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1495–1556

CANTO V

Luigi Alamanni

Ma in quella parte ove le picciol'onde per sentiero arenoso l'Euro spinge, non più ch'altrove il suo furore asconde Marte, o con meno ardor, la spada stringe:

anzi le verdi pria fiorite sponde d'altro fero color bagna e dipinge, e tutto intorno all'infelice fossa ha stampato il terren di sangue e d'ossa.

Ivi il buon re dell'Orcadi tenea la vece di Gaven, mentre è ferito, e con senno e con arte si movea, non però tal che men si mostri ardito;

ma il valore e 'l consiglio correggea sì ben tra lor, che nullo era impedito, ed avea già con l'aste sue primiere oppresse di timor l'avverse schiere:

de' quai fu conduttor Brunoro il Nero, però che il re Clodino era lontano, seco estimando in nobil cavaliero opra di cor rozzissimo e villano

sì tosto ripigliar l'ingiusto impero, e contra ogni ragion muover la mano sopra la gente pia ch'a torto offesa pur credea che dal ciel fosse difesa.

Così l'un corno e l'altro il proprio duce avea cangiato, e non con men virtude di lor ciascuno all'opra si conduce, né di quei men valor nel petto chiude:

ben che d'anni ineguali, in ambe luce gloria sembiante, perché in mille crude battaglie si trovar contrari e 'nsieme, in cui senno mostraro e forze estreme.

Or, mischiati fra lor da ciascun lato, non si discerne alcun che muova il piede, ma sta qual torre o sasso alto piantato che d'aperti confin termine siede;

poi col braccio e col ferro insanguinato contra il fero vicin spinger si vede, e senza cura aver della sua sorte solo inteso restar nell'altrui morte;

e fra molti miglior più d'altro appare il figliuol del re Lago, il forte Eretto, tutto pien di desio d'alto montare in brevissimi giorni al fin perfetto

di somma gloria, e 'n dietro a sé lassare gli altrui canuti onor, lui giovinetto: così dove scernea più gran periglio di più innanzi passar prendea consiglio;

né a sì nobil disegno fu nemica nel primo incominciar fortuna infida, che con sommo valor ratto s'intrica tra i più folti nemici, ed ella il guida

ove Bucalïon danno e fatica dava a i Britanni, e loro appella e sfida dicendo: “Ove son or quei tanto arditi che minaccian sì spesso i nostri liti,

e quando son lontan sembran lioni, poi pecorelle vili, ove noi semo? E s'al calcar le nostre regïoni hanno oprato in cammin la vela e 'l remo,

al tornar fia mestier più che di sproni, per chi non fosse pur di vita scemo: i quai pochi saranno, in fin che basta questa mano a portar la spada e l'asta”.

E mentre dice pur, sopra gli viene il valoroso Eretto, e dritto pose il ferro entro la bocca, ch'ancor tiene parlando aperta, e tutto in essa ascose:

così senza altro dir, qual si conviene, al folle ragionar silenzio pose; cadde egli a terra come sciolta salma, e mordendo il terren si fuggì l'alma.

Oltra varcando poi, trova Mecisto, in Frisia nato e nel medesmo loco, che del compagno suo doglioso e tristo per desio di vendetta ha il cor di foco;

ma il fero giovinetto, al nuovo acquisto volto il pensiero, il passo affrena un poco fin ch'ei s'appresse, e poi ver lui si getta come d'arco miglior leve saetta;

e pria ch'a lui ferir presto il vedesse il colpo gli addrizzò dove le coste son nel mezzo del petto aggiunte e spesse, delle parti migliori in guardia poste:

e passò levemente oltra per esse nelle spine del dorso, a quelle opposte; così la man, percosse quelle a pena, lasciò l'asta cader sopra la rena,

ed ei tutto incurvato, e riversando per la bocca doglioso l'esca e 'l vino, andò col volto in giù di vita in bando e dié l'ultimo fine al suo destino.

Trovò doppo costui, che van cercando se sarà il ferro lor del suo più fino, Astillo, Polipete, Ablero, Elato ai quali ad uno ad un la morte ha dato;

tutti nati in Usfalia, in mezzo l'onde di Visurgo e d'Amasio a cui del Reno la destra foce di non molto asconde l'acque ch'all'oceàn ripone in seno.

Segue oltra Eretto, e qual l'aride fronde, poi che il calore estivo già vien meno, nel tardo autunno d'Aquilone al fiato caggion, nudo lassando il tronco amato;

tal da colpi di lui cader si vede gente infinita poi di sangue oscura, e 'n guisa fa ch'omai ciascun col piede, non con la man la vita s'assecura:

già tutto il corno a lui soletto cede, chi per forza d'altrui, chi per paura, perché i pochi e miglior di tema sciolti son via portati dal fuggir de' molti.

