Dio”.

Ringraziò 'l con la vista e col sembiante, che la parola scior più non poteo: così condusse il già felice amante in estrema sventura il destin reo.

La bionda chioma, ch'a' suoi piedi innante negletta si giacea, riprender feo Boorte, poi condur col cavaliero dentro al suo padiglione, e 'l suo destriero.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO VI · Luigi Alamanni · Poetry Cove