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1460–1538

Capitulo primo

Luca Valenziano

Io che pur dianzi con silvestre avena per le frondosi valli aspro et orrendo guidai gli armenti alla pastura amena, or a te, Pan, l'usata verga rendo

volando fuor della pastoria tomba, e la mia canna al tuo tempio suspendo. Ché se col primo suon poca rimbomba questa mia coruscante alma Camilla,

degno è ch'io m'alzi con più altiera tromba. I campi lasso, e la fangosa villa vago de sua cità marmorea e bella, dove sol per triunfi Amor sortilla.

Benigne Muse, la mia navicella guidate in questo mar tanto profondo da' venti combatuta in gran procella. E così col favor vostro secondo

io darò de mia donna eterno exempio, laudata in ciel, maravegliosa al mondo. Un giorno Amor, quel furibondo et empio, riposto ogni suo stral, senza sospetto

vagando errava nel materno tempio. Rise de tante spoglie al primo aspetto, ma poi rivolto agli regal trofei trasse molti sospir dal caldo petto.

E disse a sé: – Quanto invilito sei, se più non sagli ad onorata impresa tu, che domasti imperatori e dei. Non valse a Iove contra me diffesa,

allor ch'errando nel sidonio lito deluse Europa alle sue spalle ascesa. El faretrato Apollo, insuperbito per la caduta del feral serpente

fu dal suo lauro e dal mio stral schernito. E tanto crebbe mia virtù repente che dal limpido ciel sul lamio monte fra ' greggi revocai la luna ardente.

Et or ch'io vo con più severa fronte per longo uso a ferir, fiamme de stralli non son quant'io vorrei valide e pronte. – Così detto, el signor de' van mortali

per vendicarse del paese ausonio murmurando spiegò le fulgide ali. Con gran velocità scorse lo Ionio e Delo, che si scosse a tanto sdegno,

mirando da sinestra el ciel meonio. Giunse anelante dentro al ciprio regno, ove el pomposo Idalio è tanto adorno che fu per voluptà di Vener degno.

Ivi con dolce vol temprando el giorno i fior vernanti Zefiro nutrica, e a primavera fa lieto soggiorno. Quassa le piume per usanza antica

de celeste rugiada inebriate, e virtù sveglia nella terra aprica. Questo le piagge fa sì colorate che Taumanzia dal ciel non se gli vanta

con le chiome de raggi incoronate. Odesi un rivo per la valle santa tra l'erbe murmurar senza ruina, e quivi el cigno in su l'extremo canta.

La mirtea selva al fiumicel vicina con dense chiome la rivera adombra, né mai fredda stagion sue foglie inchina. Sopra i soi rami dolcemente a l'ombra

garre d'ucelli una formosa schiera, che de nove delicie i petti ingombra. E lì, tra verdi fior de primavera surge un alto palazo, ond'io me induro

per maraveglia se tal cossa è vera. Ofite è il sòlo, e d'alabastro el muro, el colmo d'oro, per Vulcan fondato sopra colonne di smeraldo puro.

Tutto è dentro e di fuor vago e intagliato, e vedesi nel sommo de la porta el seme de Afrodita istorïato. Spuma è nel mar che al vento se conforta,

virtù l'informa, e la nata fanciulla marina conca alla rivera porta, e poi non longe a l'ombra si transtulla. Seco è 'l figliol della profana Mirra,

un fier cingial tanto diletto annulla. Sdegnosa par contra el saper di Pirra che a l'uman seme senza lei soccorre, e contra Deucalion là sotto Cirra.

Dentro alle porte tremolando corre tra vivi marmi un amoroso fonte con sì dolce liquor, che latte aborre. Venere bella appiè dil sacro monte

precinta gia de floride ghirlande, con un piropo in su l'altiera fronte. Questo, invece del sol che i furti pande, le candide giornate ivi conduce,

tanto fulgor per la campagna spande. Eran dintorno alla festiva duce Licenzia, e Gelosia che mai non posa spargendo tosco ove el pensier l'aduce.

E con queste Iracondia nebulosa, Lacrime senza fren, Periurio insano, e Lascivia profusa in ogni cosa. Ivi l'ale stringendo Amor pian piano

nelle braccia volò de Citerea, che a sé lo strinse con pietosa mano. Mille volte il basò la pafia dea, ma lui fremendo sospirò sì forte

che 'l monte ne tremò mentre piangea. Disse: – Matre, ben sciai quanto fui forte sempre in la pugna, e tanto el stral mio valse che del ciel ruppi le sacrate porte.