Ma il feroce Brunoro e Dinadano, il suo caro fratello, han tosto udito il gran danno de' suoi molto lontano da Marigarto il grande, che ferito

vicino al braccio nella destra mano, non potendo altro far, volando è gito e grida in alto suon: “Drizzate il passo ove il popol vi chiama afflitto e lasso”;

e senza oltra più dir ratti gli mena ove d'un sol temea la folta schiera, all'apparir de' quai tutta ripiena tornò di gioia e di speranza altera:

non altrimenti, allor che rasserena il ciel, doppo l'algente orrida e fera del rio verno stagion, tornan gli augelli sopra i rami a cantar gaietti e snelli.

Cotal si scerser tutti rivestire lo smarrito vigore, alta marcede rendendo a Dio che non volea soffrire che lungo fosse il danno che gli diede.

Or già ricinto il dispogliato ardire ciascun verso i nemici torna il piede, e col favor de' duo gran duci insieme ove indietro fuggiva, innanzi preme.

Avea Brunoro il Nero in quella parte onde allor si movea, l'asta troncata; però dal suo scudier, ch'era in disparte, lo scudo ha tolto, dove in argentata

sede surge il leon, che in estrana arte di rosso e brun la veste avea cangiata: poi tratta fuor la sua pesante spada facea col suo valore a gli altri strada.

In compagnia non solo ha Dinadano, ma Nabone il fellone ed Agrogero, che fu chiamato il crudo, e Terrigano il grande insieme, e Gracedono il fero;

e perché da quel loco iva lontano, di quei che dimorar lassò l'impero a Margondo, Galindo e Gunebaldo, che 'l tenesser composto, unito e saldo.

Ma come all'arrivar de i can più fidi suol l'orecchie levar lupo rapace ch'avea trovata in solitari lidi la greggia stanca che nell'ombra giace,

che la fame al predar vuol che s'affidi, e 'l contrario di lei temenza face: e mentre è 'n dubbio ancor, tal forza ha sopra che del bosco convien s'asconda e cuopra;

così nel sorvenir di guerrir tali fé il valoroso Eretto, che si duole ch'aggian tarpate a tal vittoria l'ali, e desia di seguir come pria suole:

ma l'arme di costor, ch'han pochi eguali, già lo sforzano a far quel che men vuole, onde i colpi schifando accolto e basso si ripose fra' suoi con lento passo,

e quanto puote il meglio lui conforta ciascuno a non temer l'atra tempesta ch'una subita nube loro apporta, che quanto ha più furor, più tosto resta;

e per ben lor fermar salda la porta raddoppia insieme alla primiera testa quanti scudi ha quel lato, e curvi a terra vuol che sostengan sol, non muovan guerra.

Ma quei, rimessa in un la miglior parte, mossi d'alto disio di vendicarse venian con tal ardir, che 'l propio Marte quasi avria contr'a lor le forze scarse:

e ben ch'ivi ritrovin con molta arte a i disegni animosi contrastarse, non perdon la speranza, anzi l'impresa van seguitando più ch'è più difesa.

Son le due schiere già sì giunte insieme che 'l braccio con la man resta impedito; nessun ritira il passo e ciascun preme senza avanzarsi il termine d'un dito,

ciascun gli altri minaccia e nessun teme, né del suo percussor cura il ferito: e non gli scudi pur, ma dansi in alto le celate e i cimier l'istesso assalto.

Ma il feroce Brunoro, che non vede d'ottener la vittoria alcuna via, mentre il suo Dinadano a quei provvede, con pochi de i miglior queto s'invia

in quella parte ch'alla destra siede, ove la minor gente e la più ria stava di quei d'Arturo, ché l'eletta all'insegna d'Eretto era ristretta.

Creuso il Senescial soletto trova che presago di ciò d'intorno chiama: “Il passo in ver di me correndo muova chi la vita salvar cerca e la fama,

ché la schiera ch'or viene altera e nuova il nostro sangue e la nostr'onta brama, e se non provveggiam con sommo ardire porria forse adempir lo suo desire”.

Così diceva; e poi ch'insieme ha posto lo stuol che di Cornubia avea menato, per dar baldanza a' suoi, quanto può tosto, d'assalir cerca il gran nemico armato:

il quale è nel suo cor fermo e disposto che 'l passar indi non gli sia vietato, e con impeto tal fra lor percuote che la valle al romor la fronte scuote.

Ma non cede per questo il buon Creuso, che lo scudo tien saldo e 'l ferro spinge, che in altra parte e in altri tempi era uso ove il terren di sangue si dipinge;

ma poi che 'l suo sperar torna deluso Brunoro irato contro a lui s'accinge, e con la spada nello scudo il fere, che non poté più intero rimanere:

che, quantunque sì fin fosse l'acciaro che pochi altri n'avea simili ad esso, tutte l'ottime tempre no 'l salvaro, che 'l sinistro suo lato ha in terra messo.

