In Roma vivo, scrivo, e me la passo
Tra impertinente gente da processo,
Per divino destino che m'ha messo
In corte, ove si fa forte fracasso.
Di quiete amico maledico il chiasso,
Né m'allargo dal margo di me stesso,
E chi m'onge e mi ponge io l'ho con esso,
E a poetar e a trimetrar m'ingrasso.
Da un certo Incerto che m'ha già proscrisso
Vado lontan come da can molosso
Da cui son morso, e come un orso risso.
Ma già fatto ho il quint'atto, e più non posso
Soffrir, ché dal martir son crocifisso,
E vo' scopargli e spolverargli il dosso.