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1495–1556

CANTO IX

Luigi Alamanni

L'alte donne reali sbigottite con gli occhi verso quei restano in piede, così languide, afflitte e scolorite che più lieta di lor morte si vede:

simili a meste imagini scolpite presso a marmorea tomba in fredda sede; sol del pio lagrimare i larghi rivi mostran che i sensi pur rimaser vivi.

Poi che più non poteo seguir la vista de i due gran cavalieri i pronti passi comincia Albina dolorosa e trista da muovere a pietà le selve e i sassi:

“Almo lucente sol, se mercè acquista il divoto pregar di spirti lassi, spiega in noi sì felici i raggi adorni che la coppia ch'or va lieta ritorni”.

Indi volge il parlare a Claudïana: “Tempo è di visitar, cara figliuola, il tempio sacro della dea sovrana che di saggezza e d'arme ha il pregio sola:

che nacque senza madre, e non è vana l'antica fama che nel mondo vola, della fronte santissima di Giove che l'eterno e 'l mortal contempra e muove;

la qual mille fiate ha preso in grado l'umil preghiere mie ne i passati anni, e secur m'ha mostrato e piano il guado per cui molti schivai perigli e danni:

sì ch'io porto credenza che in tal grado, in fra tante paure e tanti affanni, non debba abbandonar chi a lei ricorre e che suol tutta in lei sua speme porre.

Ma perch'al cor divoto si conviene adornare i pensier di qualche offerta, cercherem pria l'albergo che contiene la donnesca ricchezza altrui coverta.

Indi trarrem ciò che più in cor ne viene che più possa spiegarla voglia aperta che d'onorarla avemo, e con qualch'opra aprire il buon voler che questo adopra.

E per meglio adempir nostro desio farem tutte appellar l'altre matrone che di sangue più illustre e di cor pio aggian di noi seguir dritta cagione;

con quelle che 'l timore e 'l tempo rio n'han poi condotte d'altra regione, non nodrite in Avarco, e ch'han seguito chi 'l parente, chi 'l figlio e chi 'l marito.

Ma innanzi che ciò farse, è ben richiesto scoprire il tutto al mio reale sposo, ch'ogni principio ha il fine agro e funesto s'a chi dee comandar venisse ascoso”.

Così vanno a Clodasso, a cui molesto non fu il lor disegnar giusto e pietoso, dicendo: “E doppo voi verso il mio Marte farò il medesmo anch'io dall'altra parte,

però che in ogni tempo e in ogni loco si deveno onorar lassservitù gli dei né il lor sommo poder recarse in gioco come sovente fan gli stolti e i rei,

che stiman che 'l temergli o nulla o poco sia grandezza di cor che chiuda in lei proprio verace ardire e gran valore, e 'l conoscer d'altrui lo sciocco errore.

Gitene avanti pur, che poco appresso seguirò 'l vostro andar nel proprio effetto”. Poi fece a sé venir, che gli eran presso, il fedel Anfione e Polidetto,

tra i suoi più cari araldi, e di cui spesso avea sentito l'amoroso affetto; poi dice al primo: “Andrete alla cittade, in quante ivi saran case e contrade,

e direte a ciascun di sangue chiaro che l'età fanciullesca aggia varcata ch'a gran pubblico ben, per quanto ha caro di far cosa per me gioconda e grata,

in abito sembiante al tempo amaro e 'n vista di dolore accompagnata, dov'io gli attenderò, nella mia sede con sollecito passo addrizze il piede:

ch'io intendo visitar del sacro Marte il gran tempio divin con loro insieme, e delle palme mie donargli parte, onde il crudo Britanno e 'l Gallo geme,

pregandol ch'ei risvegli i cori e l'arte e l'antico valor del primo seme ne i nostri duci illustri, e meni a morte il possente Tristano e 'l rio Boorte”.

A Polidetto poi comanda: “Andrete alle caste matrone d'ogn'intorno, e per nome d'Albina lor direte che vengan ratte al suo real soggiorno

dispogliando da sé le vesti liete e dell'aurato vel l'abito adorno, per gir di Palla alla virginea soglia, che rivolga in dolzor la nostra doglia”.

Così detto Clodasso, ivi s'accinge l'uno e l'altro di lor tacito all'opra, i più pigri e i lontan muove e sospinge, e per tutto adempir l'ingegno adopra.

Ma la turba devota si dipinge tale in cor lo sperar che vien di sopra, che muove senza spron veloce il corso ove credea trovar pace e soccorso.

La dolorosa Albina e Claudiana con voler del gran re muovono il passo sospirando fra lor la sorte umana e 'l viaggio mortal gravoso e lasso,

e che la condizion regia e sovrana non è sempre miglior che 'l viver basso;; e 'n tai foschi pensier, con pochi a tergo, si ritruovan condotte al properio albergo:

e montate di lui l'altere scale, i suoi ricchi tesor truova ciascuna, e quel che sia più degno e che più vale, per discerner poi meglio, insieme aduna;

e l'esperte donzelle in opra tale son chiamate al consiglio ad una ad una, che in sua donnesca e semplice ragione in mezzo pon la propria opinione.