Creuso gli rendeo colpo più amaro, che di vibrante punta il colse presso della gola in quel loco che sostiene l'osso che dalla spalla al petto viene,

e passò alquanto dentro, ma il periglio fu del danno in quel punto assai maggiore, ché, se ben ne tornò 'l ferro vermiglio, non gli tolse però spirto o vigore.

Ma in questo mezzo rivolgendo il ciglio Creuso ove sentia più gran romore Nabon vede, Agrogero e Gracedono, che quasi tre leon fra' cervi sono.

Degli oscuri guerrieri uccisi han tanti che la terra di lor parea coperta: d'altri poi duci e cavalieri erranti o scudieri o cugin di fama aperta,

morto è Lamete, che in destrezza quanti ebbe mai la Cornubia al corso esperta vincea già tutti, e vincerebbe ancora, se dallo stadio suo non uscia fuora;

ma di pregio maggior desire il prese, ché di Creuso allor l'orme seguìo, fin che, in van sospirando il suo paese, per le man di Nabon miser morìo.

In Cinero e in Asseo non men si stese per quel ferro medesmo il destin rio, che gli fé d'un sol parto uscire insieme e d'una istessa morte ivi gli preme.

Uccise Gracedono il bel Dolopo, che della vaga Alarta era figliuolo, di Creuso sorella, ch'assai dopo il partir venne del Britanno stuolo;

né le ricchezze né la forma ad uopo, né l'esser di tal madre uscito solo, lasso, gli furo allor, ché l'empia spada se gli fece nel cor mortale strada.

Di quella stessa man cadde Lampeto, nato in Asforda al promontorio Uvallo, che fu nudrito in luogo ermo e segreto da chi temea la pena del suo fallo:

perché Fileda del famoso Cleto, che del suo padre Ivano era vassallo, il partorì nel bosco, e 'n guardia diede d'un pastor vecchio alla sincera fede;

poi, palesato in ver, doppo il perdono fu dell'amante suo la donna sposa: ma quanto era per lui più largo dono d'incognito abitar la selva ombrosa?

Ch'or non saria dal fero Gracedono in troppo acerba età, qual fresca rosa ch'ancor non apra il sen, disteso al piano dalla marmorea testa sì lontano.

Ma Terrigano il grande Orone uccise, lo scudier valoroso di Mandrino, che al più basso del ventre il ferro mise e tremando il gettò col capo chino;

la fronte in fino al ciglio poi divise a Calenor, che fu di Brestolino, dell'isola vicina a Bangarìa, ove l'arte piratica il nutrìa;

ed Agrogero il crudo presso a loro non men bagna il terren di nuovo sangue, ch'avea reciso al misero Banoro tutto il destro ginocchio, e fatto esangue:

questi del re Gaven l'ampio tesoro in guardia aveva, ed or povero langue, senza sepolcro sopra o pompa intorno, lontan di Conturbìa, suo nido adorno.

Vccise appresso Clizio e Palidarco, d'Essesia questo e di Mildesia quello: percosse l'un dove congiungon l'arco le ciglia insieme, e trapassò il cervello;

dell'altro al manco lato orribil varco fece dove più il cor si addrizza in ello. Or quando tai cader la gente vede tutta allo scampo suo rivolge il piede.

Quai giovincei leon che in lacci avvolta o in mezzo a i cacciator la madre morta scorgon dogliosi, ond'ogni speme è tolta ch'aver solean della fidata scorta:

ch'ove la selva è più spinosa e folta e dove è più la strada ombrosa e torta fuggon, per ritrovar, se pon, l'albergo, né per temenza mai guardano a tergo;

tal si vedeva allor l'afflitta schiera, che di tai cavalier si sente priva. Seguonla quanto pòn, con vista altera, i quattro buon guerrier lungo la riva,

perché non possa mai tornare intera nell'ordin primo che disperso giva; ma poi che lungi assai mostran le spalle si ritiran fra' suoi per altro calle:

e dove Dinadano e 'l forte Eretto han di pari fra lor palme e cipressi drizzansi al fianco in un drappello stretto ove i Britanni scudi eran più spessi;

i quai guardando a quei ch'aveano a petto, questi avvisar de' lor compagni istessi; che chi ha nella vista o lancia o spada, non può scerner sì ben chi venga o vada.