I numi debellai de l'onde salse, mossi Acheronte,e la universa terra: Troia lo sa, da le diffese false. Or contra el mio puoter Italia serra

l'excelsi torri, e s'io l'arco rettoglio, senza bellezza non gli può far guerra. Però mentre a ragion teco mi doglio provede, se a te piace, al nostro onore,

pietosa matre, e al mio cadente orgoglio. – – O mia sola potenzia e mio valore – Vener rispose con quel dolce viso che de' fulguri in ciel preme el furore –

exclude i van sospir con lieto riso, e scioglie dal tuo petto el timor vile, mentre el nostro voler non è diviso. De gloriosa stirpe alta e gentile

io ti darò, figliol, donna excelente, che a noi farà quella region servile. Tu la vedrai d'ogni beltà vincente: qual faretrata figlia di Latona

nella schiera ninfal stassi eminente. – Così risposto, mentre onor la sprona, valida ascese in su l'aurata biga per quella impresa che nel cor mi suona.

Piroo allora, el consueto auriga, duoi nival cigni al bel temon congiunse, e con sferza de mirti gli castiga. A questi col timor le piume aggiunse,

però rapidi allor si mosser quando verso occidente el gran duce gli punse. Duoe candide colombe alto volando presero inanzi a lei corso veloce,

e nubi e venti dal camin fugando. Ivi Progne cantò di Tereo atroce, e Filomena del suo straccio antico, placido ucel con modulata voce.

E mille altri ucelin ch'or non ridico un concento d'amor facean senza arte da·ffaticar ogni pensier pudico. Siede una terra in su l'extrema parte

del pian lombardo, ove lo cinge a·ttergo el monte che da noi Francia diparte: Asti è, per cui ben mille carte vergo, cità felice in tanto onor superba,

nobile, bello e dilettoso albergo. In questa patria a me sì dolce e acerba stettero i cigni alla stagion fiorita in un verde giardin, tra ' fiori e l'erba.

Ivi pregnante allor giacea sopita alla fresca ombra de copiosa oliva l'alma, candida e chiara Margarita. Lodato il Ciel, la cipriana diva

con un riso celeste e con un baso dègli quel spirto, onde beltà derriva. Così poi nacque di prezioso vaso lucida gemma, anci fiammante chiara

stella, che mai non giungerà a l'occaso. Monstrò quanto costei gli fosse cara la terra, che in quel dì la fronte cinse de inusitati fior, troppo preclara.

Fuor de l'arene voluntario spinse el ligustico mar le gemme, e l'oro, che nel gran ventre già le ascose e strinse. E sopra i campi che inundati fôro

el tumefatto Eridano si sparse lassandovi de electri ampio tesoro. Venere, a cui mortal nutrice aparse non ben decente alle bellezze nove,

tre Carite mandò con chiome sparse. Queste sorelle, onde ogni grazia piove, ligate inseme vetustà le excude, dilette figlie dil tonante Iove.

Con quel liquor ch'ogni imundizia exclude dentro al fonte Accidalio in Orcomeno lavano spesso le lor membra ignude. Queste la nutricar col proprio seno,

e d'alma venustà l'han decorata, tanto che Invidia è superata appieno. Aglaia agli occhi vien benigna e grata, della lingua el bel don Talia dispensa,

Eufrosina del cor custode è data. Però dal fronte ne dà luce immensa: mentre ella parla, ognun tacito ascolta, e tutto è lieto e bel quanto lei pensa.

E da qui vien che ne l'andar disciolta, ove tocca il bel piè, la terra fonde amaranto e ligustri in copia molta. Or, s'io potrò fuor de le turbide onde

per lassar del suo nome altiero indizio un tempio edificar di petre bionde, celebrar voglio el suo dì natalicio cinto d'alloro e del mio core ogn'anno

perseverante a lei far sacrifizio. Io so che meco in compagnia verranno a cantar di quel giorno eterna laude gli spirti che in Aonia a bever vanno.

Però de tanto onor, Camilla, gaude fra le più belle riverite in prima: questo dirò, che se or el ciel ti applaude, mirabil fusti ne l'etate prima.

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