Ma intanto d'ogn'intorno si vedea delle donne apparir l'egregia schiera, delle quai tutte accoglier cura avea la vecchia Ormunda con la vaga Aldera

dentro al ricco palazzo, ove splendea di mille statue d'or la corte altera; e 'n seggi ricchi poi di sete e d'ostri le faceano asseder per gli ampi chiostri,

dicendo poscia in bel pregar soave e con dolci parole e pellegrine che non venisse lor noioso e grave d'alquanto ivi aspettar l'alte regine.

Ma la più giovin turba, che sempre ave bramoso il cor di viste peregrine, scolta d'ogni altra cura, andava intorno riguardando il più bel del loco adorno:

ove dentro apparia la regia soglia di ricchissime logge e d'atrii adorna, non men lucenti ch'al buon tempo soglia surgere in Tauro il sol quando s'aggiorna.

Le superbe colonne furo spoglia del bel paese assiso in tra le corna del gran Rodan famoso e di Garona, ove al Gallico mar sedea Nerbona:

ch'allor ch'ella co i suoi nel sangue avvolta della vita e de i ben nuda rimase per la man visigota, e 'n cener volta, come l'empio furor le persuase,

quella più integra parte indi raccolta di pietre atte ad ornar le regie case mandò a Clodasso il giovine Odorico, che fu sempre de i suoi perfetto amico.

Eran d'egregio stil nel muro stese del fero Stilicon le glorie antiche, che per patria ebbe il vandalo paese e le stelle al principio troppo amiche;

del gran seme del qual Clodasso scese, ma dentro a regioni assai più apriche di quelle onde i suoi fur, però ch'ei nacque ove Linia e Duero insalan l'acque.

Lì Teodosio il grande si vedea, che del nome roman reggendo impero a gli estremi suoi giorni in man ponea di Stilicon sotto l'arbitrio intero

il figlio Onorio, a cui lassato avea de i liti occidentai lo scettro altero, il qual poi giovinetto l'obbedìo qual maestro onorato e padre pio,

sì ch'a sposar contento si conduce la figlia Euchera, né di lei si sdegna, ma d'appellar lei sola scorta e luce de' segreti pensier l'ha fatta degna.

Indi il suocero suo rettore e duce si vede andar d'ogni romana insegna contra il Gotico popol, che infinito ingombrava d'Italia il nobil lito

sotto il furor del crudo Radagaso, che fu il primo tra' suoi di tanto ardire: né di fame timor, né d'altro caso, né l'Alpi o l'Appennin poté impedire

ch'ei non venisse ove in più altero vaso vede il picciol Mugnon l'onda sua gire tra i monti Fiesolani, ove a Fiorenza guastò il nido gentil la ria semenza.

Tra l'aquile romane Uldino e Saro, degli Unni duce quel, de i Goti questo, si vedea tratto da disegno avaro contra i medesmi suoi venir molesto:

ivi han serrato l'avversario amaro in luogo a' suoi disegni agro e funesto, dentro apre valli, intra sassose strade, ove con tutti i suoi misero cade.

Con l'abito ducale Stilicone spronar si scorge e confortar le schiere, ch'or al corno sinistro l'arme oppone, or nel destro che vien percuote e fere:

in fin che interamente a basso pone le minaccianti gotiche bandiere e che tanti di lor vede per terra che senza dubbio aver vinta è la guerra.

Il miser Radagaso ivi apparìa che la veste real da sé spogliata, senza compagni aver, ratto fuggìa per deserta montagna a lui celeta:

ma il fa incontrar la sua fortuna ria gente che di quei luoghi ammaestrata sovra il giogo dell'Alpe asceso il prende, e 'n man di Stilicon legato il rende;

il qual senza pietà la regia testa del suo busto crudel fece privare, e l'altro popol suo che 'n vita resta per prezzo a servitù perpetua dare.

Poc'oltra si vedea non meno infesta altra gotica insegna radombrare dell'infelice Italia il seno aprico, che 'n fortuna miglior segue Alarico:

al quale è Stilicon, non men ch'allora, con la medesma gente a fronte gito. Ma più lunga stagion con lui dimora, or quel colle ingombrando or questo lito,

ché, senza l'arme usar, prolunga l'ora con più torto pensier che forse ardito: poi nel fin gli dà pace, e gli concede d'Aquitania il terren per propria sede.