Trovansi adunque d'ogn'intorno cinti, ché con quei quattro poi sono altri molti che da' lor duci fur ratti sospinti pria che la sorte sua contraria volti:

perché maravigliando hanno dipinti di temenza e di duol già tutti i volti, ma il giovin valoroso nulla teme, anzi con più furor minaccia e freme,

dicendo: “Or ch'egli è 'l tempo vi sovvegna, onorati compagni e fratei cari, della virtù che anticamente regna ne' maggior nostri sopra gli altri chiari,

e che seguite or qui l'altera insegna del gran re Lago, a cui non visse pari oggi in consiglio, e già in opre leggiadre, e ch'è non men di voi che di me padre;

e che là sotto il fosco e freddo cielo dell'Orcadi, il terren nostro natio, non si teme di morte il crudo gielo, ma di pigra viltà l'effetto rio,

non s'onora chi in pace cangiò il pelo, ma chi con l'arme in man giovin morìo: folle errore è il salvar la vita in sorte che ti fia grave poi più ch'altra morte”.

Con tai parole il giovinetto ardito di sostenere i suoi pregando adopra; e non in van, ché da' migliori udito, il suo chiaro voler' fu messo in opra.

Ma il popolo inimico, ch'è infinito, al breve stuol ch'avea venuto è sopra, tal ch'è forzato Eretto a poco a poco senza fronte voltar cedere il loco.

E si congiunge a quei che indietro stanno, che tra gli ordin più larghi l'han raccolto; poi tutti insieme unitamente vanno ove il fero avversario era più folto,

e nuova altra battaglia insieme fanno ove non apparia vantaggio molto tra' primi colpi loro, in fin che venne chi gli altrui mise in fuga e' suoi sostenne.

Venne il gran Marabon della Riviera con l'aspra gente che trall'Alpi giace onde scendendo rapida Lisera l'Allobrogo terren fecondo face;

Margondo ha in compagnia, con pari schiera di quei che stanno ove riposo e pace il Rodan porge al suo veloce piede e 'l mar di Gallia con due corna fiede.

Non può il valor degl'Orcadi durare contro a numero tal, che nuovo è giunto; ma in questa al vecchio re le nuove amare l'orecchie insieme e 'l core hanno compunto:

ond'egli, ordin lassando che restare debba in suo loco Ivan, l'istesso punto: appellando i miglior, con ratto corso dell'amato figliuol viene in soccorso;

di cui l'ardente amor, l'onor del regno di tal foco avvampò l'annoso petto che di vecchiezza fuor non mostrò segno: ma come fosse ancor d'età perfetto

le membra ha pronte, e di vaghezza pregno di tosto pervenir dove era Eretto così veloce va, che gli altri a pena han di lui seguitar sì sciolta lena.

Leva quanto alto può lo scudo aurato con le vermiglie teste del dragone, ch'a suoi, che di lontan l'aggian mirato, sia di fermo sperar dritta cagione.

Or come fu tra' suoi lieto arrivato, cominciò con dolcissimo sermone: “Non temete figliuoi, ch'ora è con voi chi sempre vincitor condusse i suoi.

Né vi spaventi, no, se gli inimici son più numero assai che voi non sète, ché sempre i pochi e i buon son più felici, come per prova ancor tosto vedrete:

abbatte un sol falcon molte cornici, un leon mille gregge mansüete; né quello il primo dì sarà che i molti ho già solo o con pochi in rotta volti.

Tenete pure in man forte la spada e 'n petto di virtù smaltato il core, che in simil casi alla medesma strada va la dolce salute e 'l chiaro onore:

ché più perde la vita chi più bada a voler lei scampar con suo disnore, e per propria difesa il ciel ne diede la mano e l'arme, e non la fuga e 'l piede”.

Confortando così, tanto oltra passa che 'l prode Eretto in gran periglio truova, perché parte è ferita e parte lassa la gente sua che 'n vita si ritruova.

Or vedendo il figliuol congiunta e bassa al soccorso venir la schiera nuova e 'l pio vecchio e magnanimo parente, gran dolcezza e dolor nell'alma sente;

e dice: “O sommo onor de' canuti anni, o dolcissimo padre, e qual mia sorte rea vi conduce or qui tra tanti affanni in rischio, a mia cagion, d'amara morte?

Troppo m'era il soffrir gli avuti danni sovra i cari compagni e fide scorte, senza che s'aggiungesse quel per cui mille vite darei, salvando lui.

Deh tornate, signor, poi che v'è stato amico il cielo in tale aita darme; ch'altra forza bisogna in questo stato, più integri difensori e più salde arme”.

Rispose il vecchio re con volto irato: “Dunque vuoi tu, figliuolo, oggi privarme di quel ch'io bramo più, ch'è d'esser teco, per cui dolce m'è solo il mondo cieco?

Lassami pur venir, ché poche notti ha in sua forza di me fortuna fera; e i giorni a tanto onor fin qui condotti qual mai chiuder porria più degna sera?

Esser ben ponno a te troncati e rotti mille disegni, ch'hai l'etade intera; a me il sepolcro sol puote esser tolto, che non fu da i migliori in pregio molto”.

