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1460–1538

Transformazione de Glauco

Luca Valenziano

Cantando al cominciar breve volume di Glauco, che a Neptuno or s'acompagna, corro al mio chiaro et abundante fiume che de liquor poetico mi bagna.

O del mio ingegno fortunato lume, Camilla, a' mei pensier dolce compagna, dami del tuo favor larga mercede quanto conviensi a la mia antiqua fede.

Giace vicino al mar gentil paese dove Cadmo percosse el fier serpente quando lieta novella a Delfo intese che fu principio a la tebana gente:

ivi dal fundator bel nome prese Antedone, che 'l mar florida sente, felice assai con glorïosa fama del piscator che la mia lira chiama.

Già di pianta vulgar Glauco gli nacque col favor sacro de sacrati numi, ove crescendo, poi che in tomba giacque el caro padre abitator de' fiumi,

Glauco successe, predator de l'acque, tenendo i soi paterni alti costumi, perché gli disse el vechiarel morendo: – A te, figlio, la rette e gli ami rendo. –

Però con quel che non pò Invidia tôrre, senza solcati campi e senza gregge, Glauco festegia, e per l'arena corre con libertà che in più bel stato regge,

e come quel ch'ogni soperchio aborre, quanto natura vòl, tanto si ellegge, alor pomposo, e d'ornamento illustre, se 'l fronte gli cingea canna palustre.

E per ozio fugir dannoso e illicito tanto se fe' nei dolci ingani pratico che sopra un scoglio un dì, come solicito, fu ghirlandato dal gran vulgo acquatico;

ma per nutrirse con guadagno licito vendea nel civil foro il pesce erratico, cantando al ritornar senza ramarico, lieve di pesce, e di moneta carrico.

E mentre lieto da fortuna rea con quelle rette nel gran mar s'asconde, Cimotoe gli disse, e Galatea, levando el capo da le tumide onde:

– Sarai qual Melicerta e Leucotea in queste di Neptun rive profunde a te beato, e alla tua patria bella, se non fia Scilla a tanto onor ribella. –

Confine al lito, in dilettosa piagia, Natura un prato con sua man depinse, ove con tuti i studii intenta e saggia ogn'arte prima, e poi se stessa vinse;

però de sua gentil fronde selvagia per riverenzia alcun mai non si cinse, né vi spogliò già mai ligustri o salce de l'empio Erisiton la cruda falce.

In questo loco tanto dilettevole Febo vagheggia el suo fiorito Ebalio, Venere ancor turbata e lacrimevole gli mira Adone dal gran bosco Idalio,

et Ecco il suo Narciso dispiacevole che sì mal se specchiò, forse in Castalio. Questo fu, como scrisser le Pïeride, maraveglioso a l'orto delle Esperide.

Lì dentro al mar della pomposa riva Glauco le rette alla rapina sciolse, e di quella natante e fugitiva turba gran parte nelle macchie acolse,

onde poi lieto a la dolce umbra estiva s'asscise sopra i fior como el ciel volse, e vago de saper quanto posseda su l'erba expose la squammosa preda.

Or per me chiamo ogni poema antico, se 'l mio dir te parrà forsa mendace: subito, alor che di quel piano aprico il bel pesce toccò l'erba falace,

via più che prima del terren nemico al moto fu come ne l'unda audace, e per quella virtù che non apare senza dimora risaltò nel mare.

El dolce pescator per maraveglia questo vedendo, agli ochi soi no 'l crede, e quanto a la cagion più s'assotiglia del novo caso, tanto men ne vede;

però levate al ciel ambe le ciglia con quella simpliceta e pura fede disse: – Questa è del ciel secreta forza, o de l'erba fatal che tanto sforza. –

E come quel che di saper gli giova, qual peccora chinato alla verdura, per farne di se stesso a sé tal prova securo morse la gentil pastura.

Cossa dirò maravegliosa e nova, che 'l crudo pasto gli cangiò natura, e nel pensier cangiato, ond'io l'exalto, nel gran mar se gettò con lieve salto.

Le verdi ninfe con cerulea chioma givan per l'onde placide e tranquille; ciascuna era d'un pesce altera soma natando a·ppar di quelle ignude ancille.

Aretusa un delfin con freno doma, un tauro Cloto, una balena Fille, sotto Menippe un arïete geme, e un cefalo frenato Idraulia preme.

Venìan dopo costor quasi infinite nude al petto, le braccia e il piè gentille, cantando di Neptun e de Anfitrite in un soave et amoroso stille.