Né molti giorni poi che senza cura vide il goto furor restarsi in pace, nel silenzio maggior di notte oscura che tra 'l sonno e tra 'l vin sepolto giace,

quel ch'all'aperto sol gli féa paura tenta di far, ma il suo pensier fallace mal conseguito al fin, dannoso e vòto fu per l'alto valor del fero goto:

che in sì ostinato ardir gli batte il fianco, che l'insidie scoperte in fuga volge. Né poté Stilicon lo stuolo stanco ritener più, che fredda tema involge;

così 'l suo disegnar venuto manco, nel cammino onde venne si rivolge, e vinto dal furor con ratto piede la palma e 'l loco al gran nemico cede.

Poscia adunata ancor novella aita d'altra guerra mortal si pone in pruova, ch'assai men della prima al ciel gradita più ch'ancor rotto e vinto si ritruova;

la cui calamità poi ch'ebbe udita, oltr'ogni creder suo dannosa e nuova, l'imperatore Onorio giovinetto ch'ei gli sia disleal prende sospetto:

e senza cura aver del nome pio d'esser suocero suo, né della figlia, poi ch'appellato fu nemico e rio con quel ch'amava in prima a meraviglia,

Euchero il figliuolo, acconsentìo di far del sangue suo l'erba vermiglia; ma il discreto pittor nell'aspra sorte tutta colma d'onor ritrasse morte.

Poc'oltra si vedea soletto andare per monti alpestri il fido Marialle, e 'l picciolo Iraconso via portare, d'Euchero figliuol, sopra le spalle

per l'ombre ascoso, e le giornate chiare fuggir temendo e l'abitato calle, tanto ch'al fin, come a fedel amico, il pose in man del gotico Alarico;

che con paterno amore in guardia il prese e 'l tenne infino al dì ch'abbatte e doma, quasi al terz'anno, in sì crudeli offese il seggio altero della nobil Roma.

Indi adornato di reale arnese e di ricchi tesor con larga soma, securo il manda nel paese ispano ove regnava il vandalo Marano;

il qual, di Stilicon sendo cugino, avea col suo favor tutto acquistato degli alti Pirenei l'aspro confino, e lo scettro tenea di ciascun lato:

che quanto alla Garona era vicino dall'aquitano ocean circondato in Gallia possedeva, e nella Spagna ciò che il cantabro mare e Linia bagna.

Lì si vede il fanciul così nodrito come uscito di lui, con somma cura; poi di Clodia suoa figlia esser marito, e d'acquistargli un regno assai procura:

tanto che de i Xantoni il fertil lito con insidie e con forza a i Galli fura, di cui fatto Iraconso eterno erede dell'amata sua Clodia un figlio vede;

e 'n memoria di lei Clodio l'appella, ma il Vandalo vulgar volse in Clodasso: che poi crescendo per l'età novella seguìo degli avi il glorioso passo.

Lì giovinetto ancor sopra la sella d'un feroce corsiero or alto or basso si vedea rivoltarlo, or sciolto il morso a' suoi caldi desir muoverlo a corso;

poc'oltra andar, poi che l'età fiorìa, tra infiniti guerrier di ferro cinto più inverso i Celti, e quanti truova in via ha con pace acquistato o in guerra vinto:

né il gir vittorioso gli desvia, né l'ha fatto più tardo o 'ndietro spinto Ceranta, Seura, Lindro, Vienna e Cera ch'e' non meni il suo stuol vicino a l'Era;

ove poscia incontrò feroce intoppo del famoso Boorte e del re Bano, che 'l suo correr veloce stanco e zoppo e 'l disegno orgoglioso rendeo vano.

Ma perché il suo potere era pur troppo, e 'l soccorso di quei molto lontano, in tra mille battaglie si vedea che 'l valore alla forza soggiacea.

Si scorgean fra infiniti cavalieri soletti l'arme oprar Bano e Boorte, e sopra ogni uso umano arditi e feri grande schiera di lor menare a morte.

Ma 'l numero soverchio de' guerrieri gli sforzò di tornar dentro alle porte del grande Avarco, a cui d'intorno fanno alle genti nemiche estremo danno.

Ma del continuo affanno e del digiuno del lor popol fedel mossi a pietade, ambo il lassar non nel silenzio bruno che 'ntorno oscuri e cuopra le contrade,

ma nel dì chiaro, e 'n vista di ciascuno per mezzo il campo lor si féro strade, ove di sé lassar sì largo segno che di questa memoria era ben degno.

Non lunge indi apparia Benicco e Gave, l'un doppo l'altro poi, non men ch'Avarco, da lor difeso in lungo assedio e grave, delle stesse miserie intorno carco:

e 'n guisa di leon che nulla pave che di cervi entri al dilettoso varco si vede or questo or quel con morte o doglia degli inimici suoi portarne spoglia:

né di quegli invidioso asconder volse al famoso pittor la virtù loro, ma fa che tutta aperta ivi la sciolse, in pregiati color distesa e in oro,

perché tanto più in sé d'onore accolse quanto fur più le lodi di costoro; i quai di nutrimenti al fin privati ambeduoi di lasciar furo sforzati:

ma innanzi al dipartir sì largo rio là intorno fan dell'inimico sangue, ch'ancor ne 'ngiunca il lor terren natio, e 'l vincitor nella vittoria langue.