Così detto va innanzi, e vicin truova l'Allobrogo Alcitoo, di cui la testa percuote sì ch'a lei salvar non giova ferro ben saldo, che partita resta;

poi vago d'acquistar vittoria nuova segue oltra a suo poter, né mai s'arresta fin che truova Agastrofo e Peonide, e de' duoi questo impiaga e quello uccide:

perch'al primo passò la destra tempia e tutta l'altra poi l'aguta spada, ma la fortuna sua men dura ed empia ebbe il secondo poi, che vuol che vada

il colpo indarno, e non del tutto adempia l'incominciata pria mortale strada, ch'entrò nel petto, e non andò sì adentro che potesse toccar dell'alma il centro.

Tale all'alto valor che 'n core avea l'invittissimo vecchio allarga il freno, che quello stesso allora esser credea ch'al verde tempo, e di vigor ripieno;

e tanto oltra varcò che non potea ritrarsi indietro, ch'a' nemici è in seno: né sbigottito vien per questo o stanco, ma più che fosse ancor sicuro e franco.

Ma il giovin miserel, come s'accorge in che stato dubbioso il padre sia; non più dogliosa appar, se 'l figlio scorge dentro all'onde cader, la madre pia,

che qual può lagrimando aiuto porge e chiamando ciascun che truva in via: tale er'egli in quel punto, e in alte grida tutti appella color cui più s'affida,

dicendo: “Ora è, signor, quel tempo eletto nel qual fia guadagnar perder la vita per salute di quel dentro al cui petto ripose il ciel la sua virtude unita;

né possa esser già mai saputo o detto che fra sì altera gente e sì gradita fosse ucciso dell'Orcadi il re Lago senza ampissimo far di sangue un lago”.

E 'n tai chiare parole oltra si mise, e ben seguito fu dagli altri suoi: Ippologo, Difrono, Anero uccise, tutti Borgondi, e Sicofando poi;

tal che la stretta schiera si divise, la porta aprendo a' valorosi eroi. Così spingendo co i compagni appresso trovò il famoso re da molti oppresso;

e 'n tra' primi Nabone ed Agrogero quasi del tutto all'ultimo suo punto l'avean condotto, e bene avea mestiero che 'l soccorso di lui fosse ivi giunto.

Ma quando udì vicino il grido altero del carissimo figlio, fu compunto di tal dolcezza, che ripreso ardire rincominciò di subito a ferire,

dicendo: “Or vegg'io ben che da i leoni non usciron già mai damme né cerve, né bisogna al buon cor verga né sproni perché 'l dritto sentier d'onore osserve”.

Non van con tal romor folgori e tuoni per l'aria errando alle stagion proterve, che 'l prode Eretto per la schiera avversa, che tutto il suo poter nel padre versa.

Dona un colpo a Nabon, che più vicino e con forza più grave il vecchio offende; ma fu d'ottima tempra e troppo fino il ferro che la testa gli difende:

pur dal grave suo peso a capo chino, tutti smarriti i sensi, si distende; poscia in verso Agrogero il brando mosse e 'l destro braccio in alto gli percosse,

per cui gli fé cader la spada a terra. Così impedito l'uno e l'altro duce, trïonfator della pietosa guerra in securo sentiero il padre adduce.

Ma in questo mezzo si ristringe e serra gran gente, che di nuovo riconduce Brunoro il Nero e 'l forte Gracedono con altri cavalier che 'ntorno sono;

e vedendo turbar l'amico stuolo ritorna indietro il giovin valoroso, com'aquila talor che stenda il volo verso il suo nido in alti monti ascoso,

là dove i cari figli in aspro duolo ha veduto il serpente esser noioso. Così fece egli, e poi minaccia e prega sì che l'ordin sostien che 'n dietro piega.

Ma spinge in guisa tal la gente nuova che poco altrui virtù può quivi oprare che la schiera percossa non si muova per viva forza indietro a ritornare;

tanto che 'n breve Eretto si ritruova, che pur vuole ostinato contrastare, in mezzo quasi sol degli inimici e tralle avverse insegne vincitrici.

Patride al cerchio d'oro e Matagrante eran con lui rimasi, e 'l suo Plenoro, di tutti quanti quei ch'aveva avante, e che malgrado lor disgiunti foro.

Or già, come leon per fame errante, con altissime grida vien Brunoro, e quai quattro cinghiai ne i lacci avvinti scontra i guerrieri alla difesa accinti;

e contra Eretto sol muove la mano, e di punta mortal lo scudo coglie. Ma l'altro il porge innanzi, e 'l tien lontano, e tutto indietro quanto può s'accoglie.