De coralli e de bianche margarite el collo gli premea rico monille. Triton, che le vedea spogliate al gioco, nei sembianti parea tuto di foco.

Mentre Asia mosse a la sua cetra l'arco, corsero al nobil suon milli delfini, veloci più che una saetta d'arco per amor de quei visi pellegrini,

e ne l'aria ciascun signava un arco saltando in schera sopra i lor confini. Or s'alzaron su l'onde, or se sommersero, e de molto liquor le ninfe aspersero.

Stavano ai dolci ludi intente e liete le Nereide, con chiome a l'aura sparse, quando per fluttuar de l'onde inquiete Glauco sul mar tra quella schera aparse.

Egli avea extinta ogni soperchia sete se già mai per fervor dil Cane exarse, e mentre fra quelle acque si confuse, quasi senza spirar l'alma si chiuse.

Le belle braccia Callianira istese tremante per pietà del dubio caso, e stringendolo a sé, chiaro comprese quanto pocco vigor gli era rimaso.

Ei di quel salso umor gran parte rese or per l'aperta boca, or per el naso, e per svegliarlo Clizia gli dibarba le chiome, el petto e la stillante barba.

Con regal maestà, su lieve curro, vellato d'ostro, e col tridente in mano giunse Neptun, ch'ogni marin susurro tempra col viso altieramente umano.

Vedeasi el ciel con natural azurro senza discordia d'alcun vento strano, e dietro al suo signor senza procella giva Nereo e di par Dorida bella.

Sotto el pondo anelante Callianira in un coro d'amor con le sorelle se gli fe' incontro, ond'ei tute le mira, or le guance, or le fronte, or le mamelle,

e tacito de lor forte sospira vedendole radiar sì como stelle. Fetusa alor, ch'ogni selvagio molce, a parlar cominciò pietosa e dolce:

– O d'ampi mari per antica sorte fermo rettor, de l'alto Olimpo degno, questo sommerso già vicino a morte de tante onde sentiva extremo sdegno,

ma poi che fummo del periglio acorte ebbe da nostre man fido sostegno. Non die' Glauco perir con tanta furia, del mar devoto, e de tua bella curia.

Fallo, signor, per sua bontade eterno con gli altri numi toi sotto altro pello, e dagli in questo mar novo governo cangiando el suo caduco e fragil vello.

Cresca el popul marin la state e il verno per onorar quel venerando tello. Così suole, inalzando or questo or quello, Iove farsi nel ciel sempre più bello. –

Dolcemente Neptun la fronte mosse come colui che a sì bel don consenta, e col vasto tridente el mar percosse per far che da lontan ciascun lo senta,

poscia Triton con quelle guance rosse la cava tromba impetüoso aventa. Cento fiumi chiamò con quel suon rauco, e bevendo ne fu purgato Glauco.

Con questi el vizio dal bon cor si lava, tema, ignoranzia, cupidigia e fraude, che poi, desta al ben far la mente ignava, con belle opre s'acquista eterna laude;

però, liber di quel che sì ne grava, Glauco nel mar deificato gaude, e come un pesce ne l'andar si snoda senza periglio con falcata coda.

Così, deposta la confusa vesta, del profondo occean fu fato nume, e fama ne volò legiera e presta movendo l'ale d'infinite piume;

in Antedone fu gran tempo festa de quel bon citadin che gli fa lume, e per memoria gli fu alzato un tempio che sia di fama a la virtute exempio.

Ma che giovò cangiar, e che gli valse la deità ch'ogni viltà gli tolse, se l'empio arcier dalle promesse false sì fieramente d'un suo stral l'accolse?

Che sperar più, se dentro a l'onde salse crebbe el foco d'amor quanto Amor volse? Però facil non è trovar rimedio contra l'arme d'Amor di tanto assedio.

Sempre, com'io so ben, quel gran lascivo tocca dove col stral certo s'ammira, e benché in tuto sia di lume privo, endarno a saettar già mai non tira;

né sol regna fra noi, ma ciascun divo sotto el giogo crudel per forza spira. Sente el foco d'Amor fin ne la selva ogni simplice ocello et ogni belva.

Forse mie rime ancor sarano udite de Circe e Scilla. Or prendo altro camino e lasso quelle rette in ciel ordite che te fêr, Glauco, in questo mar divino

ove regni con l'alme più gradite per vera elezïon, senza destino: perché celeste providenzia vòle che ben culto sia quel che 'l ciel ben cole.

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