Voltan poscia il pensiero e 'l passo pio verso il popol di Trible, tutto essangue per la tema ch'avea, visto l'essempio del passato per gli altri iniquo scempio;

e perch'era già innanzi provveduto, e d'assai nodrimento era sicuro, poi ch'han dentro e di fuor riconosciuto se sia il fosso profondo o saldo il muro,

consigliati a cercar novello aiuto dal gran re Pandragon padre d'Arturo e dal re Varamonte dove bagna l'aspro oceàn l'Armorica Brettagna,

lassando in man di Sergio, il quale allora la lor vece reggea di quella terra, con gente assai quanta al bisogno fòra per sostenere in piè la lunga guerra,

partiti a pena, alla medesim'ora il disleal la chiave, onde si serra la porta del castel, manda a Clodasso, e d'entrarvi co' suoi gli spiana il passo:

il qual, per tormentar con nuovo affanno da lunge i cavalier, la mette in foco. E quei, mentre pensosi altrove vanno, volgon la vista indietro, e d'alto loco

veggion di tutto il lor l'estremo danno e come più sperar niente o poco debban nel mondo, e con l'istessa sorte l'uno e l'altro di lor desia la morte.

Né molto andò che 'n solitari boschi, senza conforto aver di cosa alcuna, tra i pastorali alberghi e 'n pensier foschi, lamentando del cielo e di fortuna,

i miseri gustar gli ultimi toschi di quella fera ch'egualmente imbruna la chiarezza mortale, e fur sepolti da rozze mani, e 'n bassa terra avvolti.

Di tai pitture dottamente ornate intorno rilucean le regie mura, in cui le giovin donne ivi adunate mentre attendono ancor, ponevan cura.

Ma la coppia real mille fiate in riguardo sottil cerca e procura co i consigli fra lor che miglior sono di trovar per la dea dicevol dono.

Quelli scelsero al fin che veramente a lor degni parean d'onor divino; trovò la madre candida e lucente di chiarissime perle e d'oro fino

la vesta onde s'ornò primieramente quando partì dal vecchio padre Albino, che d'Olvernia fu re, da quel disceso che già resse del mondo il terzo peso:

da quello Albin che in Gallia imperadore per le man di Severo oppresso giacque non per fortuna men che per valore, ove il Rodano e Sona assembran l'acque;

di cui 'l picciol figliuol fuggì 'l furore dentro a i monti Cemeni, ove alfin piacque al ciel che conosciuto oltra molti anni fosse ornato da' suoi di regii panni;

da cui di prole in prole il quinto venne il suocer di Clodasso, a lei parente, che fregiato d'onor lo scettro tenne con giustizia e pietà fra quella gente,

e la figlia e 'l suo genero mantenne in piè contra ogni assalto che sovente e di dentro e di fuor gli sentia mosso, che del regno acquistato non fu scosso.

la nuzzial sua gonna adunque elesse, già di tal padre don, la pia regina. La bella Claudiana dall'istesse sue man tutto ripien d'opra divina

elesse un velo, in cui le stelle impresse erano, e 'n mezzo il sol ch'alto cammina riscaldando sereno al mezzogiorno del suo friseo monton l'erboso corno.

Non molto dietro a lui l'alma sorella con la fronte falcata in Tauro assiede: di Giove ha innanzi la benigna stella che 'n tra gli umidi Pesci ha dolce sede;

seco ha la figlia, che ridente e bella di pie fiamme d'amor gli animi fiede, e l'alato corrier con la sua verga lieto di tale onor fra loro alberga.

Nel fondo estremo alla contraria parte, vicin dove la terra ha maggior l'ombra, nel frigido Scorpion si vedea Marte, che con vista mortal nessuno adombra.

Quel che divora i figli era in disparte, che l'adeguante Libra di sé ingombra, e 'l punto oriental nell'orizzonte ha del Nemeo Leon la prima fronte.

In tal guisa adornato il ricco velo sì lucente apparia di gemme e d'oro, che poco il vero sol, le stelle e 'l cielo avanzavan d'onore il bel lavoro:

che già molti anni pria con sommo zelo di placar per tal modo il divin coro le mostrò tutto il saggio Clitomede, che l'infelice fin di tutto vede,

dicendo a lei: “Poi ch'uom mortal non puote a sua voglia temprar l'eterne stelle che rivolgon lassù l'eterne rote, a chi fide compagne, a chi rubelle,

le più amiche virtù ch'a noi son note, quant'è il nostro poter, sien poste in elle per la vergine vostra e real mano, pregando il ciel che non s'adopre in vano;

e 'l giorno poi di vostre nozze altere sopra il letto real per voi si stenda con voci umili e fervide preghiere che 'l ciel simile a questo il corso prenda

e 'nsieme accordi le sublimi spere eguali al vostro velo, onde discenda tal favor sopra voi, sopra lo sposo, ch'eterna sia de i due gloria e riposo”.