Passò il colpo tutt'oltra, ma fu invano, e non ben di leggieri indi si scioglie, ché per tirar ch'ei fesse allor la spada di riaverla mai non trovò strada:

onde irato Brunoro in dubbio resta s'ei debba ivi lassar la fida aita. Ma il giovinetto ardito pria la testa e la spalla di poi gli avea ferita;

pur l'una e l'altra fu poco molesta, né la forza o la vista gli ha impedita, ché sì salde eran l'arme, ed ei sì oppresso, che 'l colpo ne scendea frale e dimesso.

La spada alfin dal trapassato scudo tirò Brunoro, e quale impiagato orfo torna a ferirlo micidiale e crudo, e Galindo e Margondo è seco accorso;

e gli rendean del vel lo spirto nudo, se come leopardi al suo soccorso Patride e Matagante non venia col famoso Plenoro in compagnia.

Non si porria pensar l'alto valore che mostraron quei quattro in tale stato. Ma chi vorrà narrar l'aspro dolore del magnanimo re, poi ch'ha tornato

il volto indietro al marzïal romore né il suo caro figliuol si scoge a lato, ma il sente e vede che da lui ben lunge ricinto è intorno da chi 'l batte e punge?

Viene in sì gran furor che come egli era, senza gran compagnia, ratto si mosse e per entro passò la stretta schiera, non curando di lei piaghe o percosse;

e giunge a forza ove a battaglia fera truova i buon cavalier, che l'arme rosse avean fatte a più d'un di quei che stanno a cerchio intorno e con men guardia vano.

Come ha scorto del vecchio il pio figliuolo il subito arriver, la nobil alma quasi che per lassare aperse il volo di lei spogliata la terrestre salma;

e se pria la bramò per l'onor solo, or per doppia cagion ricerca palma. Ei volea molte cose indarno dire, ma gli contese il duol la bocca aprire.

Pur con discreto avviso in mezzo il mette ove più mostra il loco esser sicuro; poi rivolte tra lor le spalle, e strette, fanno intorno di lui difesa e muro.

Ma non molto così l'impresa stette, ché 'l gran popol che vien noioso e duro apporta sopra lor sì grave incarco che da due parti già s'ha fatto il varco.

Già si trova Patride sulla testa in tal guisa percosso da Brunoro che come morto alla campagna resta. Il medesmo avvenuto era a Plenoro,

a cui la gente d'ogni parte infesta d'intorno sta come i mastini al toro: e mille colpi asprissimi gli han dato, tal ch'anch'ei senza sensi è riversato.

Riman sol Matagrante e 'l padre e 'l figlio, il cui sommo valor pur non s'arrende. avea 'l famoso re fatto vermiglio tutto il terren dove la spada stende:

Imonio il Provenzal passò dal ciglio tutta la fronte, onde lo spirto rende, dicendo: “Appressa pur, turba negletta, che non mi anciderai senza vendetta”.

Con costui poscia del medesmo nido uccise Arpalïone e Perifete; ma sempre a lui congiunto il figliuol fido come fieno il villan la gente miete:

pur sì grande è lo stuol che corre al grido, come i cani al leon ch'è nella rete, che la forza e 'l valore in van s'adopra, s'altra aita maggior non viene all'opra.

Ma il famoso Boorte, che non lunge co' suoi levi cavai ferendo giva, come a lui messaggier volando giunge di quanto in danno loro ivi seguiva,

con sollecito core il destrier punge dov'è dell'Euro l'arenosa riva, e seguito da' suoi quanto più puote per traverso i nemici aspro percuote.

Qual, l'estiva stagion, talora avviene, quando il più caldo dì le piagge fende che d'atre nubi inghirlandando viene l'austro, che sovra il mar l'ali distende

e scurando le luci al ciel serene Cerer, Bacco, Pomona e Palla offende con grandine sassosa, orrida e cruda che le piante e la terra ha fatta ignuda;

Tal sopra i suoi nemici allor Boorte il valore e 'l furore in un distese: a quello aspro minaccia, a quel dà morte, l'uno empié di timore e l'altro offese.

poi, rotte avendo le primiere porte, intento solo a quello, il sentier prese ove il re Lago e l'onorato figlio giunti eran ambo all'ultimo periglio:

perché quel senza scudo e senza spada, che gli si ruppe in man, si vede e lasso; il forte Eretto ha l'elmo su la strada, e del destro braccial si truova casso:

pur con l'altro a guardar la fronte bada, e col brando, ch'ha intero, cuopre il basso; il terzo è poco men che sbigottito, che 'l sinistro ginocchio avea ferito.

Come al tempo novel, doppo la pioggia che da Zefir sospinta inondi e bagne, che veder ponsi in disusata foggia l'erbe abbattute e i fior per le campagne,

che 'l sol poi chiaro e bel che in alto poggia porti dolce conforto a chi si lagne e di sì bel ristoro il mondo adorni che quanto era il dolor la gioia torni;

Tai fur da prima, e tai si fero appresso i guerrier, di Boorte all'apparire, per timor più d'altrui che di se stesso, che nessun cura il proprio suo morire.

Or poi che 'n fra le schiere oltra s'è messo, con l'urto del cavallo e col ferire sì larga e bella piazza intorno face ch'ei pon l'arme ricòr che 'n terra giace.

Ripon sopra i destrier ch'avea de' suoi il vecchio re dell'Orcadi e 'l figliuolo, Patride al cerchio d'oro e gli altri duoi che fur feriti dal crudele stuolo,

che possan dare a i loro ordine; e poi, quei sicuri lassando, prende il volo in ver Brunoro il Nero e Terrigano, che 'n luogo eran di là poco lontano:

e messosi tra loro ambo gli atterra, l'un colla groppa e l'altro con la testa del suo nobil corsier, che in aspra guerra or col piede or col morso altrui molesta;

poi nel popol vicin ratto si serra, che 'n nuova tema e sbigottito resta, ch'ove pria si credea vittoria avere i due duci miglior vide cadere.

Lì non ad un ad un, ma a schiera a schiera stende tutti all'arena, e molti uccide; nulla parte di lor rimane intera, ch'ove insieme gli scerna gli divide:

in fin che Marabon della Riviera, che par che nel valor troppo s'affide, con gli Allobrogi suoi ristretto truove che spiegate l'insegne incontra muove.

Tosto che 'l vide tal, l'accorto duce cangia a' consigli suoi novelle forme, che 'l fren tanto ritien, che si conduce Marabon per ferire all'ultim'orme;

apresi poi nel mezzo, e i suoi riduce egualmente divisi in doppie torme, e nel lor destro e lor sinistro lato dietro a gli ordin primieri è ratto entrato.

Così, l'aste schivando delle fronti, con sua più sicurtà percuote i fianchi, in prestezza coltal ch'ancor che pronti voltar non ponsi, ove la forza manchi;

poscia, entrato fra lor, confusi monti d'arme e di gente fà, che vinti e stanchi e calcati son tutti dallo intoppo feroce de' corsier, che pesan troppo.

Ma con sommo valor secura strada a i suoi mostra il magnanimo Boorte: sempre ha in danno d'alcun la grave spada di sangue aspersa e di color di morte.

Tosto ch'ei può trovar chi incontra vada gli mostra aperte le tartaree porte, e di stuol popolare uccisi ha tanti che del credere uman vanno più innanti:

poi tra' duci Aretaone e Pidita, del Rodan nati alla sinistra riva dentro la nobil Vienna, in cui gradita di Roma è ancor la gran memoria viva.

Fu quello offeso di mortal ferita ove al collo congiunto in alto arriva della spina del dorso il nodo primo, e traverso il tagliò dal sommo all'imo;

l'altro nel destro lato fu percosso ove l'omero al braccio si contiene, e tutto interamente tagliò l'osso che più largo e sottil di dietro viene.

Isandro ancor, che da pietà è commosso di vendicarli avea fallace spene, con la testa in due parti compagnia fece a i cari cugin per l'atra via.

Melantio poi, che la nevosa valle dell'aspro Tarantasio patria avea, con la testa troncata dalle spalle diè fine acerba alla sua vita rea:

ché quanto ivi contien l'alpestre calle di giogo insopportabile premea, né vi poteva alcun goder sicuro la famiglia né i ben né il patrio muro.

Adresto poi, del qual mai più felice non vide alcun la rapida Lisera, che sposa avea la vaga Berenice che fu dell'alma sua la vita intera;

per le man di Boorte, l'infelice innanzi al mezzo dì fu giunto a sera, ch'alla gola il percosse: ed ei morendo il suo lontano amor chiamò piangendo.

Ma il valoroso Lago, ch'è disciolto dal numero infinito ch'avea intorno, sopra il caval montato e 'n sè raccolto, alla guerra intermessa fa ritorno,

dicendo a gli altri con allegro volto: “Or gimo a vendicar l'avuto scorno, ché ben provvide il ciel fidate scorte, poi che qui spinse il nobile Boorte”.

Così col figlio Eretto e gli altri insieme, ove la gente avversa è più ristretta, con impeto crudel la punge e preme e sotto sopra attraversata getta.

Quel morto è in tutto e quel languendo geme, quel d'uscir dalla calca in van s'affretta, e quel che più scampar credea la vita più da gli stessi amici l'ha impedita.

Pur, fra quei che fuggir, resta Piroco, che 'n sul lago Lemanno avea la sede, in cui gli abitator del fertil loco avean, più che in altrui, sparanza e fede,

e quello dio fra lor ch'ha in guardia il foco il sommo sacerdozio gli concede: ma questa volta, in van da lui pregato, non poté in suo favor vincere il fato;

ché mentre al vecchio re con l'asta intende, disegnando a ferir quello e 'l destriero, nel forte scudo di traverso il prende, e sfuggendo ha fallito il suo pensiero.

Ma il re spronando avanti in basso scende un colpo che 'l trovò dritto al cimiero, ove sopra la incude avea Vulcano ch'un dorato martel sostiene in mano:

quello abbatte lontan, poscia divise la celata ch'avea di doppio acciaro, là fabbricata in maestrevol guise ove il Rodan riprende il corso chiaro

da' servi del suo dio, ch'all'opra arrise; ma non per tutto ciò fé gran riparo, perch'oltra ancor la già sacrata testa in due parti disgiunta in essa resta.

Ucciso Eretto avea Bellorofonte, che così s'appellò costui, ché nacque nelle fredde radici del gran monte ch'a Lisera dà ber le gelide acque,

perché là intorno al suo nevoso fonte vinto per le sue mani e morto giacque. Un morto rio, di vista orrenda e fera che fu simil tenuto alla Chimera.

Ma il braccio, contro a quel sì forte allora, verso il giovine ardito or parve frale: perch'ove, più il ginocchio spinge infuora percote in van, ch'a trapassar non vale;

e l'altro a lui nella medesim'ora sovra il collo drizzò colpo mortale che 'n basso gli gettò la fronte d'alto, e fé in terra rotando amaro salto.

Patride al cerchio d'or l'empio Proete con la gola impiagata morto stese, cui di torto regnare ingiusta sete indusse a tal che 'l proprio frate offese,

né il sen della pia madre Filemete né l'aspro lagrimar, lasso, il difese; doppo il qual fu tiranno ingiusto ed agro, lungo il Rodan del popolo Veragro.

Plenoro, ch'abbatuto era pur dianzi e ch'ha d'offender quei dritta cagione, come gli altri a caval si mette innanzi, là dove incontra il misero Etïone

ch'a' dolci versi e placidi romanzi più ch'all'opre di Marte studio pone: ma seguia Gracedon della Vallea, che di lui spesso udir diletto avea.

Tra lauri, aranci e mirti era nodrito de' colli provenzai, che 'n contra stanno al mai sempre a' nocchier securo lito che le Stecade in cerchio all'onde fanno:

or qui l'empio destin l'ha fatto ardito di gir contro a Plenoro, a suo gran danno: perché, mentre ch'ei pensa ove ferire, può il cor sentir di greve punta aprire.

Pianser le Muse allor, ma non potero col dolce lagrimar disdire al fato. Matagrante anco spinse il suo destriero ove scorge Scamandro a lui voltato:

dona un colpo alla spalla, e tutto intero il braccio della spada gli ha troncato; cadde il meschino, e piange entro al suo seno che lassò mai di Sorga il lito ameno.

Or poi che vendicato in maggior parte ha gli oltraggi sofferti da' nemici, l'antico re dell'Orcadi si parte e torna ove aspettato è da gli amici:

che sbigottiti ancor sono in disparte, senz'ordine tener, lassi e 'nfelici come greggia in tra' lupi che lontani aver senta da lei pastori e cani.

Ma quando vider lui lieto apparire come sceso dal ciel gli vanno intorno. Ivi ciascun narrando vuole aprire il ricevuto danno e 'l sommo scorno:

di vendicarse ogni uom mostra desire pria che nell'ocean s'attuffe il giorno, poi sopra la fortuna o in altrui pone di quanto avvenne lor l'aspra cagione.

Il valoroso re ciascuno ascolta e come il merto chiede or biasma or loda: scusa l'altrui fallire e 'n meglio il volta, essalta il forte oprar, che 'l buon ne goda;

poi la gente che fu disgiunta e sciolta alle intermesse schiere in un rannoda; così ridotti alla medesma via con tai parole alla battaglia invia:

“Maraviglia non sia, s'avvien talora che i più forti guerrier si veggian vinti, che non sempre la grazia in noi dimora del ciel ch'a bene oprar ne tiene accinti:

lo qual sovente i suoi più cari ancora con avversa fortuna ha in basso spinti per ammonirgli e rendergli più accorti, ch'al sommo del suo ben gli ha poscia scorti.

Rendiam pur grazie a lui, che ne dimostra l'errore, ove il più saggio più s'intrica, che non è la vittoria in forza nostra, e 'ndarno senza lui l'uom s'affatica.

Ben sempre gli è nelle terrene chiostra l'onorata virtù sovrana amica: con la qual dunque, e con la sua speranza, seguitiamo il cammin ch'omai n'avanza”.

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CANTO V · Luigi Alamanni · Poetry Cove