Di tutto l'obbedìo la regia figlia, e con bramosa man l'addusse al fine, di lui destando invidia e meraviglia tra le proprie donzelle e le vicine.

Poi nel dì nuzzial, tutta vermiglia nel volto, ove splendean le bianche brine, di pudica vergogna e di desire, il letto genial ne fé covrire.

Or questo prende allor, né solo il volse per placare e 'nvocar l'altera dea, ma l'onorato scudo seco accolse ch'all'albergo vicino alto pendea:

quel che 'l suo Segurano in guerra tolse allor che 'l regno suo gli contendea il famoso d'Irlanda Lamoralto, di cui fu vincitor nel fero assalto;

e fu il consiglio pur di Clitomede, ch'a lei disse: “O regina, questa spoglia fia carissima a Palla, come erede di quanto armata mano acquistar soglia;

e s'a i consigli miei darete fede n'adornerete ancor la sacra soglia: e 'l merta ben, poi che col suo favore acquistò 'l vostro sposo il largo onore;

perché dicendo un giorno a Segurano suo padre illustre Galealto il Bruno: - Se sperate figliuol, sperate in vano coronarvi per me di regno alcuno,

che non d'altrui che dell'istessa mano aspettar possession debbe ciascuno d'alto legnaggio uscito come voi, e come han sempre fatto i nostri e noi.

Della famosa Gallia una gran parte refutò Febo, l'avo mio paterno, che scettro aver che da' suoi primi parte non stimò degnità, ma indegno scherno;

poi sette regni col favor di Marte acquistò solo, e fé il suo nome eterno trall'Orcadi, tra l'Ebridi e 'n Brettagna e dove il cimbro mar la Daunia bagna,

ma di tutti a i più cari fu cortese, e l'onor si serbò solo, e la spada: né, mio padre e suo figlio, ad altro intese Ettore, che seguìo l'istessa strada.

Il medesmo oggi fa Giron Cortese, vostro proprio german, quantunqu'e' vada di molt'anni a voi innanzi, e pure è nato del Franco seme il suo materno lato;

e di quello e di noi tutt'altra aita schivando, e le ricchezze, intorno solo rivolge il passo ove l'onor l'invita, or dov'arde più il sole, or verso il Polo;

e per l'afflitta gente e sbigottita or abbatte quel regno or questo stuolo, e portando di lauri antiche some cela quanto altrui può l'invitto nome.

Or seguendo, figliuol, sì nobil'orme, fate che d'esser voi vi risovvegna, né smarrite di voi l'antiche forme d'oprar cosa di quelle e d'onor degna.

Fuggite de' vulgar l'abbiette torme e la scuola de' più, che solo insegna il posseder quaggiù terreno ed oro, della gloria sprezzando il bel tesoro -.

Da tai detto racceso, e di tal padre, il giovin Seguran, ch'ardeva in prima d'alto desir dell'opere leggiadre, brama di tutti quei salire in cima:

e congiunte de' suoi più ardite squadre, e le quali a virtù più intese stima, con pochi legni al più gelato verno drizza le prore lor nel lito iberno;

e col favor di Pallade, che gli era sempre in ogni consiglio amica e fida, ruppe al primo arrivar possente schiera che di farlo fuggir seco s'affida,

essendo ei tutto sol nella riviera del Boando disceso, ove s'annida col mar che lassa in ver Boote alquanto il promontorio alpestro di Novanto,

ove gli altri suoi legni risospinti fur dall'onde scendenti all'ora sesta, né poter seco in guerra essere accinti, ned ei per tutto ciò ferir s'arresta.

Così questi primieri ed altri vinti, in sue forze il terren quel giorno resta. L'altro poi Lamoralto e nuova gente il viene a rincontrar, che i danni sente.

Ma in questo la smarrita compagnia nello spuntar del giorno è posta in terra, la quale aggiunta al gran valor di pria non avea dubbio alcun la nuova guerra.

Ma Lamoralto il fero alto s'udìa dir contro a lui: - Quanto vaneggia ed erra che si fida d'altrui che di se stesso, come la pruova poi gli mostra spesso!

Se voi sète il possente cavaliero che vorreste parer con l'arme in mano, sia posta la question di questo impero tra Lamoralto solo e Segurano:

né s'ingombre il terren d'altro guerriero né si faccian perir le genti in vano. Quanti compagni aviam, restin da parte, e sol venga con noi Bellona e Marte -.

Il vostro Seguran, ch'altro non brama, patteggiando a battaglia si conduce, ove uccise il signor di altera fama, ottimo cavaliero e sommo duce.

Allor l'isola tutta allegra il chiama suo vero imperador, sua chiara luce; e l'ha con tale amor poscia ubbidito qual mai fosse altro re per altro lito:

e l'argentato scudo ch'esso avea col purpureo leon che quinci appare, fia per memoria all'onorata dea dell'opre illustri e delle glorie chiare

dell'alto Seguran, perché più rea non gli voglia giamai fortuna dare, ma miglior tutto il giorno, acciò che poi la possa incoronar de i pregi suoi”.

Così la bella donna ha posto in mano della vergine Onoria sua donzella questo candido scudo che già in vano difese Lamoralto in su la sella;

a Lamia diede il vel dove in sovrano lavor Febo lucea con ogni stella: poi tenendo alto il core e gli occhi bassi della madre seguìa gli antichi passi,

la quale avea la gonna preziosa, che poco a lei davanti era portata da Marzia antica, che per madre ascosa del suo medesmo Albino era già nata.

Scendon nell'ampie logge ove si posa delle matrone poi la schiera ornata che dentro Avarco avea più nobil sede, di chiara pudicizia illustre erede.

Così sen va l'onesta compagnia verso il tempio divin tacita e mesta. Del sacro limitar le porte aprìa Silvia, l'alta vestale, in bianca vesta;

poi tutto il casto coro la seguìa, che 'n dolci note di laudar non resta la dea che senza madre uscì di Giove, quella che 'nfonde il senno e l'arme muove.

Ivi, poi che condotte a i divi altari fur la vecchia regina e l'alma figlia, presentando i bei don lucidi e cari mosser le donne e 'l tempio a meraviglia;

poscia in caldi sospir grevi ed amari, tenendo fisse pur l'umide ciglia nell'imagin divina in alto assisa, disse Albina per tutte in questa guisa:

“Sacrata dea ch'al gemino valore sovr'ogni altro lassù l'impero stendi, trai dal lungo periglio e dal timore il tuo misero Avarco, e noi difendi;

e col Franco il Britannico furore dal tuo gran Seguran sepolto rendi e dal tuo buon Clodino e Palamede, per quella che 'n te aviam secura fede”.

Qui finito il pregar l'alta regina, l'alma figliuola sua con l'altre insieme raffermando il suo dire a terra inchina l'addolorata fronte, e piange e geme:

voti faccendo a sua virtù divina che sciolto ogni timor ch'allor le preme nuovi doni offriran larghi e devoti; ma giro i preghi lor d'effetto vòti.

Or già l'antico re dall'alto sito onde veder potea l'orribil guerra tornato era all'albergo, e 'n parte gito che i più cari suoi beni a gli altri serra.

seco ha sol due scudier, Mastore e Clito, che sovra gli altri amò, che nella terra già vandalica nati da i primi anni gli fur sempre compagni a i lunghi affanni,

e 'l suo fido Medonte, che le chiavi di quanto è il suo migliore in man tenea, e 'n tutte aspre fortune e casi gravi mai sempre il pio signor seguito avea;

e quantunque l'età le forze aggravi e lo stanchi talor, non s'arrendea, che, mal grado di lei, pur ancor vuole l'uficio essercitar che giovin suole.

Poi di tutti il primiero ha il re Vagorre, senza il qual mai non è dovunqu'e' vada; né saprebbe un vestigio in terra porre s'ei non sia dolce scorta alla sua strada.

Sol gli puote i desir legare e sciorre, render foschi e seren, come gli aggrada: perché tanta ave in lui speranza e fede che sol con gli occhi suoi discerne e vede.

Con questi quattro adunque ivi entro andato e serrata di fuor la molta gente, truova ampissimo il loco, e circondato di mille gradi e mille ornatamente:

l'un sopra l'altro in tal misura alzato, che lassando il cammin che agevolmente doni spazio all'andar di chi va intorno, resti a quel ch'ivi sia largo soggiorno.

In bei serici drappi erano stesi e con ordin leggiadro in sé distinti ivi gli aurati, vaghi e ricchi arnesi, qui i tessuti di seta e d'ostro tinti.

Sovra quei poscia in alto erano impesi gli stendardi e ' trofei de i duci vinti, ivi l'armi pregiate, ivi la maglia di cavalieri e re presi in battaglia.

Poi in cima a tutti gli altri rilucea dell'avo Stilicon lo scudo altero, ove in purpureo campo si vedea quell'uccel ch'ha nell'aria il sommo impero

che in argentata mano umil sedea con laccio aurato a i piedi, e 'l guardo fero vèr lui basso torcea, doglioso e schivo della sua libertà sentirsi privo.

Nè lunge era da quel l'insegna antica, mille volte spiegata in aspre guerre or dell'etrusco sen nell'aria aprica or sotto l'Alpi e nelle insubrie terre,

ove una donna appar che 'n vista amica un feroce leon mostra che sferre, le catene spezzando ond'era stretto, mentr'ei dolce le bacia il bianco petto.

Di cangiante colore ornata er'ella, il leon d'oro, e tutto l'altro oscuro. Lucea sovr'essa minacciante e fella e mischiata in color di sangue impuro

con lunga coma una crinita stella che traeva il velen dal freddo Arcturo. Poi con l'altre arme sue pendea vicina di tempra singular la spada fina;

e tutte queste al gotico Alarico, già di Roma infelice possessore, fur mandate da Onorio, il gran nemico, con mille altri bei don carchi d'onore

poi che intese Placidia in sì pudico stato esser seco e 'n sì fraterno amore, l'alma sorella sua, che 'n sangue e 'n doglia del barbarico stuol divenne spoglia:

e poi quando inviò nel lito ispano il goto imperador di Stilicone il giovincel nipote al suo Marano, questa insegna e quest'arme anco ripone

tra i tesor che gli dà, perché lontano riguardandola spesso aggia cagione di rimembrar che sia del sangue sceso già dal popol roman sì forte offeso.

Poc'oltra avea dell'aquitane prede del suo padre e di sé larghi trofei. Del santonico Zeto ivi si vede, eterno testimon de i pianti rei,

lo scettro appeso e la real sua sede, mal custodita allor da i primi dei: perché 'n lavor di gemme ornato e vago di Giove e di Giunon vi avea l'imago.

Del petragorio Arato, ch'avea il regno ove tra i monti ha il corso la Dordona, apparia de' gran danni altero pegno, perché v'era il suo scudo e la corona.

In quel de' suoi dolor portava segno, in cui fero destin cader lo sprona, ché di fosco colore il campo tinto tutto di bianche lagrime era cinto;

questa di ricche gemme e varie ornata di forma imperial surgeva in alto, perché ei dicea che la sua stirpe nata era di quei del magno Galealto,

nella pia region che fortunata, fuor di caldo e di giel soverchio assalto, i più antichi appellaro, e d'indi poi stese in quella provincia i confin suoi.

Poi del re de i Pitton nomato Ibero le militari insegne eran sospese, ove in vermiglio seno un grifon nero gli aspri artigli mostrava e l'ali stese.

L'elmo ch'un bianco cigno ha per cimiero, assiso sta sopra il dorato arnese; lo scudo è in basso, ove un lucente sole nutre al verde terren rose e viole.

Mill'altre spoglie poi di duci e regi veston tutto d'intorno il ricco loco, che 'n memoria ivi son de i fatti egregi, che sempre luceran d'illustre foco.

Or quei tanti trofei, quei tanti pregi, a i quai sol riguardar sarebbe poco d'un sole intero il corso, il re Clodasso fanno in dubbio restar pensoso e lasso.

Pur doppo assai parlar col re Vagorre e con gli altri suoi tre che con lui sono, dispone al fin che sia ragion di porre all'imagin di Marte il terzo dono,

e che d'essi il primier si debba tòrre quel che diede il principio all'alto suono del suo giovin valor, nel primo giorno che 'n guerra uscisse mai dell'arme adorno;

Fosse il secondo poi quel ch'all'etade più perfetta gli venne, e fu il maggiore, allor ch'ei non tenea di mille spade che intorno avesse il periglioso orrore;

l'ultimo quel ch'all'onorate strade trovò l'albergo quando imbrunan l'ore verso il torbido occaso, ove il noioso già passato cammin chiede riposo.

Così prender comanda di Tarsano l'acquistate da lui reali spoglie allor che il vecchio vandalo Marano giovinetto il nutria fra le sue soglie.

Venne costui dentro al terreno ispano seguendo d'Urien l'altere voglie, il fero Alan ch'al regno suo Numido volea giunger ancor d'Iberia il lido;

e 'l dì che trasse a fin la lunga guerra e privò gli Affrican d'ogni altra speme stese morto Tarsan sopra la terra di Clodasso la man che nulla teme:

tal che 'n tutto il paese che si serra in tra 'l Tago e 'l Duero e l'onde estreme del Lusitanio mar ne corse il nome, e di lauro gli ornò le bionde chiome.

Or tolse di costui la spoglia opima, che 'l forte scudo avea di color perso, nel cui piegato sen verso la cima una falce splendea d'argento terso:

sott'essa eguale a lei ruvida lima d'una dorata incude era al traverso, che 'l seggio tien sopr'arido terreno di secca erba segata intorno pieno.

Fu 'l secondo suo don d'Eliadello re dei Nortombri allor l'arme e l'insegna, ch'ei vinse e spense al nobile duello ove 'l fertil terren Garona segna

quando 'l popol miglior fatto rubello per dovuta cagion di lode degna s'armò contra il Rosmundo visigoto di pietà insieme e di giustizia vòto:

ché Clodasso di lui venne in aita, e dell'afflitto stuol fu l'altro duce. Un grande scoglio avea di calamita, che 'l ferro di lontano a sé conduce,

l'insegna, alla sembianza colorita del più tranquillo mare ove il sol luce: d'oscura tempra e d'alleggrezza ignudo splendea d'ardente folgore lo scudo.

Fur quelle d'Escanor della Montagna per offrir al gran dio l'ultime spoglie, ch'al santonico lito, ove 'l mar bagna, di Clodasso assalìo le patrie soglie

già nel tempo canuto ove accompagna la mente il senno, e ch'alle membra toglie il già stanco vigor, non però tanto che del primiero ancor non resti alquanto:

come avvenne al gran re, cui già vicina co' gravosi suo' incarchi la vecchiezza non fu tal sopra lui donna e regina che 'l dispogliasse ancor d'ogni fortezza;

ond'ei sospinge all'ultima rovina il giovine Escanor che non l'apprezza, e con quel brando il pose morto a terra che mai più doppo il dì non strinse in guerra.

Del grave scudo suo, che candid'era, un nero crocodillo il mezzo imbruna. Chiudeva in sen la verde sua bandiera sopra squarciate ruote la fortuna:

dietro e davanti una celeste spera ove oscurare il sol facea la luna; nelle spalle e nel petto avea l'arnese in tra picciole stelle in giro accese.

Doppo questi tre don, di fino acciaro e di ferro novel peso infinito, che di quanto mai fu più illustre e chiaro avea fatto venir di più d'un lito,

come al possente Marte amato e caro e più ch'argento ed or da lui gradito, sopra possenti carri ordine diede che seguisser di lui l'elette prede,

con cinque alti corsier ch'aveano il pelo del vello del lion più oscuro alquanto, nati e nodriti sotto al tracio cielo che 'l valor marziale onorò tanto,

e ch'avean di Strimon bevuto il gielo ove de' suoi fratelli ha Borea il vanto. Poi che tutto è disposto, esso s'invia con l'onorata e nobil compagnia,

perché tutte già intorno eran ripiene d'antichi cavalier le altere soglie, ché ciascun quanto può veloce viene divoto in adempir le regie voglie.

Passa innanzi la turba che sostiene con sollevata man le offerte spoglie; dietro lor segue poi la lunga schiera dell'eletto drappel che venut'era.

Doppo gli ultimi tutti è il re Coldasso, tra 'l domestico stuol di ferro avvolto; e 'n vista di dolor movendo il passo, reverendo il facea l'abito incolto.

Or torna or va chi fa largare il passo del riguardante popolo ivi accolto. Poi che giungon del tempio alla gran porta, il piè ferma ciascun che i doni apporta;

e con la istessa forma d'ogni lato si dividon fra lor, lassando strada a chi lor dietro vien, che riservato tutto l'ordin primiero, ivi entro vada.

All'arrivar del re, di mitra ornato e sostenendo in man la sacra spada, con la porpurea stola infino al piede si fa incontra il gran vate Clitomede,

e con altri onorati sacerdoti in basso mormorare umil l'accolse: e per nome di Marte i doni e i voti, e 'n vero onor di lui lieto raccolse.

Poi che locati fur, gli occhi devoti in sembiante pietoso al ciel rivolse, tenendo al re sopra la bianca testa la spada e 'l lembo della sacra vesta;

indi così dicea: “Possente figlio di Giove universal, di tutto il padre, com'ei col tuo valor pose in essiglio di Pelio e d'Ossa le superbe squadre,

così d'Euro e d'Oron faccian vermiglio col favor sol dell'opre tue leggiadre il tuo caro Clodino e Segurano de i nemici crudei l'erboso piano”.

Qui tacque, e per la man poscia il conduce ov'è sopra l'altar l'imago altera, cui da lampadi ardenti innanzi luce d'atro piceo color la fiamma fera,

e di quel re già ucciso e di quel duce di spoglie ha intorno sanguinosa schiera. Ella in sembiante è tal, che sol la vista rende la mente altrui pavida e trista.

A quella il vecchio re tutto tremante con le ginocchia inchine alto dicìa: “O sommo dio che di vittorie tante ornasti questa man mentre fiorìa,

or che debil s'arrende, le tue sante luci rivolgi alla fortuna ria, che sentendomi giunto all'ore estreme con ogni suo poter m'abbassa e preme.

Drizza inverso di lei le tue chiar'arme, mostra che contro a te niente puote; e voglia il tuo valor dritto salvarme dal gravissimo peso di sue ròte.

E s'io posso per te mai liberarme né le preghiere mie ritornin vòte, di tutto il mio tesor la quinta parte prometto al tempio tuo, possente Marte”.

Non pòte altro più dir, che 'l pianto e 'l duolo gli contese all'uscir la voce stanca. Tacito adunque col suo amico stuolo, a cui tema e pietà la fronte imbianca,

all'albergo tornando, incontra il volo dell'aquila in cammin dalla man manca: e perché il gran desio la mente appanna ch'ei venga in suo favor se stesso inganna.

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CANTO IX · Luigi Alamanni · Poetry